TAORMINA. TERZO APPUNTAMENTO CON “ UN LIBRO DA BERE” L’APERITIVO LETTARARIO PROMOSSO DA LISA BACHIS

TAORMINA. TERZO APPUNTAMENTO CON “ UN LIBRO DA BERE” L’APERITIVO LETTARARIO PROMOSSO DA LISA BACHIS In evidenza

Domenica 22 aprile, alle18:30, il terzo appuntamento con "Un libro da bere", l'aperitivo letterario a cura di Lisa Bachis, in collaborazione con il circolo letterario "Pennagramma" e con l'associazione "Etna 'ngeniousa", presso "Il Vicoletto Wine Bar", a Taormina. Media partner degli eventi è il giornale online "JonicaReporter".


Il terzo appuntamento, che chiuderà il primo ciclo di incontri, ospiterà la poetessa catanese Rosalda Schillaci con "Infiniti Definiti", edito da Algra.


Il testo della Schillaci coinvolge, sconvolgendo le modalità del pensiero occidentale e conduce per mano il lettore meditante, sulla soglia del Pensiero luminoso. Qui, in un mirabolante gioco di sperimentazione linguistica, si assiste alla messa in scena del Poeta, colui che accompagna lungo i sentieri del Pensare poeticamente. Gli "infiniti" spazi ambiti dall'audacia umana, si scontrano con "i definiti" muri concettuali del pensiero categorico. Il testo della Schillaci è un invito al dialogo intimo e differente tra umani che non hanno scordato la lingua delle origini.
Vi aspettiamo per chiacchierare tra amici, in un pomeriggio dove protagoniste saranno la Cultura e la Bellezza della scrittura.


Potrete inoltre gustare, il delizioso aperitivo "Infiniti Definiti", al costo di 5 euro, nell'accogliente cornice de "Il Vicoletto Wine Bar".

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  • Francesco Faraci. “Malacarne”, la fotografia e la lotta al “male di vivere”

    Ho conosciuto Francesco Faraci, lo scorso gennaio, quando ho accettato uno degli inviti di Rogika e di Taoclick, l’associazione fotografica che in collaborazione ad Unitre Taormina organizza incontri sulla fotografia. Ho fatto i salti mortali, quel pomeriggio, per esserci, perché il lavoro spesso non ci fa scendere a compromessi nemmeno con noi stessi. Mi ricordo bene quel pomeriggio. Ero alla ricerca di un rifugio. Era stata una giornata pesante, fatta di rogne e sterili discussioni. Insomma, avevo bisogno di accoglienza senza per forza dover spiegare nulla. Il mio desiderio è stato esaudito perché sentivo di doverci andare a quell’incontro; volevo riabbracciare vecchi amici – alcuni di loro spesso mi inviano “cuori” ma eviterò di farne il nome – e perdermi nelle immagini. Volevo ascoltare altre voci e lasciarmi accompagnare in un viaggio insolito.

    Ecco come ho incontrato Francesco! Anzi, per amor di precisione, ho conosciuto prima Simona, la sua compagna. Lei ha impresso sul volto il senso dell’accoglienza e con uno scambio di battute rapido, in cui le ho semplicemente fatto i complimenti, dicendole che era un’eroina a star dietro a quel tipo inqueto, siamo entrate in contatto. Ma torno a parlare di Faraci. Il nome mi girava in testa e lo collegavo ad un altro luogo e non alla fotografia. Presto avrebbe sciolto il dubbio lui stesso, perché Francesco è anche uno scrittore ed aveva presentato il suo romanzo “Nella pelle sbagliata”, edito da Leima, in una libreria di Catania. Ed io al solito avrei voluto esserci ma per il lavoro, non fu possibile. Del romanzo di Francesco parlerò in altra occasione; ora mi preme dire cosa vidi quel pomeriggio. Faraci è siciliano, palermitano, isolano e uomo di mare. Credo che l’elemento mare insieme all’appartenenza a questa terra sia uno dei suoi tratti distintivi. Ciò che salta all’occhio di chi lo osserva, mentre parla del suo lavoro, è la coreografia di gesti che accompagna le sue parole. In particolare, il toccarsi di frequente i capelli, quasi che con quel gesto riuscisse a mettere in ordine il fiume di idee che ha in testa e che restano attaccate ad ogni ciocca, pronte a volar via qualora lui non le afferrasse al volo. Osservarlo mentre narrava la sua storia e il suo approdo alla fotografia mi faceva pensare anche alle sue origini. Sì, io parto da presupposti storici in tutto ciò che faccio perché la ricerca storica è parte del mio iter professionale e dunque, mi chiedo sempre quali siano le origini primarie di chi ho di fronte. Francesco Faraci è palermitano ma dal suo cognome si evince che ha lontane origini arabe. Inoltre ha una gestualità che seppur presente in ciascuno di noi isolani è estremamente marcata. In sincerità, quando parlava, mi ha dato l’impressione di un mercante che vende spezie al mercato. Raccontava le sue esperienze con immediatezza ed invitava a parteciparvi seppur con la capacità di convincere l’ascoltatore. Spero che Francesco sorrida per questa descrizione, però è esattamente ciò che ho visto.

    Quel pomeriggio di gennaio ha presentato “Malacarne”, un progetto che lo ha coinvolto per tre anni nella “sua” Palermo. Un progetto, che è un itinerario nella ragnatela dei quartieri storici della città: Cep, Zen, Brancaccio, Sperone e Ballarò. Francesco Faraci è portato per documentare la realtà.Una realtà che non solo lo circonda ma in cui si immerge totalmente, tanto da esserne spremuto e distillato. Di certo, i suoi studi legati all’antropologia ed alla sociologia lo guidano, ma qui c’è di più di un reportage a sfondo sociale. C’è il desiderio di veder riscattata una parte di quel popolo ricco e “bastardo”, quale è il popolo siciliano. Ricco perché si nutre di millenni di storia e di storie, poggiando le sue antiche origini sul passaggio e la sosta di culture differenti. “Bastardo” perché qui da noi parlare di “purezza della razza” è una bestemmia. Noi siciliani siamo bastardi nel DNA; il nostro sangue è denso e generoso perché noi siamo il popolo delle differenze. Quindi sentire Francesco parlare dei quartieri e della multiforme vita che vi brulica, un’umanità che osserva non vista, di cui si sentono gli odori forti che si attaccano direttamente alla pelle, ed avere davanti le sue fotografie mi ha fatto comprendere che per lui la fotografia è un’arma. Un’arma pacifica, s’intende, come lo è la scrittura ma che lo conduce a lottare contro “il male di vivere” dentro l’attuale società. Francesco Faraci ferma nelle sue immagini quell’umanità che suda, respira, salta, grida, ride, piange oppure non parla. Tace, ti scruta e non parla. L’ansia di Faraci, che lo ha spinto a questo viaggio, è stata quella di far capire che qui, di umanità si tratta e non di “Malacarne”. Ha raccontato di loro per parlare anche di se stesso.

    Faraci si è concentrato, in particolare, sul mondo dell’infanzia e dell’adolescenza. I ragazzi dei quartieri che vengono in modo spregiativo detti “Malacarne” ovvero lo scarto, quello che non serve a nessuno, simili adei paria. Si è immedesimato perché in fondo pure lui è stato un ragazzo e al di là del tessuto sociale e culturale che in-forma questi ragazzi, dai loro visi e da quegli occhi diffidenti e rifurbati, da quei gesti strafottenti,emerge il mondo dei ragazzi che hanno dentro i colori dell’arcobaleno, pur se la vita quei colori glieli vuol far pagare a caro prezzo. Sono ragazzi e ridono e giocano e si fanno i dispetti. Sono ragazzi che se sai coglierli al momento giusto, si sciolgono in tenerezza e ti riempiono il cuore con una risata sdentata. Francesco Faraci fotografa l’umanità in bianco e nero così come il pittore Giovanni Iudice la inonda di colore. Ho notato delle assonanze tra i due. Faraci fotografa in bianco e nero per esaltare il colore e la luce della Sicilia; Iudice dipinge la sua umanità a colori per far emergere quelle ombre nelle pieghe della pelle. Entrambi narrano la gente.

    Recentemente, mi ha colpito un post di Francesco. Lui che lascia tracce del suo girovagare fotografico e narrativo su Facebook, ha riportato una riflessione che lo ricollega a quel pomeriggio, a “Malacarne”, al suo mondo: «La granita al gelsomino. L'aglio sfregato sul pane raffermo. Il cous cous di pesce. Le olive. Il vino rosso. Il Mediterraneo che si odora, si tocca, si mangia. Seduti a tavola non esisterebbero guerre, né massacri, né poveri cristi in alto mare. Se stessimo sempre seduti attorno a una tavola imbandita non esisterebbe colore della pelle, ci sarebbe solo un 'noi' e il mondo sarebbe un posto migliore».

    Queste sue parole che ti fanno sentire odori e sapori di una terra bella da far ammattire chiunque giunga a visitarla; queste frasi che sanno di inno di amore e devozione come solo gli innamorati sanno fare, mi costringono a pensare a quei ragazzini che vengono considerati “Malacarne”, ma più in generale allargando la visuale, a tutti i bambini. Quei bimbi di ogni età che arrivano da noi con una scintilla nello sguardo, figli di una terra che a malincuore hanno dovuto abbandonare. Vittime di brutalità e violenza insieme alle loro famiglie. Dai quartieri di Palermo, il mio sguardo va alla ricerca di quegli occhi naufraghi e speranzosi e ritorna indietro ai quartieri. Questo è l’invito di Francesco Faraci. In quei quartieri troverete ragazzini diversi per colore e cultura ma palermitani e siciliani. Figli di quei figli che ce l’hanno fatta. Figli delle migrazioni. Perché mettiamocelo in testa, le migrazioni hanno fatto la storia dell’uomo e non possono essere fermate. I ragazzi di “Malacarne” tuttavia mi inducono ad altre visioni. No, non sto pensando ai ragazzi di Pasolini, sebbene il collegamento venga spontaneo. Io penso a chi ci ha lasciato un ritratto di un “Malacarne”, che per il suo aspetto ed il suo sguardo portava gli altri a chiamarlo “Rosso malpelo”, ed a vederlo come il demonio poiché si dice Nomen Omen. Verga scrisse questa novella nella seconda metà del XIX secolo e Rosso Malpelo è un caruso, un ragazzetto che ha visto dolore e sofferenza e si è forgiato nell’asprezza della vita. Si mostra un duro ma è soltanto un ragazzo che vorrebbe non essere cresciuto tanto in fretta. I ragazzi di “Malacarne” che è anche un book fotografico – MALACARNE. Kids come First, edito da CROWDBOOKS, 2016 a cura di Benedetta Donato–sono come gli angeli di Paul Klee, folli ma con un’ingenuità non del tutto sparita.

    I ragazzi pur in un mondo corrotto rappresentano la salvezza per noi tutti, che dovremmo reimparare ad essere un po’ più folli, e dovremmo reimparare a correr dietro ad un pallone, ad andare su di un’altalena. Dovremmo ripulirci dalle incrostazioni della società e ridere, buttandoci a pancia all’aria su una spiaggia mentre guardiamo il cielo. I ragazzi che Francesco Faraci ha fotografato, sono ragazzi. Li troverete in ogni parte del mondo, così come ritroverete un cielo sotto cui sdraiarvi e sognare.

    Lisa Bachis

    Per chi volesse maggiori informazioni sul lavoro di Francesco Faraci, può andare sulla sua pagina Facebook oppure sul sito www.francescofaraci.com

  • Rogika e “Teorema Sicilia”. Una proposta narrativa per immagini

    La settimana scorsa si è chiusa la mostra “Teorema Sicilia” dello street photographer Roberto Mendolia, Rogika, per chi lo segue o lo insegue; dipende se sta facendo jogging.

    “Teorema Sicilia” ha aperto i battenti il 5 maggio e si è chiusa il 15, nell’accogliente sede espositiva, nei pressi dell’Auditorium comunale di Castelmola, delizioso borgo medievale, a due passi da Taormina. Mi è piaciuta molto l’idea di Roberto, di allestire il suo percorso narrativo a Castelmola, perché ritengo che sia un luogo dove l’anima del luogo riesce ancora a farsi ascoltare e viene protetta dagli sfregi dettati dalla povertà dello spirito, che ahimè, divora altri spazi con vorace spietatezza.

    Roberto Mendolia è uno street photographer, lui la strada non la percorre soltanto; la vive, la assorbe con tutto ciò che da essa emana e la trascrive in forma di appunti. “Appunti di luce” che rimbalzano sulle immagini in “bianco e nero” perché per Rogika la scrittura è mettere “nero su bianco” la sua visio mundi, non fermandosi ad una narrazione fatta di parole, punteggiatura e spazi bianchi ma trasferendo la scrittura nell’immagine dato che «la Fotografia è Scrittura di Luce».

    Ci tiene a ripeterlo spesso, mantenendo un habitus discreto come è nella sua indole. Quando sono andata a trovarlo, era un incantevole pomeriggio domenicale e a Castelmola si assaporava la dimensione di intima umanità dei paesini di provincia. Appena entrata a visitare la mostra, ciò che prima di ogni cosa mi ha colpito, è stato il balconcino che si affaccia sulla piazza Sant’Antonio, ingresso della città. Perché io e Roberto ci siamo messi a chiacchierare come si fa qui da noi in Sicilia, su quel balcone; ma mentre conversavamo, la mia mente vedeva altre immagini: Roberto seduto lì, da solo, a trovare nuove trame per i suoi “racconti di luce”.

    Rogika è un narratore, su questo non ci sono dubbi, e narra le isole nell’Isola. La Sicilia, l’ho scritto altrove, e lo hanno scritto altri più autorevoli di me, è Isola ed è Ponte. È anche una miriade di isole dentro di essa. Roberto Mendolia le ritrova queste isole. Luoghi chiusi che nascondono una ricchezza di anima e di vita, fatta di terra, di campi, di volti che sono ragnatele di segni e che ti fanno pensare ad altre strade; a tradizioni che vengono custodite e tramandate gelosamente. L’Isola fatta di isole, composta e scomposta in segni verbali e di mimica facciale, in cui ad ogni angolo percepisci il passaggio delle civiltà e resti ipnotizzato da segni muti di mani che danzano durante il lavoro.

    Roberto racconta e descrive il senso di comunità che, fiero, resiste in molti luoghi. Qualcuno direbbe che è tutto molto provinciale, invece è proprio quella provincialità che detta il ritmo del mondo con l’Anima. In fondo, se ci pensate bene, anche nelle nostre città più popolose, resistono “i quartieri”, dove troverete gente seduta fuori a chiacchierare. La provincialità ancora è viva e si avverte prepotente via, via che si ci si addentra nell’Isola.

    Il racconto di Rogika, si snoda da Palermo, a Catania, attraversando l’ennese ma si muove ad istinto in cerca di tracce: Assoro, Burgio, Butera, Leonforte, Mussomeli, Sutera, Pietraperzia, Gibellina e anche Taormina e Castelmola. Per restituirci il senso della memoria di ciò che siamo stati e ravvivarci nell’orgoglio di essere siciliani, senza piangerci addosso, consapevoli della nostra unicità.

    Immersa nella lettura delle immagini di Roberto, ho risentito la voce dei miei nonni, quando da bambina, in campagna, ci sedevamo la sera al fresco della pergola ad ascoltare in religioso silenzio le storie. Quelle storie le ho sentite innumerevoli volte dai miei nonni siciliani e come voci provenienti da un’altra isola, la Sardegna, le ho apprese da mio padre. Leggendo i “testi di luce” di Roberto, le ho risentite e le ho rivissute in quei volti a noi più vicini, come quelli di “Onofrio il tappezziere”, o “U Pupittu a San Pancrazio”, oppure la faccia amica di “Giorgio da Mola”, che da poco ci ha lasciato ma che, ancora ci parla da quell’immagine.

    Questo narra Roberto, tuttavia il suo stile non è verista, semmai lo trovo neorealista. “Teorema Sicilia”, è un percorso ed un progetto in itinere e non poteva essere altrimenti. La strada non è ancora finita; ci sono segni da ritrovare, profumi da respirare, volti da interrogare e mani da stringere, bevendo un bicchiere di vino, certi di essere al posto giusto: a Casa.

    Lisa Bachis

  • Gianluca Granieri, Un milanese a Catania. Lettura di un luogo nell’ottica di un’amicizia

    Gianluca Granieri è nato nell’entroterra siciliano ma è catanese d’adozione. Sì, perché la città “cu Liotru” ha uno spirito di accoglienza che a forza di frequentarla e viverci, diventi catanese. Io stessa da anni, mi sento “catanese”. Granieri è anche un “autore in divisa” ovvero il suo lavoro è in Polizia. Ma amando la scrittura ed esercitandola con la medesima cura con cui svolge il proprio lavoro da poliziotto, si definisce per l’appunto “autore in divisa”. Passione che condivide con altri colleghi, tanto che hanno costituito un’associazione.

    Ciò non mi ha affatto sorpreso. Da anni noto con piacere che molti autori impegnati in altre professioni hanno notevole vena creativa e ottime capacità narrative. Granieri è tra questi: scrive bene ed è siciliano. Altro motivo di riflessione per me, che da tempo verifico l’innata e sanguigna capacità di voler e saper narrare la Sicilia; perciò vado alla ricerca di questi coraggiosi che affermano una necessità, che definirei “ancestrale”. Un bisogno primordiale, un atto di fede e una rinnovata promessa d’amore verso la propria terra.

    Gianluca Granieri esercita questa urgenza del dire e lo fa mediante una narrazione che mescola autobiografia e report. In Un milanese a Catania, Book Sprint edizioni, l’autore sceglie di mettersi in gioco “in prima persona”. Infatti il protagonista è lo scrittore medesimo, il quale durante una delle sue passeggiate mattutine a Catania – esercizio fisico e mentale – incontra Ambrogio, un signore milanese, che tuttavia è un altro catanese d’adozione. Pur se Ambrogio, come si scoprirà presto, ha una visione “lombarda” di come debba trattarsi una città.

    In questo romanzo breve – in ciò dissento dalla scelta di Granieri nell’averlo definito “racconto” poiché ha tutte le caratteristiche del romanzo, dallo stile alla trama, sino alla lunghezza – si prende parte ad un incontro fortuito come ce ne sono tanti nella nostra vita; quello tra lo scrittore e Ambrogio, in un luogo simbolo per Catania, tanto quanto può esserlo piazza Duomo, cioè piazza Teatro Vincenzo Bellini. Un incontro che all’inizio sembra sottolineare la differenza abissale tra protagonista e coprotagonista. Ambrogio si mostra troppo critico nei confronti di quella città e la reazione di fastidio da parte del protagonista è evidente nelle parole che cito: «Nel decalogo della sicilianità non è consentito al forestiero e a terzi in genere esprimere critiche e polemizzare. Solo noi possiamo dire peste e corna della nostra isola e dei suoi abitanti». Ambrogio resta sempre un forestiero, non un siciliano, eppure dall’iniziale diffidenza – che il siciliano esercita in equa misura con il senso dell’accoglienza – si giunge gradualmente al desiderio di una condivisione di pensieri e riflessioni e si assiste alla nascita di un’amicizia profonda e delicata.

    Catania non è solo l’oggetto di considerazioni e chiacchiere tra due amici sul degrado, il malcostume ma anche sulla regale bellezza barocca e sul sentire della gente con gesti, riti, odori e sapori. Catania diventa essa stessa protagonista del romanzo. La città è la figura femminile, la donna ammirata pur con i suoi capricci e le sue stranezze; la donna contesa che ammicca sensuale tra le generose curve barocche ed inebria con gli odori che sanno di mare e di agrumi. Effluvi che confondono ed irretiscono, rimandando al languore prodotto dal profumo speziato mescolato all’aroma dello zucchero. Catania si manifesta in tutta la sua prorompente femminilità attraverso altre epifanie: l’Etna “a Muntagna” e Agata “a Santuzza”. Poi ci sono le altre donne, le catanesi, ambasciatrici della città.

    Una storia d’amicizia, quella in Un milanese a Catania, dall’epilogo non scontato e denso di affetto e al tempo stesso, un gesto di amore e generosità verso Catania. Granieri ci invita a percorrere insieme a lui le vie cittadine in un tour gradevolissimo così come gradevole è la sua scrittura: pulita, riflessiva al punto giusto, coinvolgente. Camminando a piedi, quotidianamente, si va alla scoperta di luoghi che si mostrano “nuovi”, pronti a parlarci perché «la vita va apprezzata, senza se e senza ma».

    Vi invito a portarvelo dietro questo testo quando visiterete Catania e sono certa che vi sembrerà di essere in compagnia di Ambrogio e di Granieri. Magari potreste fermarvi in un bar a piazza Teatro Bellini per prendere insieme a loro un caffè, una granita oppure una bella birra ghiacciata e porgere i vostri omaggi a Catania ed alle sue donne.

    Lisa Bachis

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