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TAORMINA. Autunno all’Odeon. Sergio Claudio Perroni va in scena con “Entro a volte nel tuo sonno” In evidenza

Autunno all’Odeon” il cartellone di eventi della Fondazione Taormina Arte Sicilia, in sinergia con il Parco archeologico Naxos-Taormina, venerdì 12 ottobre, ha avuto il piacere di ospitare un reading di Sergio Claudio Perroni. Lo scrittore e traduttore ha selezionato 12 testi, daEntro a volte nel tuo sonno, La nave di Teseo, 2018. Musiche di Massimiliano Pace e regia di Guglielmo Ferro.

Non è facile portare sulla scena un reading come quello di Entro a volte nel tuo sonno. Richiede delicatezza per ogni parola espirata e letta. Ha bisogno di un ambiente avvolgente come velluto e va portata innanzi al pubblico, come se si conducesse per mano una creatura fragile e resa saggia dal tempo. Il palco deve accogliere senza stritolare e così è stato. La sala B del Palacongressi – luogo scelto quale alternativa all’Odeon per via delle avverse condizioni meteo – ha favorito l’essere stati introdotti pian piano e con estremo garbo dalle musiche di Massimiliano Pace: narrazione nella narrazione. Un’atmosfera intima – ricreata ad arte dall’illuminazione a luce unica come un assolo – perfetta per le confidenze tra amici di vecchia data. Perroni giocando in casa, lo ha sentito vero e palpabile l’affetto degli amici e quell’ingresso in punta di piedi, la voce che articolava suoni e li rendeva universi di senso, faceva cavalcare onde, che si muovevano incessanti avanti e indietro, tra sentimenti, memorie e Vita. Un voce simile a una ninna nanna; bassa, dolce e confortante. La voce era importante ed ha avuto il medesimo ruolo della musica, perché Entro a volte nel tuo sonno non è stato un reading e basta, ma l’esecuzione di uno spartito esistenziale.

Non poteva essere diversamente, del resto, lo dice bene Sandro Veronesi nella bella postfazione al testo: «Poesia in prosa dunque? O basta direprosa poetica? Sì, pare che si debba dire così: prosa poetica. Non rende del tutto onore a questi pezzi, a parer mio, perché come definizione pare un po’ arida, un po’ burocratica, ma tant’è, si tratta di prosa poetica».

Il testo di Sergio Claudio Perroni, in effetti è un unicum nel suo genere, ed è il raggiungimento di un punto di svolta. Un volumetto di prosa poetica che si legge come un romanzo breve. Ciascun testo è un capitolo. Un romanzo breve scritto in una fase di avvenuta rinascita e consapevole maturità. Affrancato dagli orpelli delle futilità emotive e reso nudo, purificato, mediante il processo liberatorio offerto dalle parole.  Il punto nevralgico però è uno e chi era lì, preso volontariamente in ostaggio dalla verità danzante dei testi letti, lo sa bene. Il punto nevralgico è che noi tutti, seduti lì, non abbiamo semplicemente assistito. Abbiamo fatto i conti con noi stessi. Ciascuno di noi, magari non lo andrà a dire in giro oppure lo confesserà all’amico, però i conti là dentro, li ha fatti. Io ad esempio, mi son sentita allo stesso modo di quando ero bambina e dovevo scegliere se saltare nelle pozzanghere dopo la pioggia col rischio di essere rimproverata. Sì, anche con Entro a volte nel tuo sonno, bisognava fare una scelta: saltar dentro il mondo di Perroni, per ritrovarci anche le indigeste porzioni di noi stessi oppure mostrare di averetimorato giudizio; giudice inflessibile delle emozioni. Io credo che noi tutti, lì presenti, abbiamo scelto la pozzanghera e ci siamo avvertiti più uniti e liberi.Semplicemente perché, per dirla con le parole estratte da Gente a pioggia:

Siamo roba che cade, gente a pioggia che viene giù da altezze diverse a seconda di quand’è partita, chi da solo e a capofitto, chi in due e tenendosi per mano, siamo roba che cade, riempiamo il cielo di cadute come un Magritte cosparso di Icari […].

Se ci pensiamo con calma, però, capiremo che questa è una delle finalità del teatro: farci confrontare con noi stessi per renderci liberi. Il teatro nella sua accezione d’origine, in fondo, è stato il vero padre della psicoanalisi; dove la vita dell’uomo era portata davanti al pubblico per renderlo consapevole e farlo rinascere. Sergio Claudio Perroni, con Entro a volte nel tuo sonno,ha messo in scena una rappresentazione lirica dello stare al mondo.

 

Lisa Bachis

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    Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,

    tant’era pien di sonno a quel punto

    che la verace via abbandonai

    immaginate quale scalata verso la conoscenza ci abbiano offerto Borruso, Spitaleri e Lannino. Tanto che, più seguivo lo spettacolo, e più avevo certezza che “Note dell’Inferno” andrebbe incluso nell’attività didattica delle scuole. A questi ragazzi, attratti da fumi virtuali e distratti da mille rivoli di scintillante vacuità, si potrebbe fare assaporare “il verbo rivoluzionario” del Poeta, secondo il modulo di una differente interattività dato non da una LIM, bensì fornito dalla riscoperta dell’ascolto della parola. Parola che si fa suono, ritmo e canto nel valore pedagogico che teatro e musica custodiscono da sempre, sin dal seme delle origini. In tempi poveri di spirito, intrisi di fretta perbenista e di filantropia da tavola calda; in un mondo largo di impulsi e stretto nell’individualismo. In una società imbottita di anestetici nonostante il bombardamento mediatico –, che ci rende intontiti e apatici innanzi alle vere bombe e ai massacri –, in questa società, si dovrebbe ripartire da ciò che si è abbandonato negli sgabuzzini del vintage, e riattualizzare un modo antico dell’insegnare, legato alla cultura dell’oralità. Immaginateli i ragazzi che ascoltano dell’amore che ha le sue regole e va contro le convenzioni pur se queste conducono alla condanna senza appello. Loro, che ancora sanno tirarsele fuori dal petto quelle emozioni e sanno qual è la vera radice della rivoluzione. Immaginateli, nel momento in cui Dante prova compassione perché riesce a veder oltre e sa che l’amore abbatte le barriere del giudizio. Eccolo là, alla domanda fattagli dalla sua Guida, Virgilio, nel Canto V:

    Quand’io intesi quell’anime offense,

    china’ il viso e tanto il tenni basso,

    fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».

     Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,

    quanti dolci pensier, quanto disio

    menò costoro al doloroso passo!».

          Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,

    e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri

    a lagrimar mi fanno tristo e pio».

    Il teatro e la musica devono trovare più spazio nelle scuole, insieme alla poesia. L’attualità contenuta in questi versi ci dovrebbe far vergognare e piangere delle nostre umane miserie; ai ragazzi di questo dobbiamo tornare a dire. Borruso, Spitaleri e Lannino ci hanno offerto una diversa chiave di lettura della “Commedia”. Lo hanno fatto sino a che, anche noi, non abbiamo compiuto la prima tappa del viaggio, che si conclude con il Canto XXXIV:

    Lo duca e io per quel cammino ascoso,

    intrammo a ritornar nel chiaro mondo;

    e sanza cura aver d'alcun riposo,                          

    salimmo sù, el primo e io secondo,

    tanto ch'i' vidi de le cose belle

    che porta 'l ciel, per un pertugio tondo.                  

    E quindi uscimmo a riveder le stelle.

    A chi, invece, modula le varie sfumature del linguaggio in veste di scrittore, attore, sceneggiatore, regista, musicista, mi preme citare ciò che Pavese scrisse in “Ritorno all’uomo” nel 1945, poiché noi tutti abbiamo una grande responsabilità: quella di Essere Umani.

    «Parlare. Le parole sono il nostro mestiere. Lo diciamo senza ombra di timidezza o di ironia. Le parole sono tenere cose, intrattabili e vive, ma fatte per l’uomo e non l’uomo per loro. Sentiamo tutti di vivere in un tempo in cui bisogna riportare le parole alla solida e nuda nettezza di quando l’uomo le creava per servirsene. E ci accade che proprio per questo, perché servono all’uomo, le nuove parole ci commuovano e ci afferrino come nessuna delle voci più pompose del mondo che muore, come una preghiera o un bollettino di guerra. Il nostro compito è difficile ma vivo. È anche il solo che abbia un senso e speranza. Sono uomini quelli che attendono le nostre parole, poveri uomini come noialtri quando scordiamo che la vita è comunione. Ci ascolteranno con durezza e con fiducia, pronti a incarnare le parole che diremo. Deluderli sarebbe tradirli, sarebbe tradire che il nostro passato».

    Lisa Bachis

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