Giornalismo e Comunicazione, il professor Francesco Pira ritira il Premio Karkinos 2018

Giornalismo e Comunicazione, il professor Francesco Pira ritira il Premio Karkinos 2018 In evidenza

Stasera abbiamo avuto la certezza che Agrigento ha le eccellenze per essere un città ponte al centro del Mediterraneo. Può guardare l’Europa. Quell’Europa dei Popoli che voleva raccontare Antonio Migalizzi, un giornalista che era riuscito a realizzare il suo sogno ucciso da un fanatico assassino”.  Il lungo applauso dopo queste sentite parole fa emozionare ancora di più il professor Francesco Pira, sociologo, docente universitario e giornalista, che ha ritirato sabato 15 dicembre 2018 ad Agrigento il Premio Karkinos 2018 per la sezione Giornalismo e Comunicazione ad Agrigento, nello Spazio Temenos della Chiesa di San Pietro, in via Pirandello, nel cuore della città dei Templi  Il Premio Karkinos è stato assegnato  alle eccellenze del territorio che si sono affermate anche fuori dai confini della provincia agrigentina.

I premiati 2018 che sono sfilati sul palco sono: Sport Stefano Castronovo, Teatro e Cinema Nino Bellomo, Imprenditoria Fratelli Cimino, Musica, Daniele Magro. Giornalismo e Comunicazione, Francesco Pira,  Arti Figurative, Sergio Criminisi; Medicina, Giovanni Ruvolo; Legalità Questore Maurizio Auriemma, Premio Speciale Solidarietà e Impegno Sociale ad Aldo Lo Curto.

Menzioni special sono state attribuite ad Antonio Bellanca, campione italiano Bia Cous Cous, e a Sara Gallo e Mattias Lo Pilato del “Centro storico di Agrigento”.

Incalzato dalla conduttrice Elettra Curto, brava, disinvolta e capace di sostenere una serata ricca di emozioni e di energia, il sociologo Pira ha anche lanciato un appello ai genitori ricevendo un altro scrosciante applauso : “Non preoccupatevi soltanto quando i vostri figli escono da casa perché molti pericoli sono nascosti nello smartphone. Possiamo usare nel miglior modo le tecnologie ma le stiamo usando per tirare fuori tutta la nostra cattiveria”. Occhi rossi del professor Francesco Pira quando la motivation speaker Arianna Tornambè, al nono mese di gravidanza encomiabile e puntuale nel suo ruolo, ha scandito le bellissime parole della motivazione: “Per gli eccellenti risultati conseguiti nel suo campo in ambito nazionale e internazionale. Francesco Pira è un siciliano doc che ama la Sicilia e Agrigento che ha scelto di tornare nella sua terra per mettere a disposizione del territorio la sua esperienza. Nella sua carriera di docente universitario e giornalista ha saputo trasmettere la passione a numerosi allievi e ha affrontato in modo accessibile e assolutamente innovativo le problematiche della nostra società, avvicinandosi al grande pubblico con la sua capacità di comunicare in modo moderno e competente. Attento e scrupoloso studioso dei fenomeni legati all’uso ed all’abuso delle nuove tecnologie come il cyberbullismo e il sexting e l’allarme fake news. Non ha mai dimenticato il suo primo amore il giornalismo. Ha saputo creare con grandi capacità una rete positiva legata al mondo dell’informazione e costituisce un esempio di giornalismo libero e coerente nella nostra terra”.

A consegnare il Premio Karkinos a Pira l’onorevole Margherita La Rocca Ruvolo, parlamentare regionale.

Il premio Karkinos è organizzato dall’associazione culturale “Antiche tradizioni popolari” presieduta da Carmelo Cantone che al termine si è detto molto soddisfatto della riuscita dell’evento. Nel corso dell’evento per la consegna dei Premi suggestivi gli interventi artistici della cantante Alisia e dell’attrice Annagrazia Montalbano. Molto toccanti gli interventi di tutti i premiati che hanno raccontato storie straordinarie di impegno, passione e dedizione e ribadito il grande amore verso la Sicila.

 

 

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  • Conversazione con Rocco Bertè. “La fotografia è tecnica o emozione?”

    Ascoltare e confrontarsi con Rocco Bertè, è sempre un grande piacere. Fotografo professionista dagli anni Novanta, ha la capacità di coinvolgere chi lo ascolta senza imporre alcuna presunzione professorale. Anzi, mantiene inalterata quella naturale timidezza che lo contraddistingue, e aggiunge reale emozione a ciò che dice quando parla di fotografia. Sabato 23 febbraio, all’Excelsior Palace Hotel di Taormina, “Fidapa Taormina” – in collaborazione con Roberto Mendolia e l’associazione fotografica “Taoclick” – ha invitato Rocco Bertè a tenere l’incontro,FOTOGRAFIA-Tecnica o Emozione?

    Un pomeriggio per conversare di fotografia, in un ambiente accogliente e confortevole, concedendosi un gradevole “tea time”. La presenza di appuntamenti culturali, che offrono la possibilità di creare un ambiente da caffè letterario, è diventata, in questi anni, una piacevole consuetudine a Taormina; e Fidapa ha da sempre mostrato notevole sensibilità ed attenzione per la cultura e la bellezza. La collaborazione con Roberto Mendolia, inoltre, ha dato l’opportunità di concludere un percorso intorno alla fotografia, iniziato a gennaio di quest’anno con gli appuntamenti all’archivio storico, che hanno visto protagoniste le donne fotografe.

    Bertè non ama definirsi “fotografo professionista” ma lo è. Si è presentato in modo semplice e diretto: «Sono un appassionato di fotografia dagli anni Novanta, ho iniziato con l’analogico. Sono da sempre innamorato della mia terra ed ho iniziato a fotografare per fissare la bellezza dei luoghi attraverso i miei occhi».

    Ciò che in poche battute ha espresso, sembra riduttivo per comprendere che Bertè mette il massimo della cura e della competenza nella professione. Da anni lavora su campo, con servizi fotografici per eventi pubblici e privati. Eppure il suo inizio è “amatoriale”, così come del resto, lo è stato quello di molti altri fotografi. La sua presentazione ha offerto altri spunti interessanti: «Il mio genere principale è la fotografia di paesaggio. Il mio approccio alla fotografia è semplice, lineare e veritiero».

    In effetti, Bertè ha fatto della fotografia a colori e dei paesaggi la sua firma narrativa. Il suo stile – poiché in quanto autore, lo ha ben maturato e impresso sulle foto– ha tutto il sapore del narratore di viaggi,col desiderio di perdersi in luoghi che sono quotidianamente sotto i nostri occhi, oppure appartengono ad altri paesi che abbiamo visto numerose volte pubblicizzati, ma che sono rigenerati attraverso la visione di Bertè; in questo mondo confuso tra reale e virtuale saturo di immagini, che ci ingabbiano in visioni ossessive e seriali. Durante l’incontro, il fotografo ha mostrato immagini che “ritagliate, sezionate e montate” distorcono la realtà. E ciò che oggi alimenta il mondo del web e che dà asilo alle “bufale o fake news”. Ricostruzione onuova creazione del mondo, per noi tutti appassiti e desiderosi di scariche in pixels? Bertè non ha dubbi su ciò che intende per far fotografia: «Cerco sempre di raccontare con le mie foto quello che mi colpisce particolarmente, che sia un paesaggio o una sessione di ritratto, oppure un evento». Attenzione però, perché pur provenendo dall’analogico, in cui i tempi di attesa erano più lenti e se si commettevano errori non si poteva rimediare, anche se «oggi si abusa della fotografia, io non sono un nostalgico dell’analogico. Il digitale mi ha offerto un controllo differente sulla macchina fotografica, che è, e rimane uno strumento».

    Certamente, anche lui, la foto vuol vederla stampata. L’immersione nelle immagini digitali, non può precludere al rapporto più intimo e immersivo che la visione di una foto stampata dà al fruitore. «Dato che la macchina fotografica è uno strumento, comunicando ciò che vedo, io utilizzo la tecnica fotografica per trasmettere al fruitore le mie sensazioni».

    Il pensiero di Bertè sulla fotografia è trasparente. La sua testimonianza ha dato un ulteriore contributo,su questo mondo,dove scrivere con la luce ondeggia tra “tecnica ed arte”. Dunque per dirla con Ando Gilardi: «Scrivere di Fotografia è difficile, molto difficile, se non si è fatta Fotografia. Per scrivere di Pittura non occorre avere dipinto, e di scultura idem; ma per scrivere di Chirurgia bisogna aver fatto il Chirurgo. E la fotografia è una operazione chirurgica, la macchina è un bisturi, la camera oscura una sala operatoria […]. I critici della Fotografia sono come delle vergini che scrivono guide sulle pratiche erotiche più terminali».

    Lisa Bachis

  • Sala gremita, per il Professor Francesco Benigno, agli “Incontri del Mediterraneo”

    Il Prof. Francesco Benigno, lunedì 28 gennaio, è stato ospite al nuovo appuntamento con gli “Incontri del Mediterraneo, presso la sala conferenze della “Fondazione Mazzullo” di Taormina, ed ha presentato il suo nuovo testo Terrore e terrorismo, edito da Einaudi, nel 2018. Incontro che ha visto un pubblico in cui, a farla da padrone, sono stati numerosi studenti universitari e tanti appassionati di storia. La rassegna degli “Incontri del Mediterraneo” è promossa, e organizzata, dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Taormina, retto dalla Professoressa Francesca Gullotta con il supporto scientifico di enti di ricerca storica e dell’Università di Catania. In particolare, pregevole è il contributo dato dalla Professoressa M. Concetta Calabrese – Associato di Storia Moderna Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali UNICT – che ieri ha anche moderato l’incontro. Relatrice è stata la Professoressa Lina Scalisi – Ordinario di Storia Moderna DISUM UNICT – la quale ha intrapreso un interessante dialogo con l’autore.

    Francesco Benigno è Ordinario di Storia moderna alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è occupato di storia economico-sociale del Mediterraneo, di storia politica del XVII secolo, della costruzione dei gruppi politici e sociali in età moderna, e di crimine organizzato nel XIX secolo. Oltre a ciò, ha anche dedicato attenzione ai problemi di metodo della storia ed all’analisi dei concetti usati dalla disciplina. Tra i suoi testi più recenti: L’Isola dei Viceré. Potere e conflitto nella Sicilia spagnola, 2017; Words in Time. A plea for Historical Re-thinking, 2017; La mala setta. Alle origini di mafia e camorra, 2015.

    Durante la sua relazione, la Professoressa Scalisi, ha sottolineato come sia necessario «riportare l’attenzione ai contesti storici, nel momento in cui tutto ha inizio» ossia il cosiddetto “periodo del Terrore”, datato Francia 1793. La relatrice ha evidenziato che il testo, di Benigno, è suddiviso in otto capitoli ben strutturati dal punto di vista narrativo. Benigno ha confermato tale indicazione: «Il testo infatti vuole essere più che un manuale di storiografia, ma un testo di divulgazione; aperto agli addetti ai lavori ma anche agli appassionati». In tal senso, appare chiara la scelta, di spostare le note a fine testo e non mantenerle invece a piè di pagina. Le trenta pagine di note, che in un testo basato su ricerca storica ed analisi delle fonti, non sono un dettaglio di poco conto. Esse, pertanto, potranno agevolmente essere consultate senza per questo sovraccaricare il lettore. Una scelta dal punto di vista della metodologia critica che appare al passo con i tempi.Oggi, in una frenesia della scrittura ad ogni costo, e in un calo dell’attenzione, è divenuta una sfida epocale, trattare temi di cocente attualità in modo da coinvolgere le persone. L’intervento sul testo, la scelta dei temi affrontati e la lunghezza non eccessiva; il linguaggio chiaro che non contravviene alle regole della precisione, rendono questa narrazione importante, e l’obiettivo raggiunto. Dal 1793, il lettore, è accompagnato sino alla contemporaneità, e nello specifico, all’epoca dei Bush. Benigno ha, inoltre, precisato tutta l’ambiguità della parola “Terrorismo”; là dove viene definito “il nemico assoluto”, e ha ribadito che si tratta di una «demonizzazione da cui si deve venir fuori. Colui che è terrorista per taluni, diviene infatti un combattente per la libertà, per altri. Ma gli storici non possono ignorare tale ambiguità. Bisogna tentare di costruire una strada differente». L’autore infatti specifica che, nel titolo stesso Terrore e terrorismo, vi è una polarità. Si tratta di “un Giano Bifronte”. Il “Terrore”, dalla Rivoluzione francese sino agli anarchici del XIX secolo, è un monito a «smettere di scrivere libri e ad agire», asserisce Benigno; poiché per spingere alla rivolta, è necessario compiere un gesto esemplare e violento.

    Il Terrorismo è anche legato all’applicazione e alla messa inscena dell’apparato del “terrore” – in questo, gli Spagnoli sono stati un esempio, per le epoche successive, con i manuali dell’Inquisizione e con la scientificità del Miedo:l’indurre spavento e angoscia costanti. – Il “Terrorismo” è, per il Professore, «come la fionda di Davide. Un fenomeno nato in Europa e giunto sino ad oggi con l’islamismo. In cui si vuole creare ordine con il disordine».

    A tal proposito, fondamentale, in questa strategia, è il lavoro dell’Intelligence, impiegata per il controllo di dati ed informazioni su scala mondiale; nonché la manipolazione delle coscienze, in cui la stessa popolazione entra far parte della lotta e da vittima, diviene essa stessa carnefice. Qui è il sostrato della guerriglia e delle guerre civili. Innegabile anche l’uso del terrorismo “per le politiche di potenza”. L’azione si scatena, perché esiste una precisa orchestrazione e qui, ha parte rilevante, di volta, in volta, la creazione di un nemico “sporco, brutto e cattivo” che può distruggere nelle sue sacre fondamenta la civiltà.

    Di dirompente attualità, Terrore e terrorismo, perché invita ad un’interrogazione più profonda ciascuno di noi. Noi che, oggi, siamo chiamati più che mai a fare i conti con fenomeni dal ritorno ciclico e di vichiana memoria, oppure conquel “Tramonto dell’Occidente” dai caratteri di lucida profezia.

    Il testo di Benigno e il suo intervento hanno suscitato numerose domande da parte dei presenti. Tutto però ritorna a un punto nevralgico: l’importanza della conoscenza storica, e dei fatti che hanno contribuito alle nostre differenti visioni del mondo. Una richiesta di apertura al dialogo e al confronto serrato.  Noi, tutti, siamo chiamati in causa nella scelta di “Essere Umani”. La storia e le altre scienze sociali devono servire da strumento, per favorire, non una retrocessione nel campo umano, bensì una rinascenza.

    Lisa Bachis

     

  • La fotografa Vera Terranova ha inaugurato #SGUARDIDIDONNA

    Un nuovo ciclo di seminari – dedicati alla fotografia – è stato inaugurato giovedì 10 gennaio, presso la Saletta Conferenze dell’Archivio Storico di Taormina. Gli incontri rientrano nel calendario delle attività dell’UNITRE Taormina per l’anno accademico 2018/19, e sono patrocinati dall’Assessorato alla Cultura e dall’associazione fotografica “Taoclick”. Ideatore e curatore del progetto, che da diversi anni mantiene l’impegno di aprire, quanto più possibile, gli spazi al mondo fotografico e ai suoi autori, è Roberto Mendolia (Rogika). Rogikaci tiene a precisare che lui non è “un fotografo ma uno che usa la macchina fotografica”, parafrasando Mario Giacomelli. Nell’anno in corso, il tema è #SGUARDIDIDONNA. Tutto è centrato attorno al femminile; al modo delle fotografe donne di percepire e trasformare in dialogo serrato con la realtà, il confronto che si fa immagine. Negli anni scorsi, erano state ospiti altre due fotografe: Irene Caltabiano e Annalea Steccas. Era dunque nelle intenzioni degli organizzatori, ed in particolare di Rogika, ampliare lo sguardo sulla fotografia vista e vissuta dalle donne.

    #SGUARDIDIDONNA è un luogo fisico e mentale, in cui donne e fotografe ci regalano riflessioni e condivisioni. Donne che, mediante la fotografia, traducono una lingua “in immagini e parole”. Se si presta attenzione alla grammatica di questi termini, si noterà che sono tutti al femminile: fotografia, immagine, parola. La donna possiede un alto livello di introspezione, vuoi per la sua fisiologica essenza di portatrice di vita, in quanto predisposta alla maternità ed alla cura della prole; vuoi per l’ancestrale tellurico legame con la Terra, in un simbiotico cordone che la rende massimamente recettiva a ciò che c’è dentro, prima che a ciò che c’è fuori.Pronta a cogliere “l’inafferrabile e l’inatteso”.

    Margaret Bourke-White, sintetizza benissimo questo sentire le cose e la vita: «Trovare qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno avrebbe potuto immaginare prima, qualcosa che solo tu puoi trovare perché, oltre ad essere fotografo, sei un essere umano un po' speciale, capace di guardare in profondità dove altri tirerebbero dritto».

    Vera Terranova, donna e fotografa, ha dunque avuto il compito di inaugurare il percorso di #SGARDIDIDONNA. Diplomata a Roma, in Fotografia, all’Istituto Europeo di Design, dopo varie esperienze in differenti ambiti fotografici, decide di seguire la sua vera passione: la fotografia di viaggio.

    Infatti “Il viaggio e la fotografia” come sottolineato più volte durante l’incontro «è un racconto-reportage descrittivo dei luoghi, delle genti ma anche delle emozioni; il cui impatto sullo spettatore è reso più forte dalle musiche, che accompagnano le fotografie, selezionate accuratamente da Ivano Lupini, compagno di vita e di viaggi». I progetti fotografici di Vera Terranova nascono «dal desiderio di ricercare ancora una volta la diversità ed accoglierla come risorsa per apprendere, migliorare, arricchirsi. Dalle diversità culturali, politiche e religiose, è necessario che scaturisca una sana curiosità, perché gli altri non siamo che noi stessi, visti da prospettive differenti». Vera Terranova è fotografa freelance, realizza reportage fotografici per concerti, per il teatro e per eventi turistici e aziendali. Inoltre cura personalmente un “Tour Fotografico della Sicilia” da lei interamente ideato ed organizzato.

    La spontaneità di questa donna è apparsa sin dall’inizio. Lei preferisce tenere in mano una macchina fotografica, ma questa è la strofa principale di molte dichiarazioni da parte di fotografi e fotografe. Vera Terranova ha semplicemente raccontato, cosa prova, quando per mesi sta in giro in altri “luoghi e con altre persone”. Lei che è partita, come molti, dalla fotografia analogica e per abituarsi al digitale ci ha messo un po’. Nel video – contenente un lungo viaggio in Asia – in cui era presente anche una foto scelta dal “National Geographic”, non troverete foto “turistiche”, ma espressioni di un modus vivendi. Durante la narrazione, e lo scambio di visioni e curiosità con il pubblico presente, Vera Terranova ha trasmesso passione e grande competenza. Professionalità maturata lungo la sua vita. Di questo, in fondo, si è trattato: di Vita – la sua – mescolata ad altre vite. Condividendo il viaggio con il compagno Ivano Lupini. Emozioni che si accavallano ad altre emozioni, in una narrazione – quella di Vera – a cui in un naturale duetto, si è aggiunta quella del compagno – con la presenza del coro –, il pubblico.

    Incantati dalla proiezione, avvolti dalla perfetta fusione tra immagini e suoni – anche sotto questo aspetto l’unione tra Vera e Ivano è palpabile – noi, lì presenti, sembravamo attratti per effetto di uno strano magnetismo. Era la condivisione, seppur differita dalle immagini, con altre genti. Sguardi, sorrisi – che la stessa Vera ha definito “naturale e universale passepartout”–e gesti; in una quotidianità distante da noi, che ci ha reso più vicini.

    Vera Terranova fotografa “a colori”, sebbene abbia lasciato spazio al “bianco e nero” per dar risalto ad alcuni ritratti. Come lei stessa ha dichiarato: «Io fotografo a colori anche quando uso il bianco e nero».

    Un’emozione restituita a ogni passaggio di scatto. Un tempo “sospeso” che non immobilizza, ma rende giustizia a esistenze intercettate dall’altrui curiosità. Fame di scopertache non oltraggia, ma accarezza con l’occhio. Questo è ciò che la fotografia di Vera Terranova offre: visione sull’alterità e di riflesso, conoscenza di sé.

    Lisa Bachis

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