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Taormina. Riaperta al pubblico la cripta dell’ex chiesa del Carmine ERNESTO DE LUNA

Taormina. Riaperta al pubblico la cripta dell’ex chiesa del Carmine In evidenza

Giovedì 21 marzo, una nuova inaugurazione è avvenuta all’interno dell’ex chiesa del Carmine a Taormina. La cripta presente nell’edificio dove sono i resti del Putridarium è stata restituita alla pubblica fruizione.  Questa inaugurazione è stata preceduta da un’altra, quella della mostra fotografica di Gios Bernardi – medico e appassionato fotografo – che in “Gente cha va – Storie di emigrazione”, ha narrato, attraverso i suoi malinconici e struggenti scatti, il flusso migratorio del Sud Italia verso le terre promesse del Nord e di altri luoghi europei, quali la Germania o la Svizzera. Un reportage realizzato tra gli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo, nello svolgimento in “tre tempi”: partenza con “truscie e valige di cartone” dai luoghi d’origine, sino alle mete dove il sole è un lusso di luce pallida, e il profumo del mare – che trasporta cristalli di sale e aromi di alghe e pesci – diviene ricordo da appuntare dentro gli abiti, insieme alle fotografie dei propri cari. Le nostre regioni a Sud erano strette in un abbraccio di mani che si sfinivano di saluti, e occhi che si interrogavano sul futuro; i volti segnati da denti chiusi per lasciare spazio a pensieri pesanti e lacrime. La casa è casa, e mai come qui al Sud siamo radicati fitti fitti, attorcigliati attorno ai nostri rami che si fanno radici e si immergono nella terra e dentro il mare. Rami che si protendono e diventano mani per acchiappare il cielo. Perché il cielo, il mare e la terra, da noi, hanno colori netti e densi, tanto che si fa fatica ad affondarci dentro. Sono talmente forti e spessi che sembrano rimandarti indietro, ma noi siamo abituati a strappare briciole di pane dai granelli di sabbia e la nostra gente, in partenza, le radici se l’è strette al cuore anche se in quei momenti somigliavano a spine che bruciavano il costato. La mostra, a cura di Paola Bernardi, oltre alle immagini riporta parole: quelle del poeta Mario Beber ed è coallestita da Paola Bernardi e Manuela Baldracchi. L’esposizione sarà aperta fino all’8 aprile dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 13, e dalle 15 alle 19.

L’inaugurazione del 21 marzo scorso ha, dunque in un certo senso, completato un viaggio. Dalle scene di vita di generazioni di nostri parenti e amici, al viaggio “ultimo”; atto finale di un percorso esistenziale che ci ricorda come tutti siamo pulvis et umbra e che quelle radici, che non vogliamo sradicare, saranno nutrite da ciò che resta di noi. Ma sebbene, finito e mortale, l’uomo ha da sempre avuto l’esigenza di “essere” anche dopo la morte attraverso memorie e resti. La riapertura della cripta, è la restituzione alla fruizione di un’importante testimonianza del rapporto con i defunti e rende d’obbligo la riflessione sulla vita oltre la morte durante il corso degli eventi storici. «L’ex chiesa del Carmine» – ha sottolineato il Sindaco Mario Bolognari –, «è un edificio, del XVII secolo, in uso ai frati Carmelitani; distrutto durante i bombardamenti del luglio 1943, e restaurato negli anni ottanta del XX secolo, dopo che il Cavalier Zuccaro lo aveva acquistato per donarlo alla Città di Taormina». L’importanza di questa riapertura è stata ribadita anche dall’assessore alla Cultura Francesca Gullotta e dall’archeologa, la dottoressa Cettina Rizzo, che ne ha curato l’iter di restituzione. Inoltre l’auspicio e l’intendimento è proprio quello di avviare un percorso di recupero e valorizzazione delle altre cripte presenti in vari edifici religiosi cittadini, in collaborazione con l’arcipretura rappresentata da Monsignor Lupò. Si pensi alle cripte di Santa Caterina o a quella del Varò. Un percorso, che possa creare un nuovo circuito culturale, visto l’interesse per i Putridaria e la tradizione presente nell’isola, dove esempio a noi vicino è quello di Savoca.

Un viaggio, quindi, che consenta di riportare alla luce un altro tassello della memoria storica di questa città dalle numerose stratificazioni.

Interessante, a tal proposito, è quanto esposto dalla dottoressa Rizzo e che è stato puntualmente riportato sul pannello espositivo, posto nei pressi dell’ingresso alla cripta:

La pratica funeraria delle sepolture nelle Cripte delle Chiese che si diffuse nell’Italia del Sud tra il XVII ed il XVIII secolo (e perdurò in alcuni casi anche nei secoli successivi), riservava un’attenzione speciale al trattamento prolungato dei corpi, procrastinando l’avvento della sepoltura definitiva.

Alla piccola cripta posta al di sotto della pavimentazione della Ex Chiesa del Carmine, si accede attraverso delle scalette che introducono ad un piccolo ambiente rettangolare con copertura a volta. Esso mostra lungo le pareti una serie di nicchie provviste di sedili in muratura (colatoio a seduta) in cui venivano murati dei cantari (vasi a forma cilindrica) ciascuno dotato di un foro centrale. Il cadavere del defunto era collocato in posizione seduta in modo da far confluire i liquami prodotti dalla putrefazione direttamente all’interno del foro collegato ad una canaletta di scolo. Una volta che il processo di scolatura fosse terminato, che la decomposizione avesse fatto il proprio corso lasciando le ossa libere dalla parte putrescibile, i resti scheletrici del post craniale erano spostati nell’ossario, mentre il cranio, simbolo dell’individualità del defunto, era posizionato su di una mensola.

Nello stesso ambiente è presente un altare, che testimonia come occasionalmente all’interno della cripta vi fossero celebrate funzioni religiose.

Per chi volesse visitare la chiesa e la cripta, gli orari sono dal martedì alla domenica, 10-13 e 15-19. L’ingresso è libero, non si paga ticket, e si può accedere alla cripta in piccoli gruppi, non più di quattro o cinque persone.

Lisa Bachis

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