“La Sicilia nel cuore” di Milena Privitera. Un fiore donato all’Isola e alle donne

“La Sicilia nel cuore” di Milena Privitera. Un fiore donato all’Isola e alle donne In evidenza

Milena Privitera è giornalista, insegnante, attiva nel campo del volontariato perciò potrei impostare la mia recensione partendo da dati di fatto.

Non sarebbe, però, corretto perché ignorerei il collante fondamentale che mi lega a questa donna “bella” in ogni senso: l’affetto e l’amicizia. Ero in attesa dell’uscita della raccolta di racconti di Milena, La Sicilia nel cuore, edito da Algra. L’aspettavo perché sapevo che il testo sarebbe stato esattamente come lo avevo immaginato: curato e diretto al cuore dell’Isola. Talune cose, naturalmente, le conosco vista l’amicizia che ci lega. Tra amiche ci si scambiano confidenze, opinioni a tutto campo, e la prorompente spontaneità di Milena “una che non le manda a dire e ve le dice dritte in faccia guardandovi negli occhi” vi dà il certificato di autenticità sui suoi sentimenti e su ciò che di questo “essere donna” ha trasferito tra le pagine di questo libro. Abbiamo un’amicizia costruita su passioni comuni, io e Milena. Nel testo ho ritrovato il suo pensiero, la sua correttezza etica e umana, ad ogni passo. Milena Privitera in La Sicilia nel cuore non parla di sé; racconta – in un fluire di microstorie che compongono motivi floreali su un panno di lino – la macro storia dell’Isola. Questi racconti “storici”, volutamente scelti e ispirati a donne realmente esistite, contengono chiara l’idea di Milena sul ruolo e l’importanza che “le viaggiatrici” hanno avuto nella descrizione della Sicilia tra Ottocento e Novecento. La volontà è stata quella di togliere il velo di offuscamento sulla memoria per riconsegnare queste donne al diritto di testimonianza e alla nostra storia, attraverso la sua scrittura. Due sezioni raggruppano quindici storie suddivise tra XIX e XX secolo. Il testo di Milena non vuole essere “femminista” o “politicamente corretto”,suddividendo in quote rosa narrative il vissuto delle viaggiatrici. Si tratta di un omaggio floreale a loro e a noi. Fiori tra i fiori nei campi di questa nostra terra che incantò, confuse e scatenò passioni contrastanti per le contraddizioni e l’humus delle differenze da cui è composta. Un nuovo sguardo “di donna” sul tema del Grand Tour attraverso gli occhi di altre donne; fusione di cuore e intelletto, viscere e cervello. Donne differenti, provenienti da un’Europa che si disponeva a cambiamenti epocali. Pioniere e portatrici ribelli di un’emancipazione – che in una Sicilia post unitaria sonnacchiosa e rapida nel cogliere opportunità di sopravvivenza – parla per loro bocca. Milena Privitera ne ha tracciato dei ritratti non ideali ma veritieri pur usando il metro del racconto. Le fonti sono state approfondite e analizzate; lo stile è inconfondibile. Lei non ama le eccessive lunghezze o la ridondante prosopopea. Asciutta, accurata, diretta, pulita, la narrazione mette in evidenza i caratteri delle protagoniste: le donne viaggiatrici e l’Isola. La Sicilia svelata negli usi, nei modi di dire, nei caratteri ombrosi e generosi; solitari e collettivi. Le viaggiatrici di Milena – compagne di viaggio in questo tour letterario – osservano, condividono pensieri, ragionano e dicono insieme a Milena, che diviene amica, confidente e medium, per trasmettere emozioni, sensazioni e amore. Tanto amore.

Ogni racconto è unico come lo è ogni donna presente nel testo. L’intento di Milena tuttavia non è quello di dare una visione romantica dalle sfumature melensi. Consuelo Consoli che ne ha scritto la bella prefazione lo sottolinea: «Le viaggiatrici di Milena, però, non si limitano registrare realtà lontane anni luce dai loro civilissimi ed evoluti salotti londinesi di origine, bensì denunciano, contestano, propongono riforme».

Naturalmente, ve ne sono alcune legate agli ambienti d’origine e poco propense a voler permanere a lungo nell’isola. Charlotte Mary Nelson Bridport mostra la sua insofferenza nei confronti dei siciliani che le «apparivano arroganti, prepotenti. Tutti bassi, scuri, capelli crespi e baffi impomatati. Alcuni erano così olivastri di carnagione da sembrarle orientali. L’intera isola eramaschile, le donne si vedevano di rado e anche in casa erano al servizio degli uomini. Ai suoi occhi troppo ignoranti e sottomesse». Altre sono “pasionarie” che non si sottraggono all’impegno politico e al vento del cambiamento del XIX secolo.  Speranza Von Schwarz – alias Elpis Melena – è la donna più importante, dopo Anita, nella vita di Garibaldi. Una compagna, un’amica fidata e solida. Una rivoluzionaria che per amore – quell’amore che solo le donne sanno trasformare in energia e azione – sostiene attivamente il generale. Garibaldi, uomo volubile, ha ammirazione e trasporto sincero verso di lei. Lei ha compreso la sua natura, non s’illude ma non lo abbandona, tanto che lo stesso Garibaldi, nella lettera indirizzatale e che costituisce l’incipit del racconto, scrive: «Nell’avvenire io sarò fiero di appartenerVi, e illimitatamente; dunque io sarò più felice quanto più di me disporrete. […] Non dimenticate il Vostro più indegno sì, ma più volenteroso soldato, sempre pronto a servirVi in qualunque circostanza, in qualunque parte dell’Europa».

La Sicilia nel cuore, a mio avviso, aggiunge un tassello importante al tema del Grand Tour e della letteratura di viaggio. Leggendo questi racconti mi è tornata alla mente un’altra donna che ha scritto alcuni saggi fondamentali sui viaggiatori tra XVIII e XIX secolo: Hélène Tuzet. Un’altra donna che fece un viaggio in Sicilia nel XX secolo e se ne innamorò.

Viaggiatrice per “ritrovare la Sicilia stessa”. Il medesimo impulso cheha sospinto le viaggiatrici di Milena Privitera, facendocele riconoscere come vicine, conosciute. Amiche.

Lisa Bachis

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  • Il viaggio di Dante al ritmo di Jazz all’Odéon di Taormina

    La programmazione “Autunno all’Odeon” della “Fondazione Taormina Arte Sicilia” – che avrà termine domenica 20 ottobre –, ad ogni spettacolo, ha riservato non semplici emozioni ma occasioni di riflessione che vanno al di là della messa in scena per intrattenere. Gli spettacoli, dal teatro alla musica alla danza, sono stati autentici percorsi in cui chi assiste ne esce trasformato. Così è stato, lo scorso giovedì 10 ottobre, con “Note dell’Inferno – Dante in Jazz” di e con Gigi Borruso. Uno spettacolo sperimentale che ha tradotto – nel senso del traghettamento – il viaggio iniziatico e gnoseologico dantesco. Qui, «le improvvisazioni e i virtuosismi musicali di Diego Spitaleri e Fabio Lannino» hanno dato luogo a «un gioco letterario e musicale, ironico e delicato, che intende esaltare la dimensione musicale della “Commedia”, interpretando l’opera dantesca in tutta la sua pregnanza linguistica e semantica, attraversata dagli scarti e dalle improvvisazioni del jazz».

    La voce chiara e plastica di Gigi Borruso si è fatta essa stessa strumento accompagnando la riscrittura musicale di Spitaleri e Lannino. La biografia di questo eccezionale interprete parla manifesto e non lascia spazio a cattive traduzioni:

    «Formatosi alla Scuola Teatro di Michele Perriera, entra a far parte della compagnia del Teatés, dove è protagonista del teatro di Perriera fra gli anni Ottanta e Novanta. Si è dedicato anche alla didattica teatrale insegnando presso diverse realtà siciliane. Dal 1995 al ‘99 collabora intensamente con il “Teatro Biondo Stabile” di Palermo, sotto la direzione di Roberto Guicciardini come protagonista in alcuni dei più noti spettacoli del maestro toscano. Collabora con la RAI, sin dagli anni Ottanta, come attore, doppiatore, programmista-regista».

    Il viaggio ha condotto, passo dopo passo, gli spettatori a sentire con corpo e mente ciò che si prova ad attraversare i gironi danteschi. E se Dante, con l’ardire e l’ardore delle terzine e delle figure retoriche e della filosofia che è canto poetico, stenta a trovare “il giusto dire” già nel  Canto I

    Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,

    tant’era pien di sonno a quel punto

    che la verace via abbandonai

    immaginate quale scalata verso la conoscenza ci abbiano offerto Borruso, Spitaleri e Lannino. Tanto che, più seguivo lo spettacolo, e più avevo certezza che “Note dell’Inferno” andrebbe incluso nell’attività didattica delle scuole. A questi ragazzi, attratti da fumi virtuali e distratti da mille rivoli di scintillante vacuità, si potrebbe fare assaporare “il verbo rivoluzionario” del Poeta, secondo il modulo di una differente interattività dato non da una LIM, bensì fornito dalla riscoperta dell’ascolto della parola. Parola che si fa suono, ritmo e canto nel valore pedagogico che teatro e musica custodiscono da sempre, sin dal seme delle origini. In tempi poveri di spirito, intrisi di fretta perbenista e di filantropia da tavola calda; in un mondo largo di impulsi e stretto nell’individualismo. In una società imbottita di anestetici nonostante il bombardamento mediatico –, che ci rende intontiti e apatici innanzi alle vere bombe e ai massacri –, in questa società, si dovrebbe ripartire da ciò che si è abbandonato negli sgabuzzini del vintage, e riattualizzare un modo antico dell’insegnare, legato alla cultura dell’oralità. Immaginateli i ragazzi che ascoltano dell’amore che ha le sue regole e va contro le convenzioni pur se queste conducono alla condanna senza appello. Loro, che ancora sanno tirarsele fuori dal petto quelle emozioni e sanno qual è la vera radice della rivoluzione. Immaginateli, nel momento in cui Dante prova compassione perché riesce a veder oltre e sa che l’amore abbatte le barriere del giudizio. Eccolo là, alla domanda fattagli dalla sua Guida, Virgilio, nel Canto V:

    Quand’io intesi quell’anime offense,

    china’ il viso e tanto il tenni basso,

    fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».

     Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,

    quanti dolci pensier, quanto disio

    menò costoro al doloroso passo!».

          Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,

    e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri

    a lagrimar mi fanno tristo e pio».

    Il teatro e la musica devono trovare più spazio nelle scuole, insieme alla poesia. L’attualità contenuta in questi versi ci dovrebbe far vergognare e piangere delle nostre umane miserie; ai ragazzi di questo dobbiamo tornare a dire. Borruso, Spitaleri e Lannino ci hanno offerto una diversa chiave di lettura della “Commedia”. Lo hanno fatto sino a che, anche noi, non abbiamo compiuto la prima tappa del viaggio, che si conclude con il Canto XXXIV:

    Lo duca e io per quel cammino ascoso,

    intrammo a ritornar nel chiaro mondo;

    e sanza cura aver d'alcun riposo,                          

    salimmo sù, el primo e io secondo,

    tanto ch'i' vidi de le cose belle

    che porta 'l ciel, per un pertugio tondo.                  

    E quindi uscimmo a riveder le stelle.

    A chi, invece, modula le varie sfumature del linguaggio in veste di scrittore, attore, sceneggiatore, regista, musicista, mi preme citare ciò che Pavese scrisse in “Ritorno all’uomo” nel 1945, poiché noi tutti abbiamo una grande responsabilità: quella di Essere Umani.

    «Parlare. Le parole sono il nostro mestiere. Lo diciamo senza ombra di timidezza o di ironia. Le parole sono tenere cose, intrattabili e vive, ma fatte per l’uomo e non l’uomo per loro. Sentiamo tutti di vivere in un tempo in cui bisogna riportare le parole alla solida e nuda nettezza di quando l’uomo le creava per servirsene. E ci accade che proprio per questo, perché servono all’uomo, le nuove parole ci commuovano e ci afferrino come nessuna delle voci più pompose del mondo che muore, come una preghiera o un bollettino di guerra. Il nostro compito è difficile ma vivo. È anche il solo che abbia un senso e speranza. Sono uomini quelli che attendono le nostre parole, poveri uomini come noialtri quando scordiamo che la vita è comunione. Ci ascolteranno con durezza e con fiducia, pronti a incarnare le parole che diremo. Deluderli sarebbe tradirli, sarebbe tradire che il nostro passato».

    Lisa Bachis

  • L’Odéon di Taormina ha accolto in un immenso abbraccio l’Orchestra a Plettro

    Sabato 5 ottobre, clima d’autunno siciliano. La città è effervescente di turisti, soprattutto stranieri, curiosi di tutto ciò che è nostra tradizione, storia, costume, vita vissuta. Questo è stato il nutritissimo pubblico che ha riempito la cavea dell’Odeon di Taormina insieme ai sempre affezionati taorminesi, che mai si perderebbero un concerto della “loro” orchestra. Un teatro, l’Odéon, che ha rimandato intatte tutte le vibrazioni musicali e la gioia che il pubblico ha provato nell’eccellente esecuzione, diretta dal Maestro Antonino Pellitteri.

    L’introduzione della storica realtà taorminese, è stata affidata a Milena Privitera – responsabile ufficio stampa di “Taormina Arte” –; anche questo concerto infatti è inserito nel programma degli spettacoli di “Autunno all’Odéon”. La giornalista ha evidenziato l’importanza rivestita dall’Orchestra, all’interno panorama culturale cittadino, presentando il suggestivo programma offerto al pubblico:

    «Fiore all’occhiello della città l’Orchestra – fondata agli inizi del secolo scorso da alcuni musicisti taorminesi – si è evoluta lungo il corso degli anni diventando una realtà stabile, richiesta in tutto il mondo, dall’Europa agli Stati Uniti. Dopo il successo dello scorso anno, verranno riproposti alcuni tra i grandi classici del suo repertorio. In un immaginario viaggio musicale tra classico e moderno, tradizionale e contemporaneo, dalle note del celebre “Intermezzo” tratto della “Cavalleria rusticana” di Mascagni, alla scelta tra le belle colonne sonore, scritte da compositori come Ennio Morricone. Ad antiche e tradizionali romanze siciliane saranno alternate nuove composizioni di autori siciliani contemporanei. Tra i brani in programma, anche una composizione del musicista taorminese Pancrazio Gulotta scritta nel 1961 appositamente per l’Orchestra a Plettro Città di Taormina. In programma, inoltre, musiche di Sollima, Incudine e Pullara, compositori siciliani contemporanei ma anche la celebre mattinata siciliana “E vui durmiti ancora” e celebri canzoni della tradizione partenopea».

    Un concerto non solo affollato ma carico di gioiosa umanità. Ci si sentiva a casa. Il pubblico ha apprezzato i virtuosismi dei concertisti e di più ha sentito le “buone vibrazioni”, in un’esplosione di suoni e canto. Infatti, per la prima volta, insieme all’ Orchestra, la Soprano Francesca Adamo Sollima. Bellissima donna che, con grazia, eleganza e manifesta bravura, ha donato tecnica e cuore.

    Elisabetta Monaco, presidente dell’associazione “Orchestra a Plettro Città di Taormina – nonché musicista in seno alla stessa come liuto cantabile – in merito all’importanza che questa realtà ha per loro, ha risposto:

    «I musicisti della nostra orchestra, sia amatoriali che professionisti, sono motivati esclusivamente da una grandissima passione. Per noi, l’Orchestra, prima di tutto, significa condivisione e poi ancora apertura e confronto, impegno e studio, aggregazione e affiatamento. Significa tenere sempre viva una lunghissima tradizione tutta taorminese, tramandando ai più piccoli la stessa nostra passione. Quella che è stata dei nostri maestri. Significa essere felici di regalare emozioni al nostro pubblico. E significa portare e far rimanere, nel cuore di chi ci ascolta, il nome della nostra Taormina».

    Tuttavia, fra tutti, il primo a essere commosso, per aver avuto ancora una volta l’onore di dirigerla, è stato il Maestro Pellitteri, il quale ha mostrato viva gratitudine verso la “Fondazione Taormina Arte Sicilia”, per lo spazio e il valore dato all’Orchestra.

    Lisa Bachis

     

     

     

  • Taormina. L’Autunno all’Odeon si è aperto nel rispetto dei differenti “Punti di vista”

    23 settembre, Equinozio d’autunno. Un pomeriggio, quasi crepuscolare, ha regalato impressioni, sospese tra l’umido dello scirocco e il cambiamento che ad ogni passaggio, Madre Natura regala ai mortali. Anche quest’anno, l’Odeon di Taormina si è offerto in tutta la sua sacralità, poiché tali erano considerati i teatri nell’antichità. Essi erano architettura sacra e custodi delle parole del Dio, che espandeva la propria voce attraverso i gesti e la mìmesis degli attori, e tornava a risuonare, spinto dal rimbombo delle maschere sulla scena. La voce si propagava, rimbalzando come martellìo dalle parole del coro, per adagiarsi come mano amica sulla spalla del pubblico. L’Odeon è stato inaugurato, secondo classico rituale, alla presenza dell’Assessore alla Cultura della Città, Francesca Gullotta, alla presenza del Direttore del “Parco archeologico Naxos Taormina”, l’archeologa Gabriella Tigàno; alla presenza del Commissario della “Fondazione Taormina Arte Sicilia”, Pietro Di Miceli e del Direttore Generale Ninni Panzera. Ad aprire la programmazione, la Compagnia Nèon con “Punti di vista”, scritto e diretto da Monica Felloni.

    Comprendere il senso di questo spettacolo, e di questa scelta “benedetta” dal genius loci, è fondamentale per entrare dentro a ciò che si è vissuto, durante l’Equinozio d’autunno, all’Odeon. Le note, sulla Compagnia Nèon, riportano ciò che queste magnifiche persone hanno abbracciato come ideale di vita:

    La Compagnia, fondata nel 1985, da Piero Ristagno e Monica Felloni ha all'attivo oltre 30 produzioni teatrali di grande suggestione ed emozione. Diversi i riconoscimenti, tra i quali, nel novembre del 2013, il Premio “Teatri delle diversità” condiviso con l’Associazione Nazionale Critici di Teatro. Dal 1989 ad oggi, l’associazione ha curato oltre cento laboratori di teatro, di espressione corporea, di scrittura poetica, aperti a chiunque voglia imparare, condividere, creare. Negli spettacoli targati Nèon tutte le forme espressive vengono sondate, plasmate, miscelate: danza, canto, recitazione, arti visive, mimica. Il corpo è lirica incarnata, segno responsabile. Responsabile di quel che si esprime. Il dramma convive con la commedia, la tragedia sublimata nell’ironia.  La poetica, irrorata dalle frequentazioni con Calvino, Roversi, Fortini, Pasolini, Saramago, Whiltman, Tabucchi, Shakespeare, alimenta le opere della compagnia che fa della eterogeneità un corpo unico in movimento. Gli attori di Neòn Teatro è come se ogni volta annunciassero di essere qui. Come una canzone d’amore. La produzione, appositamente creata per l’inaugurazione, conferma che ogni possibile distinzione tra diversi può scomparire e ogni singola diversità può diventare il fulcro significativo dell’essere umano. “Punti di vista”, racchiude tutti i precedenti spettacoli creati dalla Compagnia Nèon tra i quali “Magnificat”, “Ciatu”, “Invasioni”, “Boxeurs”.

    Una sacra rappresentazione si è svolta all’Odeon. Tutti ne hanno preso parte attiva e ne sono usciti trasformati. Gli attori professionisti e non, gli artisti con “abilità diverse” che hanno annullato differenze e abbattuto barriere, che prima d’essere architettoniche sono mentali. Hanno liberato tutti; hanno condotto gli spettatori, per mano, a vivere la metamorfosi che li ha fatti regredire allo stadio di bozzolo, prima di potersi trasformare in esseri alati. Gli attori hanno distrutto le corazze forgiate dai pensieri limitanti. Loro hanno condotto tutti sulla via della libertà primordiale che lega gli umani. Loro, liberi, hanno fatto scendere gli spettatori negli abissi delle paure più profonde: non essere accettati per ciò che si è; terrore di non piacere. Rifiuto di se stessi. Perché in fondo, i veri disabili siamo noi, arroccati su parole schedate e pensieri uniformanti. La Compagnia Neòn ha donato “pensieri nuovi” insieme a parole, germogliate attraverso i “diversi punti di vista”.

    Il restyling dello spazio archeologico è stato realizzato grazie all’intervento finanziario di Sensi Contemporanei, dell’Agenzia per la Coesione Territoriale, il Mibac e la Sicilia Film Commission.

    Un luogo, l’Odeon, che è sacro anche per chi si spende e lavora in questo campo. Francesca Cannavò – responsabile degli allestimenti e delle scenografie per la “Fondazione Taormina Arte Sicilia” – ha gentilmente dedicato un po’ del suo tempo per rispondere alle mie domande. Perché è importante osservare, anche, attraverso gli occhi di chi questo mondo lo vive dall’altro lato, e con un diverso “punto di vista”.

    • «Francesca, lei ritiene che lo spirito del luogo sia stato rispettato dopo il restauro?».
    • «Io ritengo che ogni luogo conservi la propria anima da quando viene generato, l'Odeon nasce, come sappiamo, per ospitare performance di musica e o teatro o comunque incontri fra i cittadini. Quello che si è inteso fare, poterlo rigenerare nella propria funzione. Abbiamo ricostruito, con strutture temporanee, il modulo della cavea crollato per ospitare più persone».
    • «Quanto coinvolge lei e la sua squadra, lavorare in questo mondo?».
    • «Con la mia attività di scenografa, vivo il teatro da oltre 30 anni. Il confine fra la mia vita e il mio lavoro non esiste; il mio gruppo di lavoro vive intensamente ogni programmazione ed esecuzione con il trasporto necessario per ogni nuova gestazione. Ci occupiamo del Teatro Antico e abbiamo ridato vita ad altri siti archeologici, nati per ospitare spettacoli. La gente ha bisogno di tornare ad emozionarsi in teatro, bisogna aprire gli spazi per generare cultura...Viva il teatro!».

     

    Il programma “Autunno all’Odeon” organizzato dalla “Fondazione Taormina Arte Sicilia”, dopo il successo dell’inaugurazione, prosegue con quattro concerti, che spaziano dal classico al jazz, dalle arie di note opere liriche al contemporaneo.

    Giovedì 26 settembre, “Carmen Avellone & Vito Giordano Quintet guests: Brass Talents”. Un concerto dedicato al jazz mainstream, con due interpreti eccezionali, Avellone e Giordano, accompagnati da una ritmica formata da alcuni maestri di alto livello esecutivo ed artistico della Fondazione “The Brass Group”. A completare l’esibizione, alcuni giovani talenti in rampa di lancio internazionale quali Gaetano Castiglia (Tromba) e Alessandro Laura (Sax).

    Venerdì 27 settembre, Bepi Garsia "Musiche del nostro tempo”, un programma quanto mai affascinante, originale negli adattamenti e in buona parte anche inedito quello proposto nel recital del pianista Bepi Garsia. Il repertorio, infatti, disegna un viaggio che parte da temi poco frequentati, e per la prima volta eseguiti a Palermo, scritti dal compositore romano Pino Marcucci e, toccando la celebre “Rapsodia in blu” di George Gershwin, nella rara versione per solo piano, giunge fino a Debussy. Altra chicca del programma, è l'esecuzione di “Pour le piano” di Claude Debussy, una suite che il grande autore francese terminò e pubblicò nel 1901.

    Sabato 28 settembre, l’originalità e l’estrosità del Maestro Maurizio Mastrini incanterà il pubblico presente. A dieci anni dal suo debutto, uno dei pianisti più apprezzati in Italia, suonerà al pianoforte alcuni dei suoi brani più importanti scritti ed eseguiti durante la sua attività pianistica con l’inserimento di alcuni inediti di grande respiro musicale tra cui il funambolico “Excellence” in cui il pianista miscela passione e virtuosismo.

    Domenica 29 settembre, “I solisti di opera laboratorio”, gruppo di giovani solisti, provenienti da Palermo e noti in molti teatri del mondo, intratterranno il pubblico con le più famose arie d’opera tra cui quelle di Verdi, Donizetti, Puccini, Mascagni e Bellini. Ad accompagnare i cantanti Natasha Katai Ciappa, Floriana Cicio, Luisa Filizzola, Lorena Scarlata Rizzo, Gianmarco Randazzo, Christian Rimasti, Andrea Ciacio, Davide Romeo, Antonino Tranchina e Rosolino Galioto, al pianoforte: Beatrice Cerami e Danilo Lombardini.

    La stagione Autunno all’Odeon è sostenuta dagli Assessorati Regionali Turismo, Sport e Spettacolo, Beni Culturali e dal Comune di Taormina.

    Lisa Bachis

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