“DIARIO SOTTOVENTO” di Rosalda Schillaci. Ritrovarsi attraverso la “Proesia”

“DIARIO SOTTOVENTO” di Rosalda Schillaci. Ritrovarsi attraverso la “Proesia” In evidenza

Sabato 3 agosto, alle 19:00, presso il “Museo del Carretto Siciliano” ad Aci S. Antonio – comune della Città Metropolitana di Catania – sarà presentato l’attesissimo testo di Rosalda Schillaci, autrice eclettica e raffinata poetessa. DIARIO SOTTOVENTO - Certe tempeste incerti angoli di vita è edito da Algra. All’incontro interverrà la giornalista Agata Spinto e le letture saranno a cura di Laura Galvagno e Antonio Magrì.

Il testo della Schillaci ci regala una nuova e rarissima perla. Il percorso intellettuale espresso mediante le scelte “rivoluzionarie” di questa donna, dalla complessa e affascinante sensibilità, trova una rotonda maturazione del frutto migliore di un raccolto di esistenza, che si mostra con garbo e decisione tra le righe di questo terzo testo, e s’aggancia in un naturale abbraccio ai precedenti, Infiniti Definiti e Istintu di Jinestra. I giochi e le sperimentazioni linguistiche tornano a dialogare con noi, irretendoci in una tela di ragno da cui non s’esce, se non dopo aver percorso con meditata pazienza il labirinto delle parole. Tutti noi siamo chiamati a giocare una partita a scacchi, la quale impegna sino all’ultima mossa ma non detta la fine assoluta. Il gioco si gioca, subisce battute d’arresto, segna tempi d’inizio che divengono cifra del divenire stesso della vita. Tale è il DIARIO SOTTOVENTO - Certe tempeste incerti angoli di vita, e lo asserisce la poetessa quando scrive:

«In ognuno di noi si nascondono paure e fragilità e qualcuno, con la poesia, è così folle da mostrarle al mondo».

Nella nota introduttiva, è chiaro l’intendimento della Schillaci. Un testo non più poetico e non solo di prosa, ma come lei stessa precisa nei contorni di un neologismo è “Proesia”; miscela selezionata del verso poetico che irrompe tra gli spazi destinati alla prosa, e della prosa che si regala aliti di evocazione lirica, in mosse e contromosse secondo regole di una scacchiera, in cui i pezzi sembrano assumere i tratti di ballerini che seguono mosse trasformate in passi, rimbalzando tra il valzer e il tango. La scena è il mondo: quello dell’autrice e quello che gli altri introducono nel suo universo. Il piano dell’opera si articola in sette tratti – corrispondenti ai giorni della settimana – e in chiusura, un tratto aggiunto che s’apre “a un nuovo lunedì”. Le parti in prosa si sposano con le 53 liriche presenti, dando forma al diario. Pagine in cui l’intimità, la lotta contro se stessi e il serrato confronto con l’altro ci conducono dentro l’essere più profondo della scrittrice e ci chiamano al processo di noi stessi. L’altro – che appare estraneo, distorto e deformato dai pregiudizi e dalle paure –, una volta terminato il viaggio, appare riconciliato e stretto a noi indissolubilmente. Noi siamo l’altro, e l’altro da noi è la poetessa, che è oracolo. La verità non acquieta e rende le notti insonni, agitate da troppo sentire. L’oracolo ci sussurra nelle orecchie e soffia fiato sin dentro i nostri stomaci. Dobbiamo prendere parte al dialogo. Esso è prima ascolto d’ogni risposta. L’altro, l’oracolo, siamo noi.

Nel “Primo tratto. Chi è di scena oggi”, il manifesto della Schillaci va dritto al punto:

«Insistere, insistere, insistere. Esistere…

Chi vuole segua la sua parte scritta, io proseguo per la vita senza fogli, figli, bussole.

Cercherò luce tra fari e stelle mentre stenderò passione sulla pelle, che prenda il posto di brividi e assenze.

Si vive non solo con sé, ma con ogni cosa fuori di sé».

La rivolta è in atto, non ci si può sottrarre. Non si rinuncia all’Essere, secondo ritmi umani e non stranianti. Dopo i traumi, le macerie e le scorie del vissuto, ci si vuol ritrovare. Non in un chiuso movimento dell’Ego, bensì nell’assunzione delle proprie responsabilità e nell’accoglienza degli altri esseri. La Natura, l’uomo, gli animali, tutto è in panica simbiosi. L’autrice appare impegnata a dondolare su un’altalena. La sospingono le passioni, gli affetti, i gesti di una quotidianità per nulla banale. I piedi sanno staccarsi da terra e alla terra sanno tornare, là dove ci sono radici antiche.

Avanziamo di un passo e ci ritroviamo nel “Secondo tratto. Risvegli fiorirono in respiri”. Un cammino dal sapore dantesco, ci induce a non dare nulla per scontato. L’autrice ci accompagna:

«Sono giunta qui davanti alla notte. Davanti alle nubi, toglierò fiato alla voce del dubbio che strappa, infrange, che scuote amanti. Lontano dal sonno, diventano un tumulto i dolorosi battiti del cuore e le mille offese ereditate dal tempo, che tolgono speranza».

Leggere il testo della Schillaci, è decidere di sperimentare ritmi diversi. Occorre predisporsi alla calma e non ci si può negare la riflessione. Entriamo in comunione con questa donna, che mai rinnega – così è nel “Terzo tratto. Vagando oltre le ferite” – d’essere siciliana:

«Sono nata in Sicilia, terra dalle mille contraddizioni, il luogo dove il sole scalda di più, e l’asprezza di spine dà il frutto succoso di Fichi d’India».

Identità che riporta all’origine della sua scrittura, tra interiorità ed esteriorità amalgamate in profumi e tradizioni, testamenti di cantori senza tempo, attraverso il tempo, in un’isola che si è formata tra geologia e mito. Il “Quarto tratto. Nel labirinto di nuvole” affonda ancora di più le unghie nella carne della Schillaci. Ella non si sottrae al dolore ma lo vive per purificarlo:

«Andando per luoghi dentro di me, mi accorsi di non avere gambe, né braccia. La bocca rimase muta, con gli occhi nel vuoto. Cercai nelle vene il sangue che volevo sentire caldo. Chi mi guardava mi sfiorava appena con lo sguardo, andava, affaccendato, distante. Fu così che mi fecero sentire di pietra e fu il sale la materia: l’essenza».

Essere ed essenza. Vivere nonostante la morte sia in agguato nell’ombra. Si può essere morti anche in vita, eviscerati da passioni e scintille creative. L’autrice lo sa, e la sua battaglia continua inesorabile nel “Quinto tratto. Tra silenzio e altro attimo”.

La lirica usa ogni arma a sua disposizione per piegare il verso al sentire del mondo. Assonanze, allitterazioni, enjambement, suadenti sinestesie, rime che trasbordano in similitudini ed accolgono allegoriche metafore. Siamo quasi giunti al giro di boa, emozionati e timorosi di insidiose rese dei conti.  Il “Sesto tratto. Sottovento”, dove «nella vita nulla è scritto, ma il pàthos dell’esistere, è il “tutto” di un foglio bagnato di felicità», ci invita al “Settimo tratto. Certe tempeste incerti angoli di vita”, a quei dodici passi che non avevamo calcolato nel percorso e che ci impegnano a rivedere i tempi della marcia, ad equipaggiarci meglio in sentimenti e pensieri. Questo testo esige lentezza e desiderio di scoperta.

La scrittrice ci conduce per mano, non ci abbandona, ma chiede rispetto come Donna e Persona. I modelli di questa scrittura sono diversi e alcuni assai noti: Anne Sexton, Erica Jong. Anne Sexton, è colei che in poesia ha realizzato l’emancipazione del linguaggio poetico femminile; emancipazione che in letteratura avvenne con Virginia Woolf. La poesia della Sexton, così come quella della Plath, è stata definita “poesia confessionale”. La scrittura ha valore gnoseologico, è strumento di conoscenza e catarsi dal dolore; unisce e riunisce psiche e poesia. La stessa Sexton sottolinea tale valore dello scrivere: «Ciascuno ha la capacità di mascherare gli eventi di dolore. La persona creativa non deve usare questo meccanismo. Scrivere è vita in capsule. Lo scrittore deve sentire ogni gonfiore graffiato fino al dolore in modo da conoscere le vere componenti di queste capsule».

Inevitabile quindi lasciarsi cadere nella vita di Rosalda Schillaci, e accettarne le conseguenze di lacerazione e congiunzione nel riscatto. Alla fine della partita si ha un nuovo inizio, il giorno ha inaugurato una nuova settimana dell’esistere, “Ricomincia nuovo tratto. Tutto si mette in moto all’improvviso”.

Lisa Bachis

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  • Leggere per R-Esistere. Rosalda Schillaci e il debutto da romanziera

    Un debutto in grande stile – Venerdì 6 maggio scorso, nella preziosa «Sala delle scuderie» del Castello Ursino a Catania, la scrittrice etnea Rosalda Schillaci ha presentato il suo primo romanzo, fresco di stampa, Quando le uova non si trovavano d’inverno, edito per Algra. L’evento ha trovato spazio all’interno della programmazione relativa al Maggio dei Libri, patrocinato dal Comune di Catania.

    Un appuntamento atteso dai lettori che da tempo seguono la produzione poetica e letteraria dell’autrice. Un incontro che ha mantenuto le promesse di suscitare curiosità e interesse attorno a questo nuovo nato. Il pubblico numeroso, ha visto al tavolo, insieme alla Schillaci, la presenza festosa dell’editore Alfio Grasso e la mia.

    Rammento ancora: era il mese di febbraio quando davanti all’ingresso del maniero federiciano siamo state immortalate in uno scatto, divenuto presagio augurale dell’evento di venerdì scorso. L’atmosfera, resa accogliente dagli ospiti intervenuti, è stata caratterizzata una interrotta chiacchierata con la Schillaci e mi piace menzionare, oltre all’intervento di apertura dell’editore Alfio Grasso, anche quello delle professoresse Gloriana Orlando e Caterina de Martino. Chi meglio di loro avrebbe potuto sviscerare con competenza e profonda umanità un testo – un romanzo storico – che deve entrare nelle scuole ed essere letto dai ragazzi, per far comprendere loro l’importanza della storia e della lezione di vita che essa lascia a ciascuno di noi.

    Tanti erano gli amici presenti perché chi è stato lì venerdì pomeriggio lo ha fatto anzitutto spinto da un moto di sincero affetto e di autentica stima nei confronti della Schillaci.

    Ho detto tante volte all’autrice, in privato e in pubblico, che si tratta di un testo benedetto. Un libro che merita un percorso luminoso, e di lettura consapevole, in un momento storico carico di nubi e di incertezze. Un testo che serva da viatico per aprire le menti e rischiarare le coscienze.

    A tal fine, credo sia appropriato riportare la prefazione – che sono onorata e felice di aver redatto – per entrare all’interno del romanzo Quando le uova non si trovavano d’inverno, la cui bella copertina riporta il particolare di un dipinto di Giacomo Ceruti del 1736, offrendo insieme al titolo il «Benvenuto» carico di buone speranze dell’autrice.

     

    PrefazioneIl percorso intrapreso da Rosalda Schillaci, non poteva che giungere sino a qui, a quest’ultimo nato. Dai giorni di Infiniti Definiti del 2017, con toni ed evocazioni di scuola leopardiana; sostando più e più volte nell’accogliente grembo della siciliana lingua materna, il cui florido risultato è stato Istintu di Jinestra del 2018, in cui palpitano i ritmi della poetica di Meli, Di Giovanni, Vincenzo De Simone, Micio Tempio, Ignazio Buttitta e di Salvatore Camilleri, per approdare al «Canzoniere» orchestrato in «tracce», di Diario sottovento del 2019, ove albergano taluni echi petrarcheschi. Un incessante oscillare tra la poesia e la prosa, tendendo come l’arco la freccia, la parola verso la desiderata ascesa alla consapevolezza di sé e alla compiutezza in quanto donna e scrittrice; muovendosi ora febbrilmente ora con ricercata lentezza nella sperimentazione della «Proesia». Sino a decidere di non potere più sottrarsi, e voler dare di scalpello nella ricerca di quello stile che si è tramutato nella prosa storica del romanzo, Quando le uova non si trovavano d’inverno.

    L’autrice sa bene il rischio di puntare su un genere che l’ha condotta a ridiscutere formule e a ridiscutersi, al fine di far naufragare le facili etichette semantiche, che spesso inchiodano un autore a dover essere celebrato a senso unico. La Schillaci ha messo ogni fibra del suo ingegno per scalare una nuova vetta e non ha disatteso le aspettative del lettore. Attese felici, che spera di non deludere così come si evince sin dall’affettuosa dedica:

    «Dedicato al lettore che ha scelto di sostare qui. Del tuo fiato vivranno i personaggi di questo romanzo che si offrono ai tuoi occhi, forse per uno strano disegno del destino. Tutt’attorno, tenendo questo libro tra le mani, accada un sommesso fluire di libere emozioni. Solo a te la scelta di vivere passioni e sogni, così fragili e umani. Tra realtà e finzione».

    Realtà e finzione, di questo si tratta. Nel tempo attuale, cimentarsi nel genere della narrativa storica è una scommessa di non poco conto. Anzitutto occorre una buona dose di pazienza aggiuntiva, poiché la ricerca di documentazione, l’attendibilità delle fonti acquisite e il fare la quadra con la cronologia hanno necessità di lavoro certosino e tempra da eroi. Inoltre, un romanzo ha sue schematiche articolazioni, risponde ad attacchi e armonie di stile, che non vanno fatte deragliare verso eccessive ridondanze o pindariche evasioni. Rigore, metodo, analisi e struttura della psicologia dei personaggi sono una palestra durissima. L’autrice anche stavolta, superando gli ostacoli del dire troppo o del dire troppo poco, si è distinta per tema e complessità dell’opera, regalandoci uno spaccato storico che si muove tra le testimonianze biografiche e l’affresco di un’epoca; quella che attraversa le due guerre mondiali, e si raccoglie tutta sino a svolgersi intera dal 1943 alla ricostruzione post bellica isolana. Tra i profumi offerti dalla Natura e dalle mani di uomini e donne, in un’arte del fare che travalica i confini spazio temporali, abbraccia i nostri sensi e cattura la nostra mente nell’ascolto di racconti, motti, modi di dire. Un magistrale sapere raccolto nei «cunti» e nelle prelibate ricette che, di generazione in generazione, sono trasmesse nel fluire di un prezioso patrimonio immateriale.

    Sì, perché anche stavolta, è la Sicilia a essere narrata in una versatile e accurata prosa. Prosa che fa l’occhiolino alla poetica luminosità del verso, costitutivo dell’essenza di questa brillante autrice. Un romanzo – come ho più volte sottolineato alla Schillaci dopo averlo letto e riletto –, che è testimonianza di vicende famigliari ma trascende i singoli per narrare di uomini, donne e bambini che hanno vissuto e attraversato l’orrore. Alcuni sono caduti nell’abisso per non far più ritorno nel mondo dei vivi; altri sono tornati da sopravvissuti e più morti dei morti; altri ancora hanno scoperto, dopo un viaggio lungo e periglioso, la redenzione del rinnovamento.

    Questa è dunque una storia di singoli ed è un romanzo corale, erede di quel Naturalismo e di quel Verismo, tanto caro, e non solo, a noi siciliani. Vi si applica financo un’audace discesa agli inferi mediante l’ausilio della psicologia analitica, sotto la protezione di numi tutelari, quali Freud e Jung.

     

    Giallo. Se qualcuno gli avesse chiesto quale fosse il suo colore preferito prima della guerra, Aldo avrebbe risposto usando l’aggettivo che declinava la luce di miele di un’isola eternamente in lotta con il destino. Gesualdo Giambirtone, sapeva dire del blu del mare solo guardando allo specchio i suoi occhi. La distesa infinita era per lui il grano di campagne dorate, di un paesino dell’entroterra siciliano. La luce del crepuscolo che si posava sull’ocra dei muretti di pietra di San Silvestro in Fiore. Nel periodo bellico la sfumatura era mutata nel giallognolo della pelle, ovunque votata alla miseria. Non più soltanto a tagliare la fame coltivando limoni che nessuna mano raccoglieva, ma lontano da casa, nell’epoca del finto metallo, il giallo era diventato il cereo madore di marce impolverate; del sudore a chiazze sulle divise. Le preghiere scordate – vere agonie sperdute nelle rughe della terra – precipitavano torve a confondere la fine del mondo scatenando una vampa violenta. Ora.

     

    Ed ecco che ci viene consegnato, in un muto invito ad accoglierlo, il protagonista maschile: Aldo. Di lui bisognerà che ne gustiate ogni dettaglio così come della sua metà, e mèta, a cui tornare per essere di nuovo a casa: Stella Magrì. La storia ha inizio il 9 settembre 1943, Ventunesimo anno dell’Era fascista, dopo la firma dell’armistizio e si svolge in luoghi differenti, tra teatri di guerra, campi di prigionia e paesini saturi di profumi e bellezza, nonostante siano stati fiaccati e prostrati dai bombardamenti e dai rastrellamenti, causati da chi in un rapido cambio del gioco delle parti, da nemico è divenuto amico oppure nel cambio di casacca ha indossato i panni del traditore o quelli del nuovo carnefice. Passaggi che si aprono su luoghi dai nomi reali o declinati verso una delicata finzione. Un viaggio, dall’Italia continentale sino all’entroterra siciliano, dove a consumarsi tra preghiere e speranze, «Stella era un fiocco fragile tra tanti fiocchi solitari. Affannatissima e sul punto di perdere le forze, s’attardava. Il vetro a causa del respiro inquieto si era appannato; lo pulì passando i polpastrelli». Ma ci sono le creature da accudire e proteggere; i frutti dell’amore, i figli benedetti: Nunù, Sasà e Lina.

    La scrittrice, inoltre, non trascura di dare il giusto peso anche al lato maligno, che in quiescenza si rintana negli angoli più oscuri dell’essere umano. Quell’essere a cui le perdite e i dolori hanno indurito e incattivito il cuore. Da questo male – l’altro lato della medaglia –, la Schillaci ha fatto emergere figure di rilievo, in un romanzo avvincente che si legge d’un fiato ma che al contempo impone lentezza, per assaporarlo e farsene avvolgere. Una storia dal sapore dolceamaro, forte e tenera, inchioda alla riflessione su un’umanità che può esser mutata nei costumi lungo il corso dei secoli, ma non nelle reazioni più oscure o solari dell’umano sentire. La sapiente penna dell’autrice ha dunque estratto dall’incandescente magma della creatività

     

    Comare Spina Silia, il cui nome registrato sui documenti era Silvestra e per un vezzo, di punto in bianco, aveva sostituito nelle presentazioni Studda con il diminutivo di Ausilia. Il prenome, appreso da forestieri, lo riteneva a suo dire originale ed elegante; le consentiva di raccontarsi al mondo come una buona samaritana.

     

    Questa complessa figura femminile è degnamente accompagnata dal suo alter ego maschile, l’avvocato Musumeci, «che nell’ambiente chiamavano ‘faina’, per via di una macchia bianca sul collo». Asperità e delicatezza, per nostra fortuna, tengono in perfetto equilibrio le fila della narrazione per giungere ad Agostina, amica dal cuore generoso e alleata di Stella. Figlia di Silia è

     

    la parte buona del frutto: la caratura di semi per pesare i preziosi; produceva ombra: era il ristoro in luoghi aridi. Una chioma riccia e fitta le incorniciava il volto dalla pelle ambrata. A ventidue anni emanava la luce di una dignità innata, come chi coltiva pensieri pacati e animo gentile, nonostante un mondo di violenze. Lo sguardo era aperto nei magnifici occhi, grandi e limpidi di cielo primaverile, che superato il duro inverno aspira solo all’estate.

     

    1914; 1919; 1943; 1945; 1946: la macchina del tempo procede sbalzandoci avanti e indietro per riconsegnarci pagine di «Storia e Storie», come spesso mi ritrovo a scrivere in merito ai diversi accadimenti del mondo. Pagine che hanno influenzato e hanno contribuito, nel bene e nel male, a farci essere ciò che oggi siamo; individualmente od operanti nella società.

    Vi è allora la possibilità che la salvezza giunga dal nostro essere custodi della memoria e delle memorie. Quindi diviene atto fondante e necessario il conoscere, offrendo accesso all’acquisizione di buone capacità di lettura e di comprensione delle pagine, che riguardano noi tutti. Per tale ordine di motivi, in questo affresco, non potevano mancare i guardiani del ‘Sapere’. Tra essi, Giorgio Marchesi, figura fondamentale, già si palesa in questi toccanti tratti descrittivi:

     

    si scosse, smise di leggere e spostò indietro la sedia: “Vengo subito. Anzi, per cortesia Anna, riferiscilo a mia moglie e scalda del brodo di carne. Portane una tazza abbondante a quel poveretto.” Afferrò i fogli, li piegò con cura, e li inserì nella tasca interna della giacca. Prima di uscire, si fermò buttando uno sguardo alla finestra. Fuori, i prati erano fradici di pioggia e imperversava il temporale: brontolii di tuoni insieme a scariche elettriche infiammavano il cielo. I grandi tigli nei viali venivano scossi con violenza.

     

    Un mondo investito da enormi stravolgimenti, generatori di fatti e misfatti, che hanno modificato sin dentro le viscere le vite delle persone. Un mondo che l’autrice ci restituisce intero e frammentato insieme al rispetto per il ricordo e il dovere morale di portare testimonianza, in un immenso atto di amore e riconoscenza per chi è stato prima di noi e ci ha permesso di essere e di esistere.

     

     

  • Il viaggio di Dante al ritmo di Jazz all’Odéon di Taormina

    La programmazione “Autunno all’Odeon” della “Fondazione Taormina Arte Sicilia” – che avrà termine domenica 20 ottobre –, ad ogni spettacolo, ha riservato non semplici emozioni ma occasioni di riflessione che vanno al di là della messa in scena per intrattenere. Gli spettacoli, dal teatro alla musica alla danza, sono stati autentici percorsi in cui chi assiste ne esce trasformato. Così è stato, lo scorso giovedì 10 ottobre, con “Note dell’Inferno – Dante in Jazz” di e con Gigi Borruso. Uno spettacolo sperimentale che ha tradotto – nel senso del traghettamento – il viaggio iniziatico e gnoseologico dantesco. Qui, «le improvvisazioni e i virtuosismi musicali di Diego Spitaleri e Fabio Lannino» hanno dato luogo a «un gioco letterario e musicale, ironico e delicato, che intende esaltare la dimensione musicale della “Commedia”, interpretando l’opera dantesca in tutta la sua pregnanza linguistica e semantica, attraversata dagli scarti e dalle improvvisazioni del jazz».

    La voce chiara e plastica di Gigi Borruso si è fatta essa stessa strumento accompagnando la riscrittura musicale di Spitaleri e Lannino. La biografia di questo eccezionale interprete parla manifesto e non lascia spazio a cattive traduzioni:

    «Formatosi alla Scuola Teatro di Michele Perriera, entra a far parte della compagnia del Teatés, dove è protagonista del teatro di Perriera fra gli anni Ottanta e Novanta. Si è dedicato anche alla didattica teatrale insegnando presso diverse realtà siciliane. Dal 1995 al ‘99 collabora intensamente con il “Teatro Biondo Stabile” di Palermo, sotto la direzione di Roberto Guicciardini come protagonista in alcuni dei più noti spettacoli del maestro toscano. Collabora con la RAI, sin dagli anni Ottanta, come attore, doppiatore, programmista-regista».

    Il viaggio ha condotto, passo dopo passo, gli spettatori a sentire con corpo e mente ciò che si prova ad attraversare i gironi danteschi. E se Dante, con l’ardire e l’ardore delle terzine e delle figure retoriche e della filosofia che è canto poetico, stenta a trovare “il giusto dire” già nel  Canto I

    Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,

    tant’era pien di sonno a quel punto

    che la verace via abbandonai

    immaginate quale scalata verso la conoscenza ci abbiano offerto Borruso, Spitaleri e Lannino. Tanto che, più seguivo lo spettacolo, e più avevo certezza che “Note dell’Inferno” andrebbe incluso nell’attività didattica delle scuole. A questi ragazzi, attratti da fumi virtuali e distratti da mille rivoli di scintillante vacuità, si potrebbe fare assaporare “il verbo rivoluzionario” del Poeta, secondo il modulo di una differente interattività dato non da una LIM, bensì fornito dalla riscoperta dell’ascolto della parola. Parola che si fa suono, ritmo e canto nel valore pedagogico che teatro e musica custodiscono da sempre, sin dal seme delle origini. In tempi poveri di spirito, intrisi di fretta perbenista e di filantropia da tavola calda; in un mondo largo di impulsi e stretto nell’individualismo. In una società imbottita di anestetici nonostante il bombardamento mediatico –, che ci rende intontiti e apatici innanzi alle vere bombe e ai massacri –, in questa società, si dovrebbe ripartire da ciò che si è abbandonato negli sgabuzzini del vintage, e riattualizzare un modo antico dell’insegnare, legato alla cultura dell’oralità. Immaginateli i ragazzi che ascoltano dell’amore che ha le sue regole e va contro le convenzioni pur se queste conducono alla condanna senza appello. Loro, che ancora sanno tirarsele fuori dal petto quelle emozioni e sanno qual è la vera radice della rivoluzione. Immaginateli, nel momento in cui Dante prova compassione perché riesce a veder oltre e sa che l’amore abbatte le barriere del giudizio. Eccolo là, alla domanda fattagli dalla sua Guida, Virgilio, nel Canto V:

    Quand’io intesi quell’anime offense,

    china’ il viso e tanto il tenni basso,

    fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».

     Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,

    quanti dolci pensier, quanto disio

    menò costoro al doloroso passo!».

          Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,

    e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri

    a lagrimar mi fanno tristo e pio».

    Il teatro e la musica devono trovare più spazio nelle scuole, insieme alla poesia. L’attualità contenuta in questi versi ci dovrebbe far vergognare e piangere delle nostre umane miserie; ai ragazzi di questo dobbiamo tornare a dire. Borruso, Spitaleri e Lannino ci hanno offerto una diversa chiave di lettura della “Commedia”. Lo hanno fatto sino a che, anche noi, non abbiamo compiuto la prima tappa del viaggio, che si conclude con il Canto XXXIV:

    Lo duca e io per quel cammino ascoso,

    intrammo a ritornar nel chiaro mondo;

    e sanza cura aver d'alcun riposo,                          

    salimmo sù, el primo e io secondo,

    tanto ch'i' vidi de le cose belle

    che porta 'l ciel, per un pertugio tondo.                  

    E quindi uscimmo a riveder le stelle.

    A chi, invece, modula le varie sfumature del linguaggio in veste di scrittore, attore, sceneggiatore, regista, musicista, mi preme citare ciò che Pavese scrisse in “Ritorno all’uomo” nel 1945, poiché noi tutti abbiamo una grande responsabilità: quella di Essere Umani.

    «Parlare. Le parole sono il nostro mestiere. Lo diciamo senza ombra di timidezza o di ironia. Le parole sono tenere cose, intrattabili e vive, ma fatte per l’uomo e non l’uomo per loro. Sentiamo tutti di vivere in un tempo in cui bisogna riportare le parole alla solida e nuda nettezza di quando l’uomo le creava per servirsene. E ci accade che proprio per questo, perché servono all’uomo, le nuove parole ci commuovano e ci afferrino come nessuna delle voci più pompose del mondo che muore, come una preghiera o un bollettino di guerra. Il nostro compito è difficile ma vivo. È anche il solo che abbia un senso e speranza. Sono uomini quelli che attendono le nostre parole, poveri uomini come noialtri quando scordiamo che la vita è comunione. Ci ascolteranno con durezza e con fiducia, pronti a incarnare le parole che diremo. Deluderli sarebbe tradirli, sarebbe tradire che il nostro passato».

    Lisa Bachis

  • L’Odéon di Taormina ha accolto in un immenso abbraccio l’Orchestra a Plettro

    Sabato 5 ottobre, clima d’autunno siciliano. La città è effervescente di turisti, soprattutto stranieri, curiosi di tutto ciò che è nostra tradizione, storia, costume, vita vissuta. Questo è stato il nutritissimo pubblico che ha riempito la cavea dell’Odeon di Taormina insieme ai sempre affezionati taorminesi, che mai si perderebbero un concerto della “loro” orchestra. Un teatro, l’Odéon, che ha rimandato intatte tutte le vibrazioni musicali e la gioia che il pubblico ha provato nell’eccellente esecuzione, diretta dal Maestro Antonino Pellitteri.

    L’introduzione della storica realtà taorminese, è stata affidata a Milena Privitera – responsabile ufficio stampa di “Taormina Arte” –; anche questo concerto infatti è inserito nel programma degli spettacoli di “Autunno all’Odéon”. La giornalista ha evidenziato l’importanza rivestita dall’Orchestra, all’interno panorama culturale cittadino, presentando il suggestivo programma offerto al pubblico:

    «Fiore all’occhiello della città l’Orchestra – fondata agli inizi del secolo scorso da alcuni musicisti taorminesi – si è evoluta lungo il corso degli anni diventando una realtà stabile, richiesta in tutto il mondo, dall’Europa agli Stati Uniti. Dopo il successo dello scorso anno, verranno riproposti alcuni tra i grandi classici del suo repertorio. In un immaginario viaggio musicale tra classico e moderno, tradizionale e contemporaneo, dalle note del celebre “Intermezzo” tratto della “Cavalleria rusticana” di Mascagni, alla scelta tra le belle colonne sonore, scritte da compositori come Ennio Morricone. Ad antiche e tradizionali romanze siciliane saranno alternate nuove composizioni di autori siciliani contemporanei. Tra i brani in programma, anche una composizione del musicista taorminese Pancrazio Gulotta scritta nel 1961 appositamente per l’Orchestra a Plettro Città di Taormina. In programma, inoltre, musiche di Sollima, Incudine e Pullara, compositori siciliani contemporanei ma anche la celebre mattinata siciliana “E vui durmiti ancora” e celebri canzoni della tradizione partenopea».

    Un concerto non solo affollato ma carico di gioiosa umanità. Ci si sentiva a casa. Il pubblico ha apprezzato i virtuosismi dei concertisti e di più ha sentito le “buone vibrazioni”, in un’esplosione di suoni e canto. Infatti, per la prima volta, insieme all’ Orchestra, la Soprano Francesca Adamo Sollima. Bellissima donna che, con grazia, eleganza e manifesta bravura, ha donato tecnica e cuore.

    Elisabetta Monaco, presidente dell’associazione “Orchestra a Plettro Città di Taormina – nonché musicista in seno alla stessa come liuto cantabile – in merito all’importanza che questa realtà ha per loro, ha risposto:

    «I musicisti della nostra orchestra, sia amatoriali che professionisti, sono motivati esclusivamente da una grandissima passione. Per noi, l’Orchestra, prima di tutto, significa condivisione e poi ancora apertura e confronto, impegno e studio, aggregazione e affiatamento. Significa tenere sempre viva una lunghissima tradizione tutta taorminese, tramandando ai più piccoli la stessa nostra passione. Quella che è stata dei nostri maestri. Significa essere felici di regalare emozioni al nostro pubblico. E significa portare e far rimanere, nel cuore di chi ci ascolta, il nome della nostra Taormina».

    Tuttavia, fra tutti, il primo a essere commosso, per aver avuto ancora una volta l’onore di dirigerla, è stato il Maestro Pellitteri, il quale ha mostrato viva gratitudine verso la “Fondazione Taormina Arte Sicilia”, per lo spazio e il valore dato all’Orchestra.

    Lisa Bachis

     

     

     

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