IL VIAGGIO APPASSIONATO DI MICHELE CANNAÒ

IL VIAGGIO APPASSIONATO DI MICHELE CANNAÒ In evidenza

La mostra Passione di Michele Cannaò, è stata inaugurata lo scorso 19 aprile presso la sede della Fondazione Mazzullo, nelle antiche sale di palazzo Duchi di S. Stefano, a Taormina. La scelta della location per l’esposizione di 53 opere tra oli, disegni e incisioni a linoleum, ha tracciato una linea di congiunzione con un luogo precedente dove era stata ospitata, il castello di Milazzo. La mostra, curata da Giuseppe Morgana, sarà visitabile a Taormina, sino al prossimo 17 maggio, un’occasione interessante per chi si trova in zona nel week end.

Cannaò, è un artista di origini siciliane, nato nella città dello Stretto, a Messina, ma proprio perché proiettato al confine-ponte tra isola e continente, ha sentito il richiamo dell’andare oltre per tentare nuove vie, un migrante per vocazione e con avvenuta certificazione, nella scelta di Milano quale città di residenza. L’incontro con il poeta Oldani ha schiuso dei fiori d’arte con le opere realizzate tra l’estate del 2008 e il Natale del 2014. Cannaò legge il poemetto Il chiodo fisso del poeta, e la lettura si trasforma in interpretazione che genera fusione tra opera poetica e opera figurativa, dando luogo ad una nuova opera, in cui testo e visione sono tutt’uno.

Il poemetto di Oldani è una lettura che mantiene in sé i tratti del disincanto ma che non rinuncia alla profonda religiosità del messaggio cristiano. E Cannaò rapito, si lascia inghiottire da tutta l’attualità che il sacrificio di Gesù contiene e che lo trasforma in Cristo, traducendo in movimenti e tratti netti, le varie tappe del viaggio destinale del Cristo, dalla morte dell’uomo alla rinascita del divino.

Le opere di Passione, questa speciale “Via Crucis”, sono esposte nella Sala Colonna, al piano terra della Fondazione Mazzullo. In evidenza, il grigio che domina nella II stazione, dove vi è un’intera presa di campo spaziale della croce. E quando si è innanzi alla Madre del Cristo, in sosta alla IV stazione, ella vi appare come le tante madri del mondo, troppe, che hanno perso il dono più prezioso: il figlio. E la mano di Maria cerca quella del Figlio e lì, in un gesto che nel moto è già tenero, riconoscerete il dolore dell’abbandono. L’esposizione procede come un tragitto ineluttabile e necessario, scritto, in quanto vivificato dal poemetto di Oldani e reso marchio a fuoco, dall’esperienza artistica di Cannaò ma già scritto nella storia dell’umanità e recuperato nei passi dei Vangeli. Giunti all’VIII stazione, sarete accolti dal pianto delle Prefiche, le donne di Gerusalemme, che hanno l’ombra del dolore della Madre con il simbolo che racchiude tutto: la corona di spine. Così come In hoc signo alla X stazione, il Povero Cristo, spogliato delle vesti, in cui il rosso domina sul corpo straziato e quei dadi e i denari e ancora sullo sfondo, la croce come segno netto, ci inchioda tutti a pensare a quanti poveri cristi ci siano tra noi, in mezzo a noi. E noi stessi, un giorno, potremmo essere visti e trattati come lo fu Cristo.

Il viaggio iniziatico a cui ci sottopone Michele Cannaò, non si conclude con la Via della Croce ma procede al primo piano della Fondazione Mazzullo nella Sala Saffo, con l’esposizione di dipinti e incisioni. L’artista ha dichiarato: «la vita è passione o non è». In questo sta il percorso d’iniziazione estetica, la passione è per la vita, in quanto entusiasmo nell’attaccamento ad essa ma è anche sacrificio per salire i vari gradini esistenziali e talvolta, tale sacrificio si consuma in una morte prematura, che può essere intesa come incidente o come strada da percorrere sino in fondo, sino al fondo. E nell’olio su tela Morte di un Messia viaggiatore, il blu della notte disvela i segni del corpo, un relitto spiaggiato; la luna appare quasi come un miraggio e l’elemento primordiale, è il mare. La via dolorosa non appartiene al Cristo, ma accomuna in muta fratellanza, i poveri cristi del mondo; essa crea un legame tra le madri di Tocca sempre a loro con la Madre che tiene il figlio tra le braccia. Queste donne sono strette in un abbraccio, nella notte buia, l’oro della sabbia a fare da contrasto e amplificare l’effetto di quello stringersi per assorbire meglio il dolore della perdita. Il tema della speranza infranta dal non avere esaudito il sogno di una nuova vita e affranta nel tragico sviluppo del viaggio di tanti disperati, che giungono alla riva privi di vita, campeggia nel grande olio si tela Per sempre lì. La luna, nera, i teschi sulla terra e quel guizzo rosso di un pesce, simbolo cristiano? Il mare, ancora una volta, intriso di dorato e arancio, a scrivere il tragico epilogo, che ci riporta a sentirci meno arroganti, un po’ più umili, un po’ più Umani. Questo l’invito di Cannaò con la sua Passione. Una passione che ci accomuna, tutti noi, umani, nell’Ecclesia del mondo. Viandanti, spaesati e naufraghi. Spesso relitti ma ancora in grado di sperare per passione verso la vita, in direzione della morte.

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