Ho conosciuto Francesco Faraci, lo scorso gennaio, quando ho accettato uno degli inviti di Rogika e di Taoclick, l’associazione fotografica che in collaborazione ad Unitre Taormina organizza incontri sulla fotografia. Ho fatto i salti mortali, quel pomeriggio, per esserci, perché il lavoro spesso non ci fa scendere a compromessi nemmeno con noi stessi. Mi ricordo bene quel pomeriggio. Ero alla ricerca di un rifugio. Era stata una giornata pesante, fatta di rogne e sterili discussioni. Insomma, avevo bisogno di accoglienza senza per forza dover spiegare nulla. Il mio desiderio è stato esaudito perché sentivo di doverci andare a quell’incontro; volevo riabbracciare vecchi amici – alcuni di loro spesso mi inviano “cuori” ma eviterò di farne il nome – e perdermi nelle immagini. Volevo ascoltare altre voci e lasciarmi accompagnare in un viaggio insolito.

Ecco come ho incontrato Francesco! Anzi, per amor di precisione, ho conosciuto prima Simona, la sua compagna. Lei ha impresso sul volto il senso dell’accoglienza e con uno scambio di battute rapido, in cui le ho semplicemente fatto i complimenti, dicendole che era un’eroina a star dietro a quel tipo inqueto, siamo entrate in contatto. Ma torno a parlare di Faraci. Il nome mi girava in testa e lo collegavo ad un altro luogo e non alla fotografia. Presto avrebbe sciolto il dubbio lui stesso, perché Francesco è anche uno scrittore ed aveva presentato il suo romanzo “Nella pelle sbagliata”, edito da Leima, in una libreria di Catania. Ed io al solito avrei voluto esserci ma per il lavoro, non fu possibile. Del romanzo di Francesco parlerò in altra occasione; ora mi preme dire cosa vidi quel pomeriggio. Faraci è siciliano, palermitano, isolano e uomo di mare. Credo che l’elemento mare insieme all’appartenenza a questa terra sia uno dei suoi tratti distintivi. Ciò che salta all’occhio di chi lo osserva, mentre parla del suo lavoro, è la coreografia di gesti che accompagna le sue parole. In particolare, il toccarsi di frequente i capelli, quasi che con quel gesto riuscisse a mettere in ordine il fiume di idee che ha in testa e che restano attaccate ad ogni ciocca, pronte a volar via qualora lui non le afferrasse al volo. Osservarlo mentre narrava la sua storia e il suo approdo alla fotografia mi faceva pensare anche alle sue origini. Sì, io parto da presupposti storici in tutto ciò che faccio perché la ricerca storica è parte del mio iter professionale e dunque, mi chiedo sempre quali siano le origini primarie di chi ho di fronte. Francesco Faraci è palermitano ma dal suo cognome si evince che ha lontane origini arabe. Inoltre ha una gestualità che seppur presente in ciascuno di noi isolani è estremamente marcata. In sincerità, quando parlava, mi ha dato l’impressione di un mercante che vende spezie al mercato. Raccontava le sue esperienze con immediatezza ed invitava a parteciparvi seppur con la capacità di convincere l’ascoltatore. Spero che Francesco sorrida per questa descrizione, però è esattamente ciò che ho visto.

Quel pomeriggio di gennaio ha presentato “Malacarne”, un progetto che lo ha coinvolto per tre anni nella “sua” Palermo. Un progetto, che è un itinerario nella ragnatela dei quartieri storici della città: Cep, Zen, Brancaccio, Sperone e Ballarò. Francesco Faraci è portato per documentare la realtà.Una realtà che non solo lo circonda ma in cui si immerge totalmente, tanto da esserne spremuto e distillato. Di certo, i suoi studi legati all’antropologia ed alla sociologia lo guidano, ma qui c’è di più di un reportage a sfondo sociale. C’è il desiderio di veder riscattata una parte di quel popolo ricco e “bastardo”, quale è il popolo siciliano. Ricco perché si nutre di millenni di storia e di storie, poggiando le sue antiche origini sul passaggio e la sosta di culture differenti. “Bastardo” perché qui da noi parlare di “purezza della razza” è una bestemmia. Noi siciliani siamo bastardi nel DNA; il nostro sangue è denso e generoso perché noi siamo il popolo delle differenze. Quindi sentire Francesco parlare dei quartieri e della multiforme vita che vi brulica, un’umanità che osserva non vista, di cui si sentono gli odori forti che si attaccano direttamente alla pelle, ed avere davanti le sue fotografie mi ha fatto comprendere che per lui la fotografia è un’arma. Un’arma pacifica, s’intende, come lo è la scrittura ma che lo conduce a lottare contro “il male di vivere” dentro l’attuale società. Francesco Faraci ferma nelle sue immagini quell’umanità che suda, respira, salta, grida, ride, piange oppure non parla. Tace, ti scruta e non parla. L’ansia di Faraci, che lo ha spinto a questo viaggio, è stata quella di far capire che qui, di umanità si tratta e non di “Malacarne”. Ha raccontato di loro per parlare anche di se stesso.

Faraci si è concentrato, in particolare, sul mondo dell’infanzia e dell’adolescenza. I ragazzi dei quartieri che vengono in modo spregiativo detti “Malacarne” ovvero lo scarto, quello che non serve a nessuno, simili adei paria. Si è immedesimato perché in fondo pure lui è stato un ragazzo e al di là del tessuto sociale e culturale che in-forma questi ragazzi, dai loro visi e da quegli occhi diffidenti e rifurbati, da quei gesti strafottenti,emerge il mondo dei ragazzi che hanno dentro i colori dell’arcobaleno, pur se la vita quei colori glieli vuol far pagare a caro prezzo. Sono ragazzi e ridono e giocano e si fanno i dispetti. Sono ragazzi che se sai coglierli al momento giusto, si sciolgono in tenerezza e ti riempiono il cuore con una risata sdentata. Francesco Faraci fotografa l’umanità in bianco e nero così come il pittore Giovanni Iudice la inonda di colore. Ho notato delle assonanze tra i due. Faraci fotografa in bianco e nero per esaltare il colore e la luce della Sicilia; Iudice dipinge la sua umanità a colori per far emergere quelle ombre nelle pieghe della pelle. Entrambi narrano la gente.

Recentemente, mi ha colpito un post di Francesco. Lui che lascia tracce del suo girovagare fotografico e narrativo su Facebook, ha riportato una riflessione che lo ricollega a quel pomeriggio, a “Malacarne”, al suo mondo: «La granita al gelsomino. L'aglio sfregato sul pane raffermo. Il cous cous di pesce. Le olive. Il vino rosso. Il Mediterraneo che si odora, si tocca, si mangia. Seduti a tavola non esisterebbero guerre, né massacri, né poveri cristi in alto mare. Se stessimo sempre seduti attorno a una tavola imbandita non esisterebbe colore della pelle, ci sarebbe solo un 'noi' e il mondo sarebbe un posto migliore».

Queste sue parole che ti fanno sentire odori e sapori di una terra bella da far ammattire chiunque giunga a visitarla; queste frasi che sanno di inno di amore e devozione come solo gli innamorati sanno fare, mi costringono a pensare a quei ragazzini che vengono considerati “Malacarne”, ma più in generale allargando la visuale, a tutti i bambini. Quei bimbi di ogni età che arrivano da noi con una scintilla nello sguardo, figli di una terra che a malincuore hanno dovuto abbandonare. Vittime di brutalità e violenza insieme alle loro famiglie. Dai quartieri di Palermo, il mio sguardo va alla ricerca di quegli occhi naufraghi e speranzosi e ritorna indietro ai quartieri. Questo è l’invito di Francesco Faraci. In quei quartieri troverete ragazzini diversi per colore e cultura ma palermitani e siciliani. Figli di quei figli che ce l’hanno fatta. Figli delle migrazioni. Perché mettiamocelo in testa, le migrazioni hanno fatto la storia dell’uomo e non possono essere fermate. I ragazzi di “Malacarne” tuttavia mi inducono ad altre visioni. No, non sto pensando ai ragazzi di Pasolini, sebbene il collegamento venga spontaneo. Io penso a chi ci ha lasciato un ritratto di un “Malacarne”, che per il suo aspetto ed il suo sguardo portava gli altri a chiamarlo “Rosso malpelo”, ed a vederlo come il demonio poiché si dice Nomen Omen. Verga scrisse questa novella nella seconda metà del XIX secolo e Rosso Malpelo è un caruso, un ragazzetto che ha visto dolore e sofferenza e si è forgiato nell’asprezza della vita. Si mostra un duro ma è soltanto un ragazzo che vorrebbe non essere cresciuto tanto in fretta. I ragazzi di “Malacarne” che è anche un book fotografico – MALACARNE. Kids come First, edito da CROWDBOOKS, 2016 a cura di Benedetta Donato–sono come gli angeli di Paul Klee, folli ma con un’ingenuità non del tutto sparita.

I ragazzi pur in un mondo corrotto rappresentano la salvezza per noi tutti, che dovremmo reimparare ad essere un po’ più folli, e dovremmo reimparare a correr dietro ad un pallone, ad andare su di un’altalena. Dovremmo ripulirci dalle incrostazioni della società e ridere, buttandoci a pancia all’aria su una spiaggia mentre guardiamo il cielo. I ragazzi che Francesco Faraci ha fotografato, sono ragazzi. Li troverete in ogni parte del mondo, così come ritroverete un cielo sotto cui sdraiarvi e sognare.

Lisa Bachis

Per chi volesse maggiori informazioni sul lavoro di Francesco Faraci, può andare sulla sua pagina Facebook oppure sul sito www.francescofaraci.com

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Domenica 22 aprile, alle18:30, il terzo appuntamento con "Un libro da bere", l'aperitivo letterario a cura di Lisa Bachis, in collaborazione con il circolo letterario "Pennagramma" e con l'associazione "Etna 'ngeniousa", presso "Il Vicoletto Wine Bar", a Taormina. Media partner degli eventi è il giornale online "JonicaReporter".


Il terzo appuntamento, che chiuderà il primo ciclo di incontri, ospiterà la poetessa catanese Rosalda Schillaci con "Infiniti Definiti", edito da Algra.


Il testo della Schillaci coinvolge, sconvolgendo le modalità del pensiero occidentale e conduce per mano il lettore meditante, sulla soglia del Pensiero luminoso. Qui, in un mirabolante gioco di sperimentazione linguistica, si assiste alla messa in scena del Poeta, colui che accompagna lungo i sentieri del Pensare poeticamente. Gli "infiniti" spazi ambiti dall'audacia umana, si scontrano con "i definiti" muri concettuali del pensiero categorico. Il testo della Schillaci è un invito al dialogo intimo e differente tra umani che non hanno scordato la lingua delle origini.
Vi aspettiamo per chiacchierare tra amici, in un pomeriggio dove protagoniste saranno la Cultura e la Bellezza della scrittura.


Potrete inoltre gustare, il delizioso aperitivo "Infiniti Definiti", al costo di 5 euro, nell'accogliente cornice de "Il Vicoletto Wine Bar".

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Si amplia l' offerta formativa del settore linguistico per gli studenti del Liceo scientifico e linguistico Caminiti di Giardini Naxos. Grazie alla disponibilità della dott.ssa Tamako Chemi, ex alunna dello stesso liceo e ideatrice del progetto " Sguardi a Oriente" per Naxoslegge, da lunedì 5 febbraio, in orario pomeridiano, presso i locali del liceo, sarà attivato un corso gratuito di lingua e cultura giapponese, aperto agli studenti delle classi IV AS e IV AL.

Gli studenti interessati potranno, così, avvicinarsi a questa affascinante cultura, conoscerne la lingua e gli aspetti significativi, dalla letteratura alla storia, dalla religione alla musica. Tamako Chemi ha studiato lingua e letteratura giapponese alla Sapienza di Roma, con una tesi sul teatro di Yukio Mishima. Da due anni collabora attivamente con il festival Naxoslegge per cui ha ideato e cura la sezione Sguardi a Oriente che, nella edizione 2017, ha portato a Taormina Mario Vattani, Mujia Maraini, Daniela Brignone e altri illustri studiosi della cultura giapponese.

Il liceo Caminiti di Giardini Naxos conferma sul territorio il suo ruolo di punto di riferimento culturale per i giovani, offrendo una gamma varia e ricca di approfondimenti di  diverse discipline, anche grazie alla collaborazione di ex alunni che testimoniano, con la loro disponibilità, il legame che la scuola riesce a creare sul territorio tra passato e presente, con uno sguardo aperto e costruttivo sul futuro.

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Questa mattina il Delegato di Produzione Salvatore Lacagnina di BICUBO s.r.l. ha rilasciato una dichiarazione in merito alla vicenda riguardante la mostra "Van Gogh Multimedia Experience Taormina" ancora non iniziata. Lacagnina attende  la decisione da Palazzo dei Giurati sul da farsi. I tempi sembrano comunque destinati ad allungarsi dopo l'entrata in scenda da parte della  magistratura a seguito delle denunce  dalla  Beni Culturali Srl di Roberto Celli.

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Oggi, provare a dire del passato, in tempi dove tra i fattori della globalizzazione vi è quello del diluire e confondere passato e presente in un movimento istantaneo, richiede una dose aggiuntiva di pazienza. La storia, o “le storie” come preferisco dire, sono essenziali soprattutto nei tempi attuali, dove da un lato, si assiste alla cancellazione violenta del sapere che costituisce le radici delle nostre comunità e dall’altro, vi sono in campo forze intellettuali, impegnate nella preservazione e nella salvazione di ciò di cui l’uomo, è custode.

Spesso, si dimentica, chi prima di noi ha dato un contributo al nutrimento della nostra memoria ed ha reso omaggio al proprio territorio, mettendo a disposizione della comunità l’amore per la conoscenza affinché restassero alle generazioni a venire, segni tangibili delle nostre tradizioni millenarie.

Ed ecco, che mi torna alla mente, in questi giorni, il dono prezioso che a noi tutti fece il professore ed avvocato, Pietro Rizzo. Egli nacque a Taormina nel 1857, dove esercitò l’avvocatura e dedicò gran parte della propria vita agli studi sulla Storia antica della Sicilia. I risultati di questi studi andarono a confluire in due opere:Naxos Siceliota del 1894, ed il Tauromenion del 1927-28. I due volumi, ancora oggi sono considerate pietre miliari per la comprensione della storia delle due città e furono il dono più grande che Pietro Rizzo, morto nella sua Taormina nel 1934, lasciò in eredità a noi tutti.

Il Rizzo, racchiuse in sé la curiosità dello scopritore e la passione dello studioso per le memorie storiche della propria città. Fu un uomo spinto dall’ amore sconfinato per le proprie radici; un uomo legato inscindibilmente alla propria famiglia. Alla madre Paolina Saetta e al figlio Virgilio Rizzo, sottotenente nel 209° Reggimento “Brigata Bisagno”, caduto in battaglia, nel gennaio 1918, durante la Prima Guerra Mondiale. Quest’amore, profondo, denso e incorruttibile, lo motivò nella sua attività di ricerca poiché gli rese ancora più vicini gli affetti, tanto che lui stesso nella Dedica al Tauromenion del 1927, scrisse:

«Queste carte che dicono del paese nostro diletto dove ogni cosa mi parla di voi assenti ma sempre presenti al mio spirito con ineffabile rimpianto consacro».

Pietro Rizzo scrisse il Tauromenion per un duplice ordine di motivi: il primo era quello di portare a termine, concludendolo, il lavoro di ricerca iniziato con Naxos siceliota, in cui si narra della colonia ionio-calcidica stabilitasi negli ultimi decenni dell’VIII secolo a.C. nella piana di Schisò dove venne, appunto, fondata Naxos. A questo studio, era d’obbligo aggiungere l’esito delle ricerche su Taormina, dato che essa fu l’erede di Naxos. Il secondo ordine di motivi, che premeva allo studioso di porre in risalto, invece era di tipo pedagogico e divulgativo. Infatti, era desiderio del Rizzo, quello di far intendere ai suoi lettori che la storia della «polis tauromenita» poteva essere affrontata, solo se inserita in un contesto generale di maggior respiro. Inoltre, premurandosi di far avvicinare alla comprensione del testo, non solo gli esperti ma anche e soprattutto «la comune dei lettori», il Rizzo volle che la sua opera fosse di facile accesso, pur nel rispetto e nella correttezza dell’uso delle fonti bibliografiche, epigrafiche e monumentali.

In effetti, la suddivisione del volume operata dal Rizzo e l’uso di un linguaggio chiaro e non troppo tecnico, appaiono funzionali e consentono anche a coloro che vestono i panni di semplici amatori, di poter consultare agevolmente il volume e di reperire immediatamente le informazioni.

Il Tauromenion, pertanto, appare così articolato:

  • La prima sezione, denominata “Storia”, raccoglie venti capitoli, a loro volta suddivisi in sottosezioni storiche. Il Rizzo analizza il periodo preellenico – dalle origini fondanti della città, all’affermazione autonoma della polis dopo l’attacco di Dionisio di Siracusa – nei capitoli dal I al IV, e il periodo ellenico – da Andromaco fondatore, passando per le epoche greche e romane, sino a giungere all’instaurazione del dominio arabo, nel 902 d.C. – nei capitoli dal V al XX.
  • La seconda sezione, denominata “Topografia”, consta di tre capitoli, di cui il primo, raccoglie un’interessante bibliografia di scritti e studi sopra Taormina e il suo territorio; il secondo, studia il territorio cittadino e le sue zone limitrofe. In particolare, questo secondo capitolo, prende visione dei luoghi tra Forza D’Agrò e Capo S. Alessio, con i paesi a monte e quelli a mare, sino a spostarsi ai siti alcantarini e della zona di Fiumefreddo. Il terzo capitolo di questa sezione, infine, tratta della città antica, delle sue fortificazioni, delle mura militari e del numero dei suoi abitanti.
  • La terza sezione, “I Monumenti”, occupa quattro capitoli, ciascuno dei quali dedicato ai resti più significativi della civiltà greco-romana, tra i quali, spiccano il Teatro Antico e le opere idrauliche dei serbatoi e degli acquedotti; il Ginnasio e il Foro romano; i preziosi mosaici pavimentali e le tombe.
  • L’ultima sezione, la quarta, “Le Monete”, consta di un capitolo unico, dedicato alla numismatica tauromenitana, dato che la polis, durante il periodo ellenico, godeva del diritto di conio.

Il Rizzo, propone un elenco di monete, avvalendosi soprattutto, del contributo dello studio del tedesco Holm, Storia della moneta di Sicilia.Le monete, suddivise secondo il materiale usato, oro, argento e bronzo, sono riportate nelle loro diverse fasi di conio e descritte dettagliatamente, riportando le raffigurazioni e le iscrizioni sul dritto e sul rovescio; nonché il peso e le relative informazioni tecniche e storiche.

Avviandomi verso la conclusione di questo contributo, affermo con convinzione, che se Pietro Rizzo espresse con orgoglio, il suo sentirsi fiero cittadino taorminese, a noi spetta il compito di testimoniare la grandezza di quest’uomo, il quale, ci ha fatto omaggio di un lascito generoso. E perciò, ritengo che il modo più consono di rinnovare al Rizzo la nostra gratitudine, sia quello di continuare a sfogliare, leggere e consultare la sua opera.

 

Lisa Bachis

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8 marzo, Festa della Donna. Come ogni anno, media tradizionali e social media, ci bombardano con informazioni su omaggi e iniziative collegate al sociale. Noi tutti, donne e uomini, in un rinnovato S. Valentino, tutto declinato al femminile, assorbiamo umori, notizie, commenti, critiche e decidiamo se veicolare il nostro giudizio, o astenerci per evitare di far parte di un avvenimento, che in parte è ancora collegato ad un fatto storico di donne che lottavano per avere riconosciuti i propri diritti, e donne, quelle di oggi, che sì sono emancipate, hanno le idee chiare, ma che sentono prepotente la necessità di dimostrare che sono protagoniste; che hanno diritto di esprimere se stesse, senza rinunciare alla propria identità. Donne che si sentono un po’ più libere ma non abbastanza; donne che invece, nell’appartamento vicino non lo sono affatto. Donne che vanno rispettate come Persone, al pari degli uomini. E un omaggio, a questa storia di donne va fatto, raccontando un’altra storia: quella di Concettina Ponturo, taorminese.

Era l’anno 1946, e dopo il ventennio fascista, era anche la prima volta che si andava al voto, e la prima volta, che una donna poteva votare. Il primo sindaco, eletto nel dopo guerra, era Riccardo Misitano, genero di Don Ciccino Atenasio; ne sposò la figlia Lili. Atenasio, prima podestà, divenne sindaco nel 1943 e dopo di lui, vi fu il notaio Sardo e dunque, il sindaco Misitano. La lista vincitrice in quella tornata elettorale fu “Concentrazione taorminese”, avente come simbolo il Minotauro. I 16 consiglieri, candidati nella lista, salirono tutti. Da qui, ha avuto inizio la storia politica di una donna, cittadina taorminese, Concettina Ponturo; classe 1915 e scomparsa qualche anno fa, nel 2013. Dopo che i 16 consiglieri eletti con il pieno sostegno di Don Ciccio Atenasio, si recarono da lui per ringraziarlo, la giovane signorina Ponturo, fece lo stesso, e accompagnata dal padre, andò dal sindaco per rivendicare il proprio diritto a far parte della nuova squadra, avendo avuto il consenso elettorale necessario per entrarvi. La Ponturo, infatti, era stata scartata per il fatto d’esser “una donna”, e non accettando tale discriminazione, difesa strenuamente dal genitore, e dopo aver sottoposto evidenti prove del torto subito, venne ammessa a far parte della nuova giunta come primo “assessore donna” della città. La prima seduta del Consiglio comunale, si svolse nel mese di aprile 1946, nella sala “Giovanni di Giovanni” della Biblioteca comunale di Taormina ed il pubblico intervenuto era numerosissimo. In molti, rimasero stupiti dalla presenza di quella donna molto bella, dotata di simpatia e carattere, ed i giornali del tempo, ne fecero un personaggio che poneva Taormina, un passo avanti rispetto ad altre realtà isolane.

Una donna dotata di grande ironia e spirito pratico, la “Signorina Ponturo”. Lei che si poteva permettere di dire del sindaco Misitano, che era un uomo «bello e alto; un beddu figghiu». Lei, avvenente e giovane donna, che recitava al teatro Regina Margherita, ora Palazzo dei Congressi e conosceva la baronessa Zuccaro; lei che conosceva attori famosi e che sulla stampa esercitava simpatia perché i cronisti, erano abituati alle donne che nell’entroterra siciliano portavano ancora abiti scuri e il velo in testa. Non si riusciva a resistere alla giovane ed attraente giovane, che alcuni scambiavano per straniera, pensando fosse spagnola e che era assessore in città. Alla Ponturo, venne affidata la delega alla Pubblica Istruzione, e quando era il momento di andare in trasferta, la “Signorina”, usava mezzi propri e pagava tutto ed è per questo suo modus vivendi, era da tutti ammirata e rispettata.

Concettina Ponturo, nel periodo in cui ricoprì il ruolo di assessore (per due mandati) con il sindaco Misitano e dopo, con il sindaco Cacciola, seguì l’iter di istituzione delle scuole materne a Trappitello e quelle di Taormina, perché prima della Seconda Guerra Mondiale, vi era solo la scuola a Taormina, e per sua stessa dichiarazione, durante un’intervista, rilasciatami nel 2009, disse: «non ho avuto la gioia di vederle inaugurate perché, a quel tempo non ero più assessore». L’assessore Ponturo, istituì anche la Scuola Alberghiera, che aveva come sua sede l’ex scuola elementare “Vittorino da Feltre”. L’edificio era stato ultimato ma ancora non era stato destinato alle scuole elementari. Su suo interessamento, si organizzavano le colonie che consentivano l’ingresso in città di ragazzi provenienti da tutta l’isola, permettendo ai giovani che non potevano andare in vacanza per ragioni d’indigenza, di trascorrere giorni spensierati a Taormina. Poiché la Ponturo faceva parte dei Patronati scolastici della provincia di Messina, durante una visita, l’assessore regionale alla Pubblica Istruzione, Castiglia, rimase molto colpito dal lavoro svolto dalla donna e la nominò sua rappresentante, nella commissione per l’istruzione. All’età di 34 anni, questa donna volitiva e piena di vivacità, in una Taormina, che ancora recava i segni dei bombardamenti del nove luglio 1943, portava a Messina, in sanatorio, i malati affetti da tubercolosi, tanto che l’amministrazione comunale, la nominò varie volte presidente del Patronato scolastico. Le spese di viaggio, come già detto, le sosteneva da sola e non percepiva alcuna indennità o gettone di presenza, e solo quando salì alla sindacatura Eugenio Longo, le fu messa a disposizione un’auto. Quando riceveva segnalazioni di ragazzi bisognosi da parte degli insegnanti delle scuole e in particolare, nelle frazioni di Mazzeo, Villagonia e Trappitello «dove lo stato di povertà era pressoché identico tra la popolazione», Concettina Ponturo, acquistava a Messina calzettoni, maglioni e altri indumenti e generi di conforto, che poi distribuiva, seguendo il suo spirito da filantropa. La chiamavano anche “la signorina dei panettoni”, perché durante le feste natalizie distribuiva panettoni da 100 grammi, all’asilo e nelle scuole.

Tra i ricordi raccolti, nel corso di quella chiacchierata nel 2009, ce ne sono alcuni che regalano tutta l’originalità di questa donna forte, ma attenta alle esigenze dei bambini e dei ragazzi. Come ad esempio, la galanteria del sindaco Carlo Cacciola, detto “Don Carluccio” per via della bassa statura, che cedeva sempre il passo alla “Signorina”. Oppure, quando il giorno in cui, giunto in città il Prefetto Di Giovanni, si presentò all’assessore Concettina Ponturo, e lei a sua volta, durante la presentazione disse: «Eccellenza, anch’io sono “di” Giovanni». Tanto che l’uomo sorpreso, si mostrò confuso e allora, ironicamente la “Signorina” precisò: «Io sono “di” Giovanni, perché mio padre era Giovanni Ponturo, quindi io sono Concettina Ponturo “di” Giovanni».

( foto gentilmente concessa da Vincenzo Rao)

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S. Agata è Catania! La sua gente si riversa nelle strade e diffonde, l’orgoglio di un’appartenenza ad un luogo dove la santa e l’Etna sono espressioni di un’identità. La festa, riattualizza attraverso il rito un comune sentire, commistione di sacro e profano; fusione di tempi aristocratici e passioni popolari, Eppure, tanto forte è la potenza di un culto, che esso tende ad attecchire anche in luoghi che non hanno il carattere fondativo di esso ma mediante legami familiari, si sposta altrove. Si pensi alla festa di S. Agata ad Alì, nel comprensorio messinese, e si pensi ad un’antica e scomparsa devozione agatina a Taormina.

L’attenzione viene colpita da quella statua, esposta nella chiesa madre della città, il Duomo. L’edificio sacro, rientra a pieno titolo fra le costruzioni medievali taorminesi e nell’aspetto esterno, mantiene i caratteri dell’architettura romanico-gotica siciliana. La prima cattedrale di Taormina, fu però l’ex chiesa di S. Francesco di Paola, fuori le mura dove il vescovo Procopio, venne torturato e ucciso dall’arabo conquistatore, Ibrahim. L’ingresso dei normanni Altavilla, vede un ridimensionamento della città in ambito geopolitico. Taormina, durante l’epoca bizantina, ha ruolo preminente per cultura e religione, ed è sede vescovile. Tuttavia, nel 1078, questa passa alla città di Troina, amata dal conte Ruggero. I normanni, introducono gli usi feudali e la città si comprime attorno ad un centro, che è la piazza con gli edifici civili e religiosi. Il duomo è chiesa-fortezza, basilica medievale, pur se il suo completamento è collocato tra il XIII e il XIV secolo. Il posizionamento del Duomo, all’interno del borgo e in posizione centrale insieme a Palazzo dei Giurati, con la piazza che avvalora il senso simbolico del potere religioso e civile, sono tutti elementi del medioevo feudale.

La statua di S. Agata, però non appartiene al Duomo e la sua originaria collocazione, è altrove. La scultura marmorea, oggi si trova nella navata di destra dell’edifico sacro, vicino all’ingresso. In passato, essa era allocata nella distrutta chiesa di S. Agata, del convento di San Domenico, e in seguito ai bombardamenti angloamericani, del 9 luglio 1943, è stata spostata nel Duomo. L’antica chiesa, ai giorni nostri, è una delle sale conferenze dell’omonimo hotel ma ciò che incuriosisce, è che questa chiesa fosse titolata alla santa e riporta alla memoria una leggenda, secondo cui l’estirpazione dei seni con le tenaglie, sia avvenuta a Taormina dove in un punto della mulattiera che conduceva dal Cimitero, alla località marina detta Spisone, vi era un lastrone di pietra, nominata “a ciappa i Sant’Aita”.

Le ricerche storiche, hanno evidenziato come col trascorrere del tempo, una costola del mito agatino, sia stata introdotta anche nella nostra città. Protagonista la devozione di una nobile famiglia, i Corvaja. Nel Nobiliario di Sicilia, il Mango di Casal Gerardo, in merito alle notizie relative alle origini della famiglia, scrive che «la si vuole originaria di Pisa. Godette nobiltà in Messina, Palermo, Catania e Taormina. Un Berto fu giudice della corte straticoziale di Messina nel 1456-57; un Girolamo fu senatore di Messina nel 1511-12 e 1534-35; un Pancrazio, per la moglie Bianca Barrile, fu marchese di Kaggi e Mongiuffi 1686».

La famiglia di origini toscane – vi è un’antica rocca dirupa nel territorio di Lucca, detta Corvaja per via della famiglia a cui appartenne – nel corso del tempo, si insedia in diverse città siciliane e tra queste oltre a Taormina risalta anche Catania. Ed è attestato da fonti documentali, che la famiglia è presente in Taormina, a partire dal XV secolo, in concomitanza con la loro presenza in Messina e nelle terre vicine. Il legame tra questa nobile famiglia, imparentata anche ai Rosso, viene nuovamente attestato dalla presenza del monumento funebre al giovane Giovanni Corvaja, morto nel 1621, a soli diciassette anni. Tale monumento, era posto all’interno della chiesa del convento ed ora si trova all’interno dell’Hotel S. Domenico; la lavorazione della statua può essere rimandata alla scuola del Gagini, operante sino al XVIII secolo e di cui in Taormina, vi sono altri notevoli esempi. L’ex chiesa del San Domenico, in origine titolata alla santa, sarà titolata a SS. Maria dell’Annunciazione, solo dopo l’ingresso dei frati domenicani con il fondatore Frate Girolamo De Luna e con il sostanzioso lascito del conte Damiano Rosso, che da fortezza e casa, fece trasformare il sito in convento e divenne egli stesso frate domenicano.

I Corvaja, dunque imparentati con i Rosso, hanno residenza in città e introducono questa devozione verso la santa catanese. La statua, datata al XVI secolo è opera del Montanini, allievo del Montorsoli, noto per la Fontana di Orione a Messina. Che un Corvaja sia stato il committente della statua di S. Agata, è certificato dallo stemma bandierato della famiglia, presente a palazzo Corvaja e sopra il portale d’ingresso alla corte esterna di Palazzo Ciampoli. Tale stemma, è riconosciuto come il più antico della famiglia, e meno noto dell’altro, in cui l’Arma è d’azzurro con una fascia accompagnata dai due leoni, che tengono tra le zampe una corona d’oro.

L’uso di raffigurare la santa, non si limitava alla scultura ma un altro esempio è offerto dal “Polittico di Antonello De Saliba”, nipote di Antonello da Messina, allocato nel Duomo e che si trovava nell’ex convento dei frati agostiniani, datato 1504. Anche qui, tra le cinque tavole che lo compongono, vi è una scena con la santa.

La storia della devozione agatina in città, si mescola alla tradizione in passato molto forte, di dare nome alle bambine, chiamandole Agata. Uso che andava di pari passo con quello di nominarle, Rocca come la compatrona, e per i maschietti Pancrazio, in onore del santo patrono.

Un’ulteriore curiosità relativa al Montanini, autore della statua, è che la vicinanza del Montorsoli, ha nociuto molto alla sua fama. Martino Montanini, venne condotto a Messina dal celebre frate servita, che era stato incaricato d’innalzare la fontana d’Orione. Allievo prediletto, quando più tardi il Montorsoli dovette, per la bolla di Paolo IV, ritornare a farsi frate, lo sostituì, per preghiera viva dei giurati messinesi, nella carica d’architetto e scultore della città; carica che gli venne, in seguito, nel 1561, nuovamente confermata. Una delle sue opere, di fattura superiore rispetto alla statua di S. Agata, si trova nella chiesa di S. Francesco, a Forza D’Agrò: la statua di S. Caterina d’Alessandria. Qui, il Montanini, ha raggiunto la piena espressione della sua arte.

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 E’ stata riportata alla luce la Cripta della Chiesa del Carmine. Un operazione frutto dell’impegno e della passione dei volontari della Associazione TraOrmina forum, con il coordinamento delle istituzioni.

“Un pizzico di umile orgoglio per la nostra associazione,  commenta il Presidente Alessandro Cardente, che si era prefissata, inizialmente senza averne certezza, di dare il proprio contributo per riaprire la piccola cripta della Chiesa del Carmine di Taormina e così donarla nuovamente, da domenica 3 Gennaio, ai cittadini taorminesi e ai tanti turisti in visita alla Città.”

L’associazione si è già distinta in passato per aver portato avanti iniziative volte a valorizzare il patrimonio artistico e culturale di Taormina. Tra gli ultimi eventi ricordiamo la mostra "Taormina, Volti Arte Vita Luoghi" patrocinata dall' Assessorato ai Beni Culturali e dalla Presidenza del Consiglio del Comune di Taormina, che ha riscosso notevole successo; ma anche alcune iniziative aggreganti nel Natale scorso con gli anziani, a Carnevale con iniziative dedicate ai bambini e successivamente con l' abbellimento urbano con il posizionamento di fioriere e palme, in via Francavilla a Trappitello.

“ La mostra a Taormina e la riapertura della Cripta, spiega il presidente Cardente, sono solo alcuni dei progetti realizzati ma solo una minima parte in proporzione alle idee e agli stimoli che nascono dalla passione dei nostri iscritti per l' arricchimento del territorio : sul piano culturale, sociale ma anche civico! La gioia di questa operazione per noi di TraOrmina forum è dovuta non solo dalla riconsegna ai visitatori e alla città di Taormina della cripta, ma anche per le modalità utilizzate: confronto virtuoso con le istituzioni, passione, volontariato e amore per Taormina. Proprio per questo non possiamo non ringraziare il Sindaco Eligio Giardina che ci ha sostenuto nell' operazione, la sovrintendenza di Messina, l’Assessore alla cultura Mario D'Agostino che ci ha fortemente collaborato. Ma non potremmo dimenticare l' amica Cettina Rizzo per la sua competenza e per la sua supervisione iniziale e  Giovanni Felis esperto con specializzazione in Beni Culturali che ha supervisionato i lavori di pulizia della Cripta , facendo riemergere lo spazio originale. Questa operazione, conclude Cardente,  magari non ha un valore enorme sul piano artistico e archeologico, ma certamente lo riveste sul piano civico e sociale. E dimostra che quando i cittadini e le istituzioni instaurano un dialogo e condividono buone idee, per realizzarle,  non sempre sono necessarie risorse economiche ingenti, ma la voglia di fare, la passione,  una responsabilità civica e la condivisione delle progettualità.”

La cripta, dovrebbe risalire al XVII - XVIII Secolo. In quel periodo le Cripte venivano usate per l'essiccazione degli scheletri e quindi per la preparazione della mummificazione. Un esempio più rilevante è la Cripta di Santa Caterina sempre a Taormina. A cambiare il culto della sepoltura fu il sopraggiungere di Napoleone Bonaparte con l' approvazione di una nuova leggi.

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Verrà inaugurata oggi, domenica 13 dicembre, alla Chiesa del Carmine la mostra "TAORMINA VOLTI ARTE VITA LUOGHI" Mostra Fotografica e... organizzata dall’associazione culturale TraOrminaforum di cui è presidente Alessandro Cardente. All’esposizione parteciperanno l'Associazione di fotografi Tao Click, il fotografo Orazio Sorrentino e Salvatore Cusimano in Suggestioni di Carta che esporranno le loro opere. All’evento saranno presenti il Sindaco Eligio Giardina, il Vicesindaco Mario D'Agostino e il Presidente del Consiglio Antonio D'Aveni. “La mostra si inserisce nel circuito “Magicamente natale” promosso dal Comune di Taormina e vuole rendere omaggio alla storia della nostra Città” – ha affermato il vicesindaco D’Agostino. Soddisfatto anche il presidente di TraOrminaforum, Alessandro Cardente: “Al centro dell’esposizione ci saranno la bellezza dei luoghi, la cultura e l'arte di Taormina, il tutto immortalato da uno scatto fotografico che racconta momenti di vita quotidiana.”

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“SPAZIO al SUD”, manifestazione ideata ed organizzata dall’associazione “Arte&Cultura a Taormina”, presieduta dalla giornalista MariaTeresa Papale che ne firma la direzione artistica, e sponsorizzata dall’Associazione Albergatori di Taormina, con il patrocinio del Comune di Taormina, Taormina Arte, la partnership di servizio del “Gais Hotels Group” e la collaborazione dell’associazione culturale calabrese “Piazza Dalì”, è un progetto composito che tra Caffè Letterari e mostre d’arte vuole dare visibilità a voci e realtà artistiche originati da quel comune “humus” culturale che caratterizza il Meridione d’Italia.

Il “Caffè Letterario”, vetrina di scrittori emergenti e coraggiose piccole case editrici del Sud, è ospite dell’accogliente Sala “Le Naumachie” del centralissimo Hotel Isabella, e viene condotto in pomeriggi di sabato - aperti gratuitamente al pubblico oltre che alla clientela dell’albergo - con taglio volutamente informale dalla giornalista Milena Privitera, vice presidente e capo-ufficio stampa dell’associazione.

Dopo la pausa estiva, la stagione autunnale del “Caffè Letterario” ha ripreso i suoi incontri sabato 10 ottobre presentando ben tre opere di uno stesso autore: “Il carico della formica”, “L’attimo eterno” e “La farfalla con le ali di cristallo” - ancora fresco di stampa – tutti editi da Lettere Animate. Una “tripletta” di romanzi brevi d’amore e d’amicizia, ben strutturati, dallo stile diretto ed immediato, ricchi di atmosfere magiche, spesso intimistiche, di forte connotazioni psicologiche e con degli epiloghi a sorpresa firmati dal giovane e prolifico scrittore calabrese di grande talento Demetrio Verbaro.

Di tutt’altro genere “La solitudine di un riporto”, presentato il 24 ottobre, del siracusano Daniele Zito, ingegnere informatico ricercatore all’Università di Catania che, in un giallo dai risvolti terroristici-criminali, percorso da continui, sottili, omaggi alla grande letteratura europea, narra di un libraio brutto, paranoico e “bombarolo” dall’infanzia disastrata e piena di misteri, prigioniero di se stesso e della sua dolorosa solitudine, usato dalla malavita e braccato dalla polizia: Antonio Torrecamonica che, non accettando come molti la realtà, cerca di nascondere la calvizie con un orripilante “riporto”, che odia i lettori avventuratisi nel suo negozio, che odia soprattutto i libri che non legge mai. Lo stesso Antonio Torrecamonica, dallo sguardo di bimbo, che, proprio grazie alla suggestione scaturita da una frase di Garcia Marquez nel primo libro preso nelle mani dopo vent’anni, scopre l’amore e la forza per cambiare vita.

Ancora un giallo quello presentato il 7 novembre, alle ore 17:30: “La borsa dell’avvocato” del messinese Giuseppe Quattrocchi. Ambientato nel dopoguerra in una Sicilia tentata dall’indipendenza, con una mafia che smette i panni rurali per buttarsi nel grande affare della ricostruzione, è l’intreccio di tante storie che si intersecano in un paesino della costa jonica messinese, dove i punti di riferimento sono quelli tipici: piazza, chiesa, municipio, caserma dei carabinieri, bar. Un omicidio, una borsa con documenti preziosi che scompare e la storia, asincrona, si sviluppa tra pettegolezzi, intrighi di paese, pesanti interessi che vengono da lontano ed un maresciallo dei Carabinieri che, implacabile, continua ad indagare “per rimettere le cose a posto”.

Il 21 novembre, alle ore 17:30, sarà la volta di Cristina Marra, ideatrice del “Festival del Giallo” di Cosenza, curatrice per Novecento editore di “Crimini sotto il sole” - in cui firma anche un suo racconto - e per Falco Editore delle raccolte “Vento Noir” ed “Animali Noir”. Quest’ultima antologia sfoggia la firma di tredici autori di grande spessore, tra cui Mimmo Gangemi, Margherita Oggero, Assunta Morrone, Bruno Morchio i quali, ognuno col suo stile, hanno dato vita a coinvolgenti brevi racconti noir dove la presenza degli animali, dal gatto, al cane, al pipistrello, è determinante per la risoluzione del caso.

Infine, sabato 5 dicembre, alle ore 17:30, Paolo Sidoti, uomo di teatro, sceneggiatore, regista, mimo a Parigi, presenterà “Pietra lavica” di Algra Editore. Un thriller ambientato nella città etnea dove dell’omicidio di un giornalista viene sospettato il suo migliore amico, il quale, cercando di scagionarsi con l’aiuto di una bella archeologa, va a sbattere su di un segreto perduto nel cuore della città, di cui Vincenzo Bellini, Riccardo Cuor di Leone, l’Etna, la Fisica quantistica sono testimoni.

E con la presentazione del libro di Sidoti che chiude la rassegna del “Caffè Letterario” si abbasserà anche il sipario sull’edizione 2015 di “SPAZIO al SUD”, nella consapevolezza di aver offerto ai residenti ed agli ospiti la visione di un percorso culturale completo e frastagliato dove radici, tradizione e innovazione coesistono e si completano.

 

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