È in programma domani alle ore 20 nel giardino del Palazzo della Cultura - Villa Crisafulli-Ragno la presentazione del saggio “Dal Passato al futuro del Pianeta. Informazioni, metodi, curiosità”, scritto da Rosangela Todaro.

Il tema affrontato nel testo è quello dello sviluppo sostenibile necessario per il futuro del pianeta. Rosangela Todaro affronta in maniera chiara e di facile lettura tutti quegli aspetti che l’attualità ci pone davanti ogni giorno. Ed è proprio dalla voglia di trovare risposte alle domande più frequenti che un cittadino comune ma attento rivolge a se stesso in questa fase cruciale della storia dell’umanità, che prendono il via la ricerca e lo studio che hanno portato alla pubblicazione di questo volume.

L’autrice è consapevole che oggi più che mai è necessario un cambiamento di direzione, è arrivato il momento di percorrere senza esitazione la strada che deve condurci transizione ecologica.

Nel corso dell’appuntamento in programma per domani Rosangela Todaro illustrerà i temi cruciali del suo libro.

Saranno presenti il prof. Filippo Grasso, Ricercatore Universitario del Dipartimento di Economia della UniME, Consulente dell'Assessore Regionale al Turismo, Delegato del Rettore dal 2018 per tutte le iniziative inerenti turismo e management turistico per Messina e provincia; il prof. Santi Maria Cascone, ordinario di Architettura tecnica presso l’Università di Catania ed è autore di 11 monografie e di oltre 100 articoli scientifici, pubblicati su atti di congressi e su riviste nazionali ed internazionali. Si occupa dei problemi relativi alla progettazione, alla esecuzione e al controllo della qualità delle opere.

 

Nota sull’autrice

Rosangela Todaro

 

È nata a Messina nel 1959, ha vissuto la sua vita nella provincia della stessa città. Nel 1977 ha intrapreso gli studi giuridici e, pochi anni dopo, è stata assunta nella Pubblica Amministrazione.  Si è sposata nel 1984 ed ha avuto due figli. Ha sempre amato viaggiare in Italia ed all’estero, praticare attività sportive e per molti anni si è impegnata nel volontariato. Si è laureata in Scienze Giuridiche nel 2007, per hobby ha scritto diversi articoli per un giornale online locale. Negli ultimi anni si è appassionata allo studio delle varie sfaccettature dello sviluppo sostenibile.  Si definisce “una donna curiosa a cui piace vivere il presente con lo sguardo attento alle novità, poiché esse racchiudono i prodromi del futuro”.

Pubblicato in Cultura

Un altro pomeriggio, ricco di emozione, quello dello scorso 29 settembre, che ha visto ancora una volta al centro la “Casa del Cinema” di Taormina, stavolta per svelare una parte degli archivi della “Fondazione Taormina Arte Sicilia”.

Un appuntamento inserito nel corposo programma della XI edizione di “Naxoslegge” – il Festival Regionale delle Narrazioni ideato e presieduto dalla vulcanica docente Fulvia Toscano – che quest’anno ha avuto quale Domina la “Storia Necessaria”. Non semplice cronaca o aneddoto ma storia costruita su strati di memoria di differenti civiltà. Una “storia plurale”, dove, la tappa di domenica è stata importante per far luce su altre pagine della storia di Taormina.

L’incontro, a cura di Milena Privitera – responsabile ufficio stampa di “Taormina Arte” – e del Direttore Generale Ninni Panzera, ha ricevuto grande apprezzamento da parte del pubblico intervenuto, tra cui erano presenti numerosi studenti del Liceo Scientifico di Giardini Naxos, attivi collaboratori e promotori di un fare consapevole. La professoressa Toscano ha voluto ringraziare la “Fondazione Taormina Arte” per “l’interlocuzione fattiva”, e ha dichiarato come tutto rientri nell’alveo di «una mentalità costruttiva, alla presenza del “demone del fare” che vedrà altri incontri e porrà al centro un percorso tracciato prima di tutto per i ragazzi».

Ninni Panzera – nel suo intervento – ha accettato di buon grado l’idea, dichiarando:

  • «Raccogliere le sfide che Fulvia lancia è uno stimolo per noi tutti. L’archivio di “Taormina Arte” è una enorme risorsa; ripercorrere la storia umana e professionale di questi anni, è rivivere una storia bellissima, fatta di decenni importanti a dispetto dei periodi di “appannamento e di crisi”. Nel nostro archivio sono scritte pagine indimenticabili e sono prima di tutto state vissute. Qui sono passati grandi direttori, grandi coreografi e grandi attori. Taormina è stata ed è punto di riferimento per la cultura in senso materiale e immateriale. Oggi, aprire l’archivio e mostrarlo a questi ragazzi, è importante per le loro menti e per quelle degli adulti, i quali devono ricordare la loro identità e la loro storia».

Milena Privitera, da parte sua, ha tracciato un interessante excursus di questa fantastica storia, ringraziando, anzitutto, chi ha realizzato insieme a lei il video che è stato proposto al pubblico: Elisabetta Monaco, Emanuele Passalacqua, Daniela Di Leo e naturalmente, l’infaticabile Francesca Cannavò e tutta la squadra di “Taormina Arte”. Durante la proiezione – che ha riportato alla memoria, volti, parole, vita vissuta – l’emozione tra il pubblico è stata palpabile.

La Privitera nel suo intervento ha precisato:

  • «Non vogliamo vivere di ricordi ma avere presente chi siamo stati per proseguire nel nostro lavoro. “Taormina Arte” è nata per riunire tutto ciò che a livello culturale era in città. Inoltre, esisteva una politica “illuminata” che ha dato notevole impulso. Le produzioni erano qui, perché c’erano i fondi economici per investire nella realizzazione degli eventi. Taormina Arte nasce nel 1983 e il Festival comprendeva Teatro; Danza; Musica, oltre al Festival del Cinema. Possediamo un archivio con oltre 1000 volumi di rassegna stampa originale. Esiste un archivio fotografico che va dal bianco e nero al colore sino al digitale. Qui Lavia, Albertazzi, Sinopoli, Guerritore hanno lasciato impronte indelebili. Giustamente, per restare al passo con i tempi, si è destagionalizzato e decentralizzato – con l’apertura in altri periodi e la collaborazione con altri luoghi e teatri perché – la nostra, è la “Fondazione Taormina Arte Sicilia”. Nel tempo, abbiamo aperto alle arti figurative e curato allestimenti che hanno riscosso grande plauso. Oggi, siamo lieti di aprire ai giovani per inaugurare una nuova stagione».

La nostra redazione ha voluto ascoltare le varie anime che hanno contribuito a fare la storia di “Taormina Arte” e tra esse, quella di Daniela Di Leo, storica figura di questa grande famiglia:

  • «Ho iniziato questo meraviglioso viaggio lavorativo, perché tale lo reputo, nel 1984, nella segreteria dell’ufficio stampa, guidato da Stelio Vitale Modica, passando poi – e per molti anni – alla segreteria della “direzione artistica teatro” con Gabriele Lavia e alla segreteria dell'Agis durante gli anni della “Festa per il Teatro”. Ho curato l’Archivio di “Taormina Arte”. Oggi sono la responsabile delle “Attività promozionali, Merchandising e Delegato Siae” per la “Fondazione Taormina Arte Sicilia”. Aver lavorato all’interno di questa struttura sin dalla sua nascita mi ha permesso di vivere momenti di alto profilo culturale, e allo stesso tempo umano, attraverso i rapporti personali con grandi personaggi. Tra questi, desidero citarne quattro, in particolare, che sono per me tra i più cari e dei quali conservo gelosamente i ricordi: Pupella Maggio, Giulietta Masina, Valeria Moriconi e Mario Carotenuto. Oggi, dopo 35 anni, rivedendo – in questo video – tutto ciò che abbiamo vissuto tra splendori e momenti di assoluta oscurità, ritengo di essere stata molto fortunata ad aver avuto una piccola parte in una grande storia».

Lisa Bachis

Pubblicato in Cultura

Parafrasando felicemente il titolo del film del 1939 di Carol Reed, con Michael Redgrave, Margaret Lockwood “The Stars Look Down”, trasposizione dall’omonimo romanzo del 1935 di Cronin, il 13 settembre scorso, la “Fondazione Taormina Arte Sicilia” ha raggiunto un altro successo con l’inaugurazione della saletta cinematografica all’interno della “Casa del Cinema”, nell’ex Pretura di Taormina. Si tratta di uno degli storici palazzi, in origine sede di nobili famiglie, la cui destinazione d’uso a seguito di un attento progetto di restauro, è stata quella di riservare un luogo al cinema, in una città – che per sua storica vocazione – è saldamente legata al teatro e alla messa in scena, dal vivo e su pellicola.

L’emozione era palpabile unitamente alla soddisfazione di aver operato secondo un gioco di squadra che ha coinvolto tutti: dai dirigenti allo staff di “Taormina Arte”. All’inaugurazione erano presenti – oltre al Sindaco di Taormina Mario Bolognari – il Commissario Straordinario della “Fondazione Taormina Arte Sicilia”, Pietro Di Miceli e il Direttore Generale Ninni Panzera. Tra gli invitati eccellenti anche Lino Chiechio fondatore e leader di “Videobank”, con la moglie Maria Guardia Pappalardo: un’altra squadra vincente che ha riconfermato la sua presenza, per i prossimi tre anni, nella organizzazione del “Festival del Cinema” di Taormina, e che ha già dato modo, a tutti, di verificare il rilancio di un festival, che costituisce uno degli appuntamenti tra i più importanti per la cultura e il turismo non solo locali, ma a livello internazionale.

Emozione e sollievo per un altro traguardo raggiunto. Le parole del Sindaco Bolognari, confermate dal Di Miceli, non hanno lasciato spazio ai dubbi. Taormina è nota nel mondo, tuttavia ciò non ammette letarghi e sonnolenze. La promozione di un nome, che deve essere “marchio”, non può avvolgersi in un manto di apparente appagamento; occorre promuovere e investire nelle eccellenze di un territorio vario e ricco. La tradizione cinematografica – che già a partire dal 1919, ha visto Taormina quale location per set cinematografici – si è via via arricchita dopo la Seconda Guerra Mondiale. La scelta è legata alla riscoperta del tema del viaggio e di un modo differente di intendere il turismo, dopo il 1945. La parola d’ordine è “svago”, godimento dei sensi e abbandono alle suggestioni offerte dalle isole del Mediterraneo. Si vuol ricominciare a vivere, si vuol ripartire economicamente e socialmente. Il cinema, così come la fotografia, offre l’apertura su “luoghi altri”, che inducono al sogno, alla divagazione. Vi è una sorta di riproposizione dei temi cari alla “Belle Epoque”, nella nuova veste di una rivoluzione dei costumi. Bisogna lasciarsi alle spalle macerie e distruzione; fame e terrore. Vi è un sentimento di liberazione da rinunce e dittature; vi è il desiderio di osare ed essere anticonformisti. Il cinema dà questa opportunità e getta le basi per un nuovo modo di divertirsi. Ma esso è anche strumento di conoscenza e recupero di documenti storici, altrimenti destinati alla distruzione. Il cinema diviene fonte storica, sostiene la ricerca antropologica, e consente agli studiosi di aprire a un nuovo modo di interpretare la realtà e la società in cambiamento.

Ninni Panzera ha realizzato un altro dei suoi sogni, lui che, più di tutti, mostrava con garbo e innata discrezione la propria emozione. Nelle sue intenzioni e in quelle di tutti i suoi collaboratori – volti, sorrisi ed esperienze maturate lungo il corso degli anni – «la saletta ospiterà in modo permanente una programmazione cinematografica. Infatti si è scelto di iniziare con film rari e inediti, girati a Taormina. Fotogrammi unici non solo di personaggi noti ma anche di scorci simbolo della città: il Teatro Antico, il fascino e il lusso del San Domenico, il suggestivo Corso Umberto, i tanti vicoli, la Villa Comunale, la Stazione ferroviaria, l’Isola Bella, il Capo Taormina e l’imponenza dell’Etna. Nell’ottica della ricostruzione dell’identità e della memoria».

Panzera ha altresì precisato che «i lavori di trasformazione del salone, in saletta cinematografica, sono stati fatti “in house”, con l’ausilio delle competenze e della professionalità del personale di Taormina Arte, nel rispetto degli impegni presi con la Città di cui la “Fondazione” è uno degli organismi vitali, perché la “Casa del Cinema” vuol essere una delle anime culturali di Taormina».

La pellicola che ha aperto ufficialmente la programmazione – rivolta ai cittadini e ai numerosi turisti che visitano la città - è un film tedesco, inedito in Italia, di Hans Deppe, “Gitarren klingen leise durch die Nacht” del 1959, in versione originale con i sottotitoli italiani appositamente realizzati. Film romantico e ispirato al “Musical”, che ha come protagonisti Fred Bertelmann, Margit Nünke e Vivi Bach.

L’organizzazione ha pubblicato un cartellone, «che proseguirà fino a metà novembre, con numerose altre chicche – 10 film tra i più rari e meno visti – tra le quali “L’immagine meravigliosa” (1951) di Richard Brooks, ma anche il più noto “L’avventura” (1960) di Michelangelo Antonioni».

Inoltre, la mostra “Le Stelle di Taormina” – a cura dello stesso Panzera – è stata prorogata sino al 6 gennaio 2020. «L’esposizione offre, attraverso materiali rigorosamente originali, una visuale molto particolare di Taormina, quella dai set dei 46 film che hanno “scelto” Taormina come loro straordinaria location». Una mostra che ha suscitato ammirazione da parte di uno dei giganti del cinema: Oliver Stone. Il quale ha mostrato tantissimo di aver gradito un modo di accogliere e di trasmettere passione che chi abita questi luoghi unici, porta dentro di sé come retaggio genetico millenario.

Lisa Bachis

Pubblicato in Cultura

Piazza IX aprile a Taormina è un luogo d’incanto. La mattina presto lo è maggiormente. Non è del tutto deserta perché partecipa attivamente al risveglio della città ma c’è un sentire più attutito, come se si camminasse a piedi nudi su un morbido tappeto. Sul Corso inizial’attività umana, la piazza invece è un’oasi riparata e accogliente. I bar somigliano ad occhi sonnacchiosi, stropicciati dai camerieri all’opera, per servire caffè o colazione a chi decide una sosta prima di recarsi al lavoro. Tutto si mostra rallentato e sospeso in quest’angolo, che appare un’offerta votiva agli dei.

«Il fianco orientale dell’Etna che vi si prospetta davanti, nevoso e fumante alla vetta: scosceso e nero per torrenti di lava nel pendio; poi a metà, intensamente verde per i boschi e le campagne che lo rivestono e che si digradano fino all’ombrosa valle dell’Alcantara, il cui solo nome ricorda il lungo soggiorno che v’ebbero gli Arabi. Poi ad occidente è tutto il prospetto della ‘Ntinnammari, dalla quale il Tauro si stacca colla vetta arsa e capricciosa, e a mezzodì, tutto il semicerchio della costa siciliana sul Jonio, da Giarre ad Acireale, a Catania e giù, giù, sino a Siracusa, oltre la quale talvolta, nella limpidezza di quell’orizzonte orientale si mostra la punta estrema del Capo Passero. E dopo, e sempre, e tutto all’intorno il mare; il mare immenso, senza limiti, vinto dalla immensità sconfinata del cielo!».

Gustavo Chiesi pubblicava questo reportage per il “Secolo” nel 1889. Da allora, la costa ha intensificato la sua urbanizzazione e nonostante ciò, il profilo e la fisionomia di quel paesaggio hanno mantenuto intatta l’essenza dei luoghi. Luoghi che ancora oggi quella piazza, che accoglie in un abbraccio i sussurri della gente, offre al mondo. Si percepisce un’accoglienza materna, la mattina. Seduta sulla panchina scelgo di volgere le spalle al paesaggio per osservare il resto. Accoglie gli edifici circostanti, la piazza. La torre di mezzo col suo orologio; la chiesa di San Giuseppe; l’ex convento agostiniano sede della biblioteca e dell’archivio storico. Accoglie la ragazza che ha deciso di fare yoga ringraziando il Sole. Si mostra benevola nei confronti degli anziani che prima di andare al mercato a fare la spesa, si affacciano per un saluto al mare e qualche parola sugli ultimi accadimenti della politica nostrana. Pure il giorno della festa del Santo patrono Pancrazio, essa da buona madre accoglie i devoti che fanno affacciare il santo, per ricongiungere l’umano col divino, in riti collettivi senza tempo. Ha una grande anima questa piazza, che s’anima di speranze e raccoglie sussurri e silenzi. Nei borghi, nei luoghi della provincia, il sentimento popolare perdura a dispetto del tempo che passa. Qui i vicchiareddi ancora si siedono ‘ntochianu – la piazza – mentre i carusitti giocanoin mezzo ai turisti, che fanno a gara per postare il selfie migliore sui social. Qui,trovi stretti in un vincolo gli innamorati in un cerchio magico dentro una bolla sospesa sulla piazza. La piazza è generosa, accoglie e protegge. Di mattina si prepara. Anche gli alberi sono spettatori discreti della vita che si insinua tra i lastroni della pavimentazione e le superfici della ringhiera. Nella bella foto di Andrea Jakomin li si vede sull’attenti come gendarmi che stanno a far la guardia. Questi alberi, testimoni e custodi di memorie. C’è anima qui tutt’attorno a me. La luce del mattino non solo rischiara ma riscalda zone d’ombra che noi tutti ci portiamo dentro, chiuse a chiave.

Lo scrittore Luigi la Rosa, spesso ha dichiarato che «Taormina gli ricorda le atmosfere parigine» e in particolare quelle che respira attorno a questa piazza. Lui lo dice ogniqualvolta viene in città: «Taormina è un luogo del cuore».

Emanuela Ersilia Abbadessa ha scelto Taormina come ambientazione del suo ultimo romanzo,È da lì che viene la luce, ispirato alla vita di Von Gloeden e che sancisce il legame tra l’autrice e la città, in un anello di affetti che la accompagnano sin da bambina.

La luce della Piazza cambia durante il giorno, e giorno dopo giorno non è mai la stessa. La foto di Jakomin la rivela in trasparenza. Una piazza in cui, di domenica, si sentono i respiri dormienti delle persone.

Piazza IX aprile ha sempre accolto tutti, da buona donna del Sud. Li rivedo ancora quei due amici – che affacciati per guardare attraverso il cannocchiale – parlavano come solo loro sapevano fare.

Un momento prima, Antonio ne tirava fuori una delle sue, sulla filosofia della “Beat generation” e provava a convincere Sergio della validità delle proprie argomentazioni, facendosi immancabilmente mandare a quel paese dall’amico di una vita. Perché tra amici veri, è così che si fa. Ci si sopporta amorevolmente. Li vedochiari e definiti nel ricordo, perché la piazza accoglie il mio e il ricordo di noi tutti; quelli che sono rimasti qui a raccontare e quelli che hanno scelto di andarsene, lasciandoci parole scritte.

A me piace pensare che la piazza di tanto in tanto – dipende dalla luce e dal giorno – mi restituirà quelle immagini e quelle voci.

Dedicato a Sergio Claudio Perroni.

Lisa Bachis

Pubblicato in Cultura

Giovedì 21 marzo, una nuova inaugurazione è avvenuta all’interno dell’ex chiesa del Carmine a Taormina. La cripta presente nell’edificio dove sono i resti del Putridarium è stata restituita alla pubblica fruizione.  Questa inaugurazione è stata preceduta da un’altra, quella della mostra fotografica di Gios Bernardi – medico e appassionato fotografo – che in “Gente cha va – Storie di emigrazione”, ha narrato, attraverso i suoi malinconici e struggenti scatti, il flusso migratorio del Sud Italia verso le terre promesse del Nord e di altri luoghi europei, quali la Germania o la Svizzera. Un reportage realizzato tra gli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo, nello svolgimento in “tre tempi”: partenza con “truscie e valige di cartone” dai luoghi d’origine, sino alle mete dove il sole è un lusso di luce pallida, e il profumo del mare – che trasporta cristalli di sale e aromi di alghe e pesci – diviene ricordo da appuntare dentro gli abiti, insieme alle fotografie dei propri cari. Le nostre regioni a Sud erano strette in un abbraccio di mani che si sfinivano di saluti, e occhi che si interrogavano sul futuro; i volti segnati da denti chiusi per lasciare spazio a pensieri pesanti e lacrime. La casa è casa, e mai come qui al Sud siamo radicati fitti fitti, attorcigliati attorno ai nostri rami che si fanno radici e si immergono nella terra e dentro il mare. Rami che si protendono e diventano mani per acchiappare il cielo. Perché il cielo, il mare e la terra, da noi, hanno colori netti e densi, tanto che si fa fatica ad affondarci dentro. Sono talmente forti e spessi che sembrano rimandarti indietro, ma noi siamo abituati a strappare briciole di pane dai granelli di sabbia e la nostra gente, in partenza, le radici se l’è strette al cuore anche se in quei momenti somigliavano a spine che bruciavano il costato. La mostra, a cura di Paola Bernardi, oltre alle immagini riporta parole: quelle del poeta Mario Beber ed è coallestita da Paola Bernardi e Manuela Baldracchi. L’esposizione sarà aperta fino all’8 aprile dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 13, e dalle 15 alle 19.

L’inaugurazione del 21 marzo scorso ha, dunque in un certo senso, completato un viaggio. Dalle scene di vita di generazioni di nostri parenti e amici, al viaggio “ultimo”; atto finale di un percorso esistenziale che ci ricorda come tutti siamo pulvis et umbra e che quelle radici, che non vogliamo sradicare, saranno nutrite da ciò che resta di noi. Ma sebbene, finito e mortale, l’uomo ha da sempre avuto l’esigenza di “essere” anche dopo la morte attraverso memorie e resti. La riapertura della cripta, è la restituzione alla fruizione di un’importante testimonianza del rapporto con i defunti e rende d’obbligo la riflessione sulla vita oltre la morte durante il corso degli eventi storici. «L’ex chiesa del Carmine» – ha sottolineato il Sindaco Mario Bolognari –, «è un edificio, del XVII secolo, in uso ai frati Carmelitani; distrutto durante i bombardamenti del luglio 1943, e restaurato negli anni ottanta del XX secolo, dopo che il Cavalier Zuccaro lo aveva acquistato per donarlo alla Città di Taormina». L’importanza di questa riapertura è stata ribadita anche dall’assessore alla Cultura Francesca Gullotta e dall’archeologa, la dottoressa Cettina Rizzo, che ne ha curato l’iter di restituzione. Inoltre l’auspicio e l’intendimento è proprio quello di avviare un percorso di recupero e valorizzazione delle altre cripte presenti in vari edifici religiosi cittadini, in collaborazione con l’arcipretura rappresentata da Monsignor Lupò. Si pensi alle cripte di Santa Caterina o a quella del Varò. Un percorso, che possa creare un nuovo circuito culturale, visto l’interesse per i Putridaria e la tradizione presente nell’isola, dove esempio a noi vicino è quello di Savoca.

Un viaggio, quindi, che consenta di riportare alla luce un altro tassello della memoria storica di questa città dalle numerose stratificazioni.

Interessante, a tal proposito, è quanto esposto dalla dottoressa Rizzo e che è stato puntualmente riportato sul pannello espositivo, posto nei pressi dell’ingresso alla cripta:

La pratica funeraria delle sepolture nelle Cripte delle Chiese che si diffuse nell’Italia del Sud tra il XVII ed il XVIII secolo (e perdurò in alcuni casi anche nei secoli successivi), riservava un’attenzione speciale al trattamento prolungato dei corpi, procrastinando l’avvento della sepoltura definitiva.

Alla piccola cripta posta al di sotto della pavimentazione della Ex Chiesa del Carmine, si accede attraverso delle scalette che introducono ad un piccolo ambiente rettangolare con copertura a volta. Esso mostra lungo le pareti una serie di nicchie provviste di sedili in muratura (colatoio a seduta) in cui venivano murati dei cantari (vasi a forma cilindrica) ciascuno dotato di un foro centrale. Il cadavere del defunto era collocato in posizione seduta in modo da far confluire i liquami prodotti dalla putrefazione direttamente all’interno del foro collegato ad una canaletta di scolo. Una volta che il processo di scolatura fosse terminato, che la decomposizione avesse fatto il proprio corso lasciando le ossa libere dalla parte putrescibile, i resti scheletrici del post craniale erano spostati nell’ossario, mentre il cranio, simbolo dell’individualità del defunto, era posizionato su di una mensola.

Nello stesso ambiente è presente un altare, che testimonia come occasionalmente all’interno della cripta vi fossero celebrate funzioni religiose.

Per chi volesse visitare la chiesa e la cripta, gli orari sono dal martedì alla domenica, 10-13 e 15-19. L’ingresso è libero, non si paga ticket, e si può accedere alla cripta in piccoli gruppi, non più di quattro o cinque persone.

Lisa Bachis

Pubblicato in Cultura

Ascoltare e confrontarsi con Rocco Bertè, è sempre un grande piacere. Fotografo professionista dagli anni Novanta, ha la capacità di coinvolgere chi lo ascolta senza imporre alcuna presunzione professorale. Anzi, mantiene inalterata quella naturale timidezza che lo contraddistingue, e aggiunge reale emozione a ciò che dice quando parla di fotografia. Sabato 23 febbraio, all’Excelsior Palace Hotel di Taormina, “Fidapa Taormina” – in collaborazione con Roberto Mendolia e l’associazione fotografica “Taoclick” – ha invitato Rocco Bertè a tenere l’incontro,FOTOGRAFIA-Tecnica o Emozione?

Un pomeriggio per conversare di fotografia, in un ambiente accogliente e confortevole, concedendosi un gradevole “tea time”. La presenza di appuntamenti culturali, che offrono la possibilità di creare un ambiente da caffè letterario, è diventata, in questi anni, una piacevole consuetudine a Taormina; e Fidapa ha da sempre mostrato notevole sensibilità ed attenzione per la cultura e la bellezza. La collaborazione con Roberto Mendolia, inoltre, ha dato l’opportunità di concludere un percorso intorno alla fotografia, iniziato a gennaio di quest’anno con gli appuntamenti all’archivio storico, che hanno visto protagoniste le donne fotografe.

Bertè non ama definirsi “fotografo professionista” ma lo è. Si è presentato in modo semplice e diretto: «Sono un appassionato di fotografia dagli anni Novanta, ho iniziato con l’analogico. Sono da sempre innamorato della mia terra ed ho iniziato a fotografare per fissare la bellezza dei luoghi attraverso i miei occhi».

Ciò che in poche battute ha espresso, sembra riduttivo per comprendere che Bertè mette il massimo della cura e della competenza nella professione. Da anni lavora su campo, con servizi fotografici per eventi pubblici e privati. Eppure il suo inizio è “amatoriale”, così come del resto, lo è stato quello di molti altri fotografi. La sua presentazione ha offerto altri spunti interessanti: «Il mio genere principale è la fotografia di paesaggio. Il mio approccio alla fotografia è semplice, lineare e veritiero».

In effetti, Bertè ha fatto della fotografia a colori e dei paesaggi la sua firma narrativa. Il suo stile – poiché in quanto autore, lo ha ben maturato e impresso sulle foto– ha tutto il sapore del narratore di viaggi,col desiderio di perdersi in luoghi che sono quotidianamente sotto i nostri occhi, oppure appartengono ad altri paesi che abbiamo visto numerose volte pubblicizzati, ma che sono rigenerati attraverso la visione di Bertè; in questo mondo confuso tra reale e virtuale saturo di immagini, che ci ingabbiano in visioni ossessive e seriali. Durante l’incontro, il fotografo ha mostrato immagini che “ritagliate, sezionate e montate” distorcono la realtà. E ciò che oggi alimenta il mondo del web e che dà asilo alle “bufale o fake news”. Ricostruzione onuova creazione del mondo, per noi tutti appassiti e desiderosi di scariche in pixels? Bertè non ha dubbi su ciò che intende per far fotografia: «Cerco sempre di raccontare con le mie foto quello che mi colpisce particolarmente, che sia un paesaggio o una sessione di ritratto, oppure un evento». Attenzione però, perché pur provenendo dall’analogico, in cui i tempi di attesa erano più lenti e se si commettevano errori non si poteva rimediare, anche se «oggi si abusa della fotografia, io non sono un nostalgico dell’analogico. Il digitale mi ha offerto un controllo differente sulla macchina fotografica, che è, e rimane uno strumento».

Certamente, anche lui, la foto vuol vederla stampata. L’immersione nelle immagini digitali, non può precludere al rapporto più intimo e immersivo che la visione di una foto stampata dà al fruitore. «Dato che la macchina fotografica è uno strumento, comunicando ciò che vedo, io utilizzo la tecnica fotografica per trasmettere al fruitore le mie sensazioni».

Il pensiero di Bertè sulla fotografia è trasparente. La sua testimonianza ha dato un ulteriore contributo,su questo mondo,dove scrivere con la luce ondeggia tra “tecnica ed arte”. Dunque per dirla con Ando Gilardi: «Scrivere di Fotografia è difficile, molto difficile, se non si è fatta Fotografia. Per scrivere di Pittura non occorre avere dipinto, e di scultura idem; ma per scrivere di Chirurgia bisogna aver fatto il Chirurgo. E la fotografia è una operazione chirurgica, la macchina è un bisturi, la camera oscura una sala operatoria […]. I critici della Fotografia sono come delle vergini che scrivono guide sulle pratiche erotiche più terminali».

Lisa Bachis

Pubblicato in Cultura

Il Prof. Francesco Benigno, lunedì 28 gennaio, è stato ospite al nuovo appuntamento con gli “Incontri del Mediterraneo, presso la sala conferenze della “Fondazione Mazzullo” di Taormina, ed ha presentato il suo nuovo testo Terrore e terrorismo, edito da Einaudi, nel 2018. Incontro che ha visto un pubblico in cui, a farla da padrone, sono stati numerosi studenti universitari e tanti appassionati di storia. La rassegna degli “Incontri del Mediterraneo” è promossa, e organizzata, dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Taormina, retto dalla Professoressa Francesca Gullotta con il supporto scientifico di enti di ricerca storica e dell’Università di Catania. In particolare, pregevole è il contributo dato dalla Professoressa M. Concetta Calabrese – Associato di Storia Moderna Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali UNICT – che ieri ha anche moderato l’incontro. Relatrice è stata la Professoressa Lina Scalisi – Ordinario di Storia Moderna DISUM UNICT – la quale ha intrapreso un interessante dialogo con l’autore.

Francesco Benigno è Ordinario di Storia moderna alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è occupato di storia economico-sociale del Mediterraneo, di storia politica del XVII secolo, della costruzione dei gruppi politici e sociali in età moderna, e di crimine organizzato nel XIX secolo. Oltre a ciò, ha anche dedicato attenzione ai problemi di metodo della storia ed all’analisi dei concetti usati dalla disciplina. Tra i suoi testi più recenti: L’Isola dei Viceré. Potere e conflitto nella Sicilia spagnola, 2017; Words in Time. A plea for Historical Re-thinking, 2017; La mala setta. Alle origini di mafia e camorra, 2015.

Durante la sua relazione, la Professoressa Scalisi, ha sottolineato come sia necessario «riportare l’attenzione ai contesti storici, nel momento in cui tutto ha inizio» ossia il cosiddetto “periodo del Terrore”, datato Francia 1793. La relatrice ha evidenziato che il testo, di Benigno, è suddiviso in otto capitoli ben strutturati dal punto di vista narrativo. Benigno ha confermato tale indicazione: «Il testo infatti vuole essere più che un manuale di storiografia, ma un testo di divulgazione; aperto agli addetti ai lavori ma anche agli appassionati». In tal senso, appare chiara la scelta, di spostare le note a fine testo e non mantenerle invece a piè di pagina. Le trenta pagine di note, che in un testo basato su ricerca storica ed analisi delle fonti, non sono un dettaglio di poco conto. Esse, pertanto, potranno agevolmente essere consultate senza per questo sovraccaricare il lettore. Una scelta dal punto di vista della metodologia critica che appare al passo con i tempi.Oggi, in una frenesia della scrittura ad ogni costo, e in un calo dell’attenzione, è divenuta una sfida epocale, trattare temi di cocente attualità in modo da coinvolgere le persone. L’intervento sul testo, la scelta dei temi affrontati e la lunghezza non eccessiva; il linguaggio chiaro che non contravviene alle regole della precisione, rendono questa narrazione importante, e l’obiettivo raggiunto. Dal 1793, il lettore, è accompagnato sino alla contemporaneità, e nello specifico, all’epoca dei Bush. Benigno ha, inoltre, precisato tutta l’ambiguità della parola “Terrorismo”; là dove viene definito “il nemico assoluto”, e ha ribadito che si tratta di una «demonizzazione da cui si deve venir fuori. Colui che è terrorista per taluni, diviene infatti un combattente per la libertà, per altri. Ma gli storici non possono ignorare tale ambiguità. Bisogna tentare di costruire una strada differente». L’autore infatti specifica che, nel titolo stesso Terrore e terrorismo, vi è una polarità. Si tratta di “un Giano Bifronte”. Il “Terrore”, dalla Rivoluzione francese sino agli anarchici del XIX secolo, è un monito a «smettere di scrivere libri e ad agire», asserisce Benigno; poiché per spingere alla rivolta, è necessario compiere un gesto esemplare e violento.

Il Terrorismo è anche legato all’applicazione e alla messa inscena dell’apparato del “terrore” – in questo, gli Spagnoli sono stati un esempio, per le epoche successive, con i manuali dell’Inquisizione e con la scientificità del Miedo:l’indurre spavento e angoscia costanti. – Il “Terrorismo” è, per il Professore, «come la fionda di Davide. Un fenomeno nato in Europa e giunto sino ad oggi con l’islamismo. In cui si vuole creare ordine con il disordine».

A tal proposito, fondamentale, in questa strategia, è il lavoro dell’Intelligence, impiegata per il controllo di dati ed informazioni su scala mondiale; nonché la manipolazione delle coscienze, in cui la stessa popolazione entra far parte della lotta e da vittima, diviene essa stessa carnefice. Qui è il sostrato della guerriglia e delle guerre civili. Innegabile anche l’uso del terrorismo “per le politiche di potenza”. L’azione si scatena, perché esiste una precisa orchestrazione e qui, ha parte rilevante, di volta, in volta, la creazione di un nemico “sporco, brutto e cattivo” che può distruggere nelle sue sacre fondamenta la civiltà.

Di dirompente attualità, Terrore e terrorismo, perché invita ad un’interrogazione più profonda ciascuno di noi. Noi che, oggi, siamo chiamati più che mai a fare i conti con fenomeni dal ritorno ciclico e di vichiana memoria, oppure conquel “Tramonto dell’Occidente” dai caratteri di lucida profezia.

Il testo di Benigno e il suo intervento hanno suscitato numerose domande da parte dei presenti. Tutto però ritorna a un punto nevralgico: l’importanza della conoscenza storica, e dei fatti che hanno contribuito alle nostre differenti visioni del mondo. Una richiesta di apertura al dialogo e al confronto serrato.  Noi, tutti, siamo chiamati in causa nella scelta di “Essere Umani”. La storia e le altre scienze sociali devono servire da strumento, per favorire, non una retrocessione nel campo umano, bensì una rinascenza.

Lisa Bachis

 

Pubblicato in Cultura

Un nuovo ciclo di seminari – dedicati alla fotografia – è stato inaugurato giovedì 10 gennaio, presso la Saletta Conferenze dell’Archivio Storico di Taormina. Gli incontri rientrano nel calendario delle attività dell’UNITRE Taormina per l’anno accademico 2018/19, e sono patrocinati dall’Assessorato alla Cultura e dall’associazione fotografica “Taoclick”. Ideatore e curatore del progetto, che da diversi anni mantiene l’impegno di aprire, quanto più possibile, gli spazi al mondo fotografico e ai suoi autori, è Roberto Mendolia (Rogika). Rogikaci tiene a precisare che lui non è “un fotografo ma uno che usa la macchina fotografica”, parafrasando Mario Giacomelli. Nell’anno in corso, il tema è #SGUARDIDIDONNA. Tutto è centrato attorno al femminile; al modo delle fotografe donne di percepire e trasformare in dialogo serrato con la realtà, il confronto che si fa immagine. Negli anni scorsi, erano state ospiti altre due fotografe: Irene Caltabiano e Annalea Steccas. Era dunque nelle intenzioni degli organizzatori, ed in particolare di Rogika, ampliare lo sguardo sulla fotografia vista e vissuta dalle donne.

#SGUARDIDIDONNA è un luogo fisico e mentale, in cui donne e fotografe ci regalano riflessioni e condivisioni. Donne che, mediante la fotografia, traducono una lingua “in immagini e parole”. Se si presta attenzione alla grammatica di questi termini, si noterà che sono tutti al femminile: fotografia, immagine, parola. La donna possiede un alto livello di introspezione, vuoi per la sua fisiologica essenza di portatrice di vita, in quanto predisposta alla maternità ed alla cura della prole; vuoi per l’ancestrale tellurico legame con la Terra, in un simbiotico cordone che la rende massimamente recettiva a ciò che c’è dentro, prima che a ciò che c’è fuori.Pronta a cogliere “l’inafferrabile e l’inatteso”.

Margaret Bourke-White, sintetizza benissimo questo sentire le cose e la vita: «Trovare qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno avrebbe potuto immaginare prima, qualcosa che solo tu puoi trovare perché, oltre ad essere fotografo, sei un essere umano un po' speciale, capace di guardare in profondità dove altri tirerebbero dritto».

Vera Terranova, donna e fotografa, ha dunque avuto il compito di inaugurare il percorso di #SGARDIDIDONNA. Diplomata a Roma, in Fotografia, all’Istituto Europeo di Design, dopo varie esperienze in differenti ambiti fotografici, decide di seguire la sua vera passione: la fotografia di viaggio.

Infatti “Il viaggio e la fotografia” come sottolineato più volte durante l’incontro «è un racconto-reportage descrittivo dei luoghi, delle genti ma anche delle emozioni; il cui impatto sullo spettatore è reso più forte dalle musiche, che accompagnano le fotografie, selezionate accuratamente da Ivano Lupini, compagno di vita e di viaggi». I progetti fotografici di Vera Terranova nascono «dal desiderio di ricercare ancora una volta la diversità ed accoglierla come risorsa per apprendere, migliorare, arricchirsi. Dalle diversità culturali, politiche e religiose, è necessario che scaturisca una sana curiosità, perché gli altri non siamo che noi stessi, visti da prospettive differenti». Vera Terranova è fotografa freelance, realizza reportage fotografici per concerti, per il teatro e per eventi turistici e aziendali. Inoltre cura personalmente un “Tour Fotografico della Sicilia” da lei interamente ideato ed organizzato.

La spontaneità di questa donna è apparsa sin dall’inizio. Lei preferisce tenere in mano una macchina fotografica, ma questa è la strofa principale di molte dichiarazioni da parte di fotografi e fotografe. Vera Terranova ha semplicemente raccontato, cosa prova, quando per mesi sta in giro in altri “luoghi e con altre persone”. Lei che è partita, come molti, dalla fotografia analogica e per abituarsi al digitale ci ha messo un po’. Nel video – contenente un lungo viaggio in Asia – in cui era presente anche una foto scelta dal “National Geographic”, non troverete foto “turistiche”, ma espressioni di un modus vivendi. Durante la narrazione, e lo scambio di visioni e curiosità con il pubblico presente, Vera Terranova ha trasmesso passione e grande competenza. Professionalità maturata lungo la sua vita. Di questo, in fondo, si è trattato: di Vita – la sua – mescolata ad altre vite. Condividendo il viaggio con il compagno Ivano Lupini. Emozioni che si accavallano ad altre emozioni, in una narrazione – quella di Vera – a cui in un naturale duetto, si è aggiunta quella del compagno – con la presenza del coro –, il pubblico.

Incantati dalla proiezione, avvolti dalla perfetta fusione tra immagini e suoni – anche sotto questo aspetto l’unione tra Vera e Ivano è palpabile – noi, lì presenti, sembravamo attratti per effetto di uno strano magnetismo. Era la condivisione, seppur differita dalle immagini, con altre genti. Sguardi, sorrisi – che la stessa Vera ha definito “naturale e universale passepartout”–e gesti; in una quotidianità distante da noi, che ci ha reso più vicini.

Vera Terranova fotografa “a colori”, sebbene abbia lasciato spazio al “bianco e nero” per dar risalto ad alcuni ritratti. Come lei stessa ha dichiarato: «Io fotografo a colori anche quando uso il bianco e nero».

Un’emozione restituita a ogni passaggio di scatto. Un tempo “sospeso” che non immobilizza, ma rende giustizia a esistenze intercettate dall’altrui curiosità. Fame di scopertache non oltraggia, ma accarezza con l’occhio. Questo è ciò che la fotografia di Vera Terranova offre: visione sull’alterità e di riflesso, conoscenza di sé.

Lisa Bachis

Pubblicato in Cultura

Stasera abbiamo avuto la certezza che Agrigento ha le eccellenze per essere un città ponte al centro del Mediterraneo. Può guardare l’Europa. Quell’Europa dei Popoli che voleva raccontare Antonio Migalizzi, un giornalista che era riuscito a realizzare il suo sogno ucciso da un fanatico assassino”.  Il lungo applauso dopo queste sentite parole fa emozionare ancora di più il professor Francesco Pira, sociologo, docente universitario e giornalista, che ha ritirato sabato 15 dicembre 2018 ad Agrigento il Premio Karkinos 2018 per la sezione Giornalismo e Comunicazione ad Agrigento, nello Spazio Temenos della Chiesa di San Pietro, in via Pirandello, nel cuore della città dei Templi  Il Premio Karkinos è stato assegnato  alle eccellenze del territorio che si sono affermate anche fuori dai confini della provincia agrigentina.

I premiati 2018 che sono sfilati sul palco sono: Sport Stefano Castronovo, Teatro e Cinema Nino Bellomo, Imprenditoria Fratelli Cimino, Musica, Daniele Magro. Giornalismo e Comunicazione, Francesco Pira,  Arti Figurative, Sergio Criminisi; Medicina, Giovanni Ruvolo; Legalità Questore Maurizio Auriemma, Premio Speciale Solidarietà e Impegno Sociale ad Aldo Lo Curto.

Menzioni special sono state attribuite ad Antonio Bellanca, campione italiano Bia Cous Cous, e a Sara Gallo e Mattias Lo Pilato del “Centro storico di Agrigento”.

Incalzato dalla conduttrice Elettra Curto, brava, disinvolta e capace di sostenere una serata ricca di emozioni e di energia, il sociologo Pira ha anche lanciato un appello ai genitori ricevendo un altro scrosciante applauso : “Non preoccupatevi soltanto quando i vostri figli escono da casa perché molti pericoli sono nascosti nello smartphone. Possiamo usare nel miglior modo le tecnologie ma le stiamo usando per tirare fuori tutta la nostra cattiveria”. Occhi rossi del professor Francesco Pira quando la motivation speaker Arianna Tornambè, al nono mese di gravidanza encomiabile e puntuale nel suo ruolo, ha scandito le bellissime parole della motivazione: “Per gli eccellenti risultati conseguiti nel suo campo in ambito nazionale e internazionale. Francesco Pira è un siciliano doc che ama la Sicilia e Agrigento che ha scelto di tornare nella sua terra per mettere a disposizione del territorio la sua esperienza. Nella sua carriera di docente universitario e giornalista ha saputo trasmettere la passione a numerosi allievi e ha affrontato in modo accessibile e assolutamente innovativo le problematiche della nostra società, avvicinandosi al grande pubblico con la sua capacità di comunicare in modo moderno e competente. Attento e scrupoloso studioso dei fenomeni legati all’uso ed all’abuso delle nuove tecnologie come il cyberbullismo e il sexting e l’allarme fake news. Non ha mai dimenticato il suo primo amore il giornalismo. Ha saputo creare con grandi capacità una rete positiva legata al mondo dell’informazione e costituisce un esempio di giornalismo libero e coerente nella nostra terra”.

A consegnare il Premio Karkinos a Pira l’onorevole Margherita La Rocca Ruvolo, parlamentare regionale.

Il premio Karkinos è organizzato dall’associazione culturale “Antiche tradizioni popolari” presieduta da Carmelo Cantone che al termine si è detto molto soddisfatto della riuscita dell’evento. Nel corso dell’evento per la consegna dei Premi suggestivi gli interventi artistici della cantante Alisia e dell’attrice Annagrazia Montalbano. Molto toccanti gli interventi di tutti i premiati che hanno raccontato storie straordinarie di impegno, passione e dedizione e ribadito il grande amore verso la Sicila.

 

 

Pubblicato in Cultura

La biblioteca di Taormina svela i suoi tesori librari: incunaboli e Cinquecentine. La mostra “AntiquitatisVolumina” sarà inaugurata sabato 15 dicembre, alle 17, nella Biblioteca comunale di Piazza IX Aprile. Una esposizione bibliografica diedizioni del XV e XVI secolo promossa e organizzata dal comune di Taormina in collaborazione con la Soprintendenza ai Beni culturali di Messina. L’evento si inserisce, inoltre, nel progetto “Si scrive Europa, si legge Cultura”, promosso dalla testata giornalistica Pickline e approvato dal Mibac, per l’anno europeo del patrimonio culturale.

«Sarà un viaggio a ritroso nel tempo e nella memoria lungo seicento anni – spiega l’assessore alla Cultura del Comune di Taormina, Francesca Gullotta - tra testi antichi, incunaboli e cinquecentine, corredati da pannelli didattici, scelti secondo un criterio che tende a mettere in evidenza la storia della stampa e quanto ruota intorno ad essa. Un ringraziamento speciale va alla sezione Beni librari della Soprintendenza di Messina, per la loro preziosa e professionale consulenza scientifica, e al Centro di Lingua e Cultura italiana “Babilonia” per la consulenza nella traduzione in inglese del materiale documentario della mostra. Un grazie anche agli altri sponsor e alle associazioni che hanno lavorato per la comunicazione, per il materiale fotografico, per la grafica».

La mostra sarà ospitata nella sala del Fondo Antico “Giovanni Di Giovanni” della Biblioteca comunale, ubicata nella centralissima Piazza IX Aprile, che rappresenta per le sue vicende storiche e le trasformazioni architettoniche un luogo nevralgico per la memoria culturale ed identitaria della città di Taormina. Essa custodisce una vasta e ragguardevole Emeroteca ed un patrimonio librario di eccezionale interesse: oltre ad una sezione di rari volumi dedicati alla Storia della Sicilia, spiccano per l’altissimo valore storico, bibliografico e culturale, le raccolte librarie provenienti dai Conventi di S. Agostino, di S. Domenico e dei Cappuccini. Il Fondo, di pregio inestimabile, comprende manoscritti, incunaboli, una preziosa raccolta di Cinquecentine e numerosi volumi datati tra il XVII e il XIX secolo. Si tratta di testi di insigni autori tra cui emergono S. Agostino, S. Tommaso D’Aquino e Roberto Bellarmino ed investono i più svariati rami del sapere, dalla Teologia alla Scienza, dalla Storia alla Filosofia.Vanno a completare la collezione della Biblioteca Comunale di Taormina il fondo archivistico e numerosi di volumi in lingua straniera.

Di questo prezioso fondolibrario soltanto i volumi stampati dal 1452, anno a cui si fa risalire convenzionalmente l’invenzione della stampa da parte del Gutenberg, fino alla fine del Cinquecento rientreranno nella mostra inedita “AntiquitatisVolumina. Incunaboli e Cinquecentine”. Un viaggio nell’evoluzione della produzione libraria: dai preziosi incunaboli quattrocenteschi alle sempre più elaborate e raffinate edizioni del Cinquecento.La mostra espone sei incunaboli nei quali si possono orintracciare alcune loro specifiche peculiarità: la scrittura gotica; il frontespizio con il testo a forma conica; lo spazio per i capilettera che, inizialmente lasciato in bianco, veniva poi riempito dall’iniziale xilografica; il “colophon”, posto nell’ultima pagina, che rivestiva l’importante funzione di riportare le note tipografiche contenenti l’autore dell’opera e la data ed il luogo di pubblicazione. Il percorso prosegue poi con l’esposizione di 36 Cinquecentine, testi pubblicati tra il 1501 ed il 1600. Nel corso del secolo si assisterà ad una sempre più marcata evoluzione del frontespizio che si arricchirà di eleganti e raffinate composizioni di natura decorativa e architettonica e di elementi floreali ed ornamentali, tipici della pittura rinascimentale: dalll’opera  di Lucio  Cecilio  Lattanzio “Habes  in  hoc  volumine” del  1509, che per il carattere gotico della scrittura e il frontespizio a forma conica può essere annoverata nella categoria dei  “post-incunaboli”, al volume “La vigna del Signore” del 1599, in cui le vignette xilografiche si uniscono a un frontespizio dallo stile pre-barocco, riccamente adornato da motivi floreali e architettonici. Della mostra “AntiquitatisVolumina. Incunaboli e Cinquecentine” fanno parte anche alcune pregevoli edizioni straniere come “Expositio in exodum” edita a Parigi nel 1534 dal famoso stampatore Jean Petit e le “Disputationes” del famoso cardinale Roberto Bellarmino stampata ad Ingolstadt nel 1596.

Pubblicato in Cultura
Pagina 1 di 4

Banner bottom

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Per acconsentire all’uso dei cookie clicca su per maggiori informazioni clicca QUI