Peppe Gambino Peppe Gambino Foto di Rogika

GIUSEPPE GAMBINO: LA FOTOGRAFIA COME ESERCIZIO DELLA MEMORIA In evidenza

TAORMINA – Oggi è un giorno particolare. Il 27 gennaio si celebra la “Giornata della Memoria”, per non dimenticare chi ha subito l’annientamento dello statuto di essere umano. La Shoàh – che tradotto significa “tempesta devastante”, parola presente nella Bibbia – indica lo sterminio del popolo ebraico durante il Secondo conflitto mondiale. Questo vocabolo è andato a sostituire quello di “Olocausto”, in quanto non si può assimilarlo all’idea di “sacrificio inevitabile”. Fra il 1939 e il 1945, infatti, circa 6 milioni di Ebrei vennero sistematicamente uccisi dai nazisti del Terzo Reich con l’obiettivo di attuare un processo di epurazione e creazione di una nuova razza, quella ariana. Il fenomeno assunse proporzioni tali che usare la parola “genocidio” sarebbe riduttivo, poiché interessò tutti i soggetti non conformi alle regole di purezza e sanità, fisica e mentale, oltre ai dissidenti politici e agli omossessuali. Ancora oggi, si discute, partendo da ciò che fu espresso da Primo Levi, su quale Dio ci fosse nei campi di sterminio. Questa riflessione mi ha accompagnato durante tutto l’incontro di venerdì 24 gennaio, quando Giuseppe Gambino – ospite di “Immagini & Parole”, a cura dell’associazione “Taoclick e di Roberto Mendolia – ha offerto la possibilità di vedere con i nostri occhi “l’altro” in “Suddenly”. Parlare oggi di memoria, con ciò che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi, non può essere un mero esercizio di retorica ma, al contrario, presuppone un atto responsabile e consapevole, che ci faccia interrogare incessantemente su chi sia “l’altro” da noi. Orbene, ritengo che raccontare di Giuseppe Gambino e del suo progetto, dire chi sia Luna e chi sia Augustine, sia entrare nel cuore dell’altro. Ciò che Gambino fa è “fare fotografia come esercizio della memoria”. Dalle vittime della Shoàh, alla volontà di cancellazione delle differenze. “L’altro” non può restare un concetto astratto ma vestirsi di carne e ossa, spirito e cuore. Testimoniare quotidianamente “l’altro”, è testimoniare l’uomo e noi stessi, che nulla siamo se non a partire dall’altro.

L’incontro del 24 gennaio, è uno degli ultimi appuntamenti di “Immagini & Parole, che si concluderà il 21 febbraio. La location, la “Saletta Conferenze” dell’archivio storico di Taormina, che con il patrocinio del Comune e in particolare dell’Assessorato alla Cultura, retto dalla Professoressa Francesca Gullotta, ha reso possibile lo svolgersi della programmazione. I contributi sono giunti da parte di “UNITRE” e dello sponsor “FDD” di Caterina Lo Presti insieme al media partner “JonicaReporter” diretto da Valeria Brancato.

Gambino – venerdì scorso – non era da solo. Era insieme alla moglie Laura e alle figlie: Maya e Luna. Le ho conosciute e ci ho parlato. Sono bellissime e di una bellezza quasi rarefatta. Sembrano fate dei boschi. Laura è una forza ed è la forza per Giuseppe e le ragazze. Una donna che è madre, ha quella forza ancestrale difficile da comprendere. Le giunge dalla protezione della vita, che è in lei sin dalla nascita e, che si sviluppa sino alla maturazione dei frutti: i figli. Figlie in questo caso. Meravigliose creature. Per capire bene il mondo di Giuseppe Gambino, bisogna dire di queste donne. Questa è una storia di persone e di una famiglia. Di ogni componente di questa famiglia compresa, Kira, la gatta speciale di Luna.

La nota biografica di Giuseppe Gambino riporta che è

«Nato a Palermo nel 1979 e nel 2005 trova nella fotografia il suo mezzo d’espressione. Si interessa di fotografia documentaria e reportage sociali. Al centro del suo lavoro c’è la sua terra: la Sicilia, della quale ama descrivere il territorio e le persone che vivono al Sud. Ha iniziato da autodidatta, studiando le foto dei grandi Fotografi e col tempo ha perfezionato la tecnica frequentando letture portfolio e workshop di Angelo Maria Turetta e con il Fotoreporter Valerio Bispuri. Dal 2016, fa parte dell’Associazione “Eikon Culture” con la quale ha partecipato con il progetto “HospITALYti” ad una esposizione a Porto Empedocle e a San Benedetto del Tronto».

Rogika durante i saluti e la breve introduzione ha spiegato che è la prima volta che “Suddenly” va in giro. Questo perché “Suddenly” – “All’improvviso” è un progetto che narra dell’altro non conforme agli standard di efficienza e salute; narra della persona malata, quella che già di per sé crea scompensi nelle nostre menti assuefatte al benessere e abituate ad allontanare la morte. Giuseppe Gambino, motivato e spinto anche dalla forza di Laura, ha deciso che non si poteva stare in silenzio e non ci si poteva girare dall’altra parte, ma era necessario che tutti vedessero Luna. E la malattia di Luna, è il confronto con “l’altro”. Gambino racconta. Ci fa scorrere davanti agli occhi le immagini di Luna e del suo mondo:

“Suddenly” è la storia di Luna, di un passaggio dall’infanzia all’adolescenza, di lotta contro una malattia. Luna ha 9 anni vissuti felici e giocosi, una bimba dolce e solare che ama giocare sia da sola, creando mondi immaginari fatti di fate, elfi e supereroi, passa ore a disegnarli, che in compagnia, condividendo e misurandosi tra giochi ludici e sport, il basket. Ama gli animali e possiede una gatta di nome Kira da lei definita la sua “aiutante magica”. Dal 2018, qualcosa è cambiato. “All’improvviso” Luna si è ritrovata a lottare contro la sindrome dell’Epilessia che è calata, come la nebbia, nella sua vita e in quella della nostra famiglia. Epilessia viene dal greco “epilambànein”: “prendere sopra”, “sorprendere”, “afferrare”, ma anche “essere colti di sorpresa”, “essere sopraffatti”. Il significato del termine si riferisce al modo improvviso in cui la malattia si manifesta e, insieme, al senso di prostrazione cui soggiace il soggetto che ne viene colpito. Tra le patologie neurologiche più diffuse, è stata dichiarata malattia sociale dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. I dati circa la sua incidenza non sono molto precisi e probabilmente sottostimati perché la patologia è spesso tenuta nascosta per motivi psicologici e sociali. Dai numeri ora a disposizione, si stima una frequenza nei Paesi industrializzati pari a 1 persona su 100 che si traduce, in Europa, in circa 6 milioni di persone e, in Italia, in circa 500.000 pazienti con un’epilessia in fase attiva (cioè con crisi persistenti e/o tuttora in trattamento). Le risorse destinate alla ricerca, alle terapie e all’assistenza sono del tutto inadeguate, gravando sul paziente nella vita di ogni giorno e sulle famiglie. Le Foto di “Suddenly” tracciano un percorso ideale nella vita di Luna, partendo dalla rappresentazione delle difficoltà causate dalla malattia stessa, per arrivare all’affermazione di sé e delle proprie aspirazioni, della propria indipendenza; ritratta in frammenti di “Vita Quotidiana”. Renderla visibile, attraverso chi la vive, raccontandone la quotidianità perché non resti un tabù, affinché chi la ignora smetta di farlo e chi ne soffre smetta di aver paura di mostrarsi. Le crisi epilettiche per chi non ha una specifica formazione fanno paura. Qui siamo di fronte a un problema culturale antichissimo, ma ancora presente e l’unica arma per combatterlo è l’informazione. Cosa fare quando tua figlia non può partecipare alle gite scolastiche perché i professori non si assumono la responsabilità? Come posso io privare mia figlia della gioia di andare in gita oppure andare ad uno spettacolo a teatro? Luna è una ragazzina vivace e brillante. Piena di Interessi. Certo, le nostre vite sono state stravolte nella quotidianità ma ciò che ci preme è far conoscere per non aver paura.  Ad un certo momento, non disposti ad arrenderci agli schemi imposti, di nascondimento del problema, Laura mi ha detto: “Sai fotografare, documenta!”. Da qui nasce “Suddenly”. L’Epilessia può originarsi a seguito di un ictus o di un trauma. Infatti, sarebbe più giusto parlare di “epilessie” perché ve ne sono diverse forme e quella di Luna è un’epilessia generalizzata. La ricerca è ciò che ci sostiene; non esistono cure definitive. Si studia tanto per conoscere l’epilessia, per far aprire gli occhi e i cuori. Spesso il problema viene nascosto ma spinto dall’amore verso mia figlia, non potevo tacere e ho raccontato attraverso lo strumento che meglio so usare: la macchina fotografica.

“Suddenly” e le sue immagini, che raccontano di Luna –, con una delicatezza sorprendente nonostante la brutalità della malattia –, ci dicono ciò che potrebbe accadere a ciascuno di noi. Ciò che accade a tantissimi di noi, perché qualsiasi malattia ti sorprende e ti ammutolisce. Ti spiazza e ti devasta se non hai gli strumenti adeguati per affrontarla. La malattia conduce a una riflessione su ciò che ci si manifesta diverso e straniante: “l’altro”. Luna che ha avuto difficoltà nel percorso scolastico, dove il diverso non viene integrato ma spesso è discriminato in barba al concetto di inclusione che la scuola dovrebbe attuare per favorire l’ingresso del discente nella società, non ha mai perso il sostegno della sua famiglia. Gambino e la moglie hanno creato corsi di formazione per il personale scolastico. Si è fatta rete con altre associazioni. Per demolire il pregiudizio. Infatti, gli epilettici fino agli anni Cinquanta del XX secolo erano visti come malati di mente o addirittura posseduti; tanto che o li si rinchiudeva nei manicomi oppure li si sottoponeva a esorcismo. Il non riconoscimento dello statuto di malati, li rendeva corpi estranei da recidere come metastasi. L’annientamento di ciò che non si conosce: dell’altro da noi che non riusciamo a catalogare. Giuseppe Gambino continua ad affondare il coltello nella piaga di questa realtà e lo fa, con le parole che gli si strozzano in gola per via del pianto. Il pianto di un papà che ha Luna, lì di fronte a lui, che piange perché vorrebbe essere capace di sostenere il suo papà e la sua mamma e Maya, ma ha anche paura perché è pur sempre una bambina.

Ci sono centocinquantamila pazienti con l’epilessia, oggi, in età adolescente dai 6 ai 12 anni. Spesso ci sono problemi ad avere i farmaci. Certo, pian piano, abbiamo stabilito una quotidianità. Ho documentato diversi centri in Italia da Isernia, al “Meyer” di Trieste, al “Gaslini” di Genova. È un problema culturale che può essere superato con le giuste informazioni. Le foto, in bianco e nero, narrano di Luna che vive come una ragazzina della sua età e che si trova in un mondo fatto di crisi epilettiche. Quando tua figlia ti chiede: “Papà, io morirò?”, cosa potresti dirle? Laura, mia moglie, mi ha dato la forza. Questa è la prima parte del progetto, quella autoriale; riguarda mia figlia e la sua quotidianità. La seconda parte, a cui sto lavorando, è scientifica per vedere i materiali che sono usati nella cura dell’epilessia. Voglio ricordare che negli anni Settanta, veniva usato l’elettroshock. Ci sono ragazzi – che hanno accettato la malattia e sanno come comportarsi – che vedono l’aura prima che arrivi la crisi e si stendono ad aspettare. Tra gli esperimenti è previsto anche l’uso di Cannabis, perché l’epilessia è una scarica elettrica che colpisce il cervello. Quindi bisogna far scorrere via la crisi nella maniera più dolce. Il paziente deve assumere una posizione supina per fare in modo che non ingoi la lingua. Bisogna controllare l’orologio perché se la crisi supera il minuto allora è necessario somministrare il Valium per via anale. Capirete che non è semplice. Il corpo si irrigidisce, e se quella che hai davanti è tua figlia, non è facile. Capita che io abbia difficoltà a ricevere autorizzazioni a fotografare. Si tratta di un tema delicato e anche i medici non sono sempre disponibili. Però la “LICE” – LEGA ITALIANA CONTRO L’EPILESSIA – mi dà una mano. Il 10 febbraio, desidero ricordarlo, è la “Giornata contro l’Epilessia” per dare sostegno alla ricerca.

In effetti, la ricerca è la migliore arma che si possieda per la lotta a questa e ad altre malattie che come serpenti afferrano le gole di tantissime persone nel mondo.  Accedendo al sito ufficiale dell’associazione – molto chiaro e con numerose informazioni utili – si legge che la LICE «è una Società Scientifica senza scopo di lucro e persegue esclusivamente la finalità di contribuire al miglioramento della diagnosi, terapia, assistenza, ricerca, formazione  e informazione scientifica nell’ambito dell’epilessia (attività svolte da professioni sanitarie in un’area specifica delle Neuroscienze e comunemente riassunte nel termine di utilizzo internazionale “Epilettologia”), nonché al superamento dello stigma sociale a tale patologia correlato, promuovendo  e attuando ogni utile iniziativa per il conseguimento di tali finalità (ultimo Statuto). Costituitasi una prima volta a Milano nel 1955 (con Mario Gozzano Presidente, Eugenio Medea Vice Presidente e Raffaello Vizioli Segretario), la Lega perse progressivamente vitalità fino al 7 ottobre 1972, giorno in cui in una riunione svoltasi a Venezia venne deciso di rifondare l’Associazione, legalmente costituitasi il 20 gennaio 1973».

L’ultima immagine – prima che il video finisca e che ci si imprime nella memoria – è quella di Luna nel bosco, attorniata da una nebbia sottile che la protegge. Una creaturina fatata ma dalla grande forza. La narrazione di Gambino, non è ancora giunta al termine perché ha molto da dire, sulla fotografia e gli altri progetti, incalzato dalla partecipazione del pubblico.

La fotografia è per me, saper raccontare. La mia fotografica è mettere in luce la realtà sociale. Ogni mio progetto è collegato ed è narrazione. Uso il bianco e nero. Magari è un bianco e nero sporco. La tecnica, una volta acquisita la abbandoni. Vado di pancia. C’è poca postproduzione nelle mie foto. Ho iniziato a usare la macchina fotografica per la fototerapia. A tredici anni, la perdita del papà, mi ha sconvolto tantissimo, ero diventato un ribelle. Poi ho abbandonato la fotografia ma l’ho ritrovata a partire dal 2005 e da allora ha fatto parte della mia vita. Nel 2010, ad esempio, mi sono occupato d’immigrazione, in collaborazione con la “Croce Rossa”, entrando dentro la realtà dei centri. Nella Missione di “Biagio Conte”, con cui ho collaborato, ho incontrato Augustine e me lo sono portato a casa. Lui ha vissuto nella mia famiglia ed è diventato parte di essa. Ha insegnato l’inglese alle mie figlie e loro gli hanno insegnato l’italiano. Da qui, è nato il documento visivo e la storia su questo ragazzo nigeriano. La mia fotografia è semplice e deve arrivare. Augustine ha una storia pesante. Scappato via dal suo paese quando è arrivato in uno dei lager libici ha subito torture fino allo scalpo con un machete. Fuggito dalla sua terra perché omosessuale, passato dalla Libia e trattenuto, si è ritrovato a stare rinchiuso in un campo che era un lager. Poi riuscito ad abbandonare la Libia, è sopravvissuto al naufragio del barcone che li trasportava, ed è stato mandato in uno dei centri di accoglienza, che spesso poco hanno dei requisiti richiesti. Augustine porta sempre il cappellino e sente sempre freddo, ma oggi ha ottenuto il permesso per l’asilo politico come “rifugiato” e lavora. Ci sentiamo e non finisce mai di ringraziarci per quello che abbiamo fatto. Questa per me è l’interazione e l’integrazione e questo documento attraverso le mie foto.

Gambino ha frequentato importanti corsi di fotografia in giro per l’Italia, legge e studia tanto. Tra i suoi ispiratori c’è Ansel Adams, fotografo statunitense, che ha reso la fotografia paesaggistica poesia. Adams nel 1932 fonda il gruppo f/64. Il nome indica la minima apertura del diaframma, una tecnica difficile, che consente di allargare la profondità di campo, ridurre lo sfumato dello sfondo, e massimizzare i dettagli della foto. L’intento del gruppo è quello di cercare di riunire tutti gli esponenti della “Straight Photography”, come Edwards, Holder, Lavenson e Kanaga. Inoltre per Adams «ogni fotografia è il riflesso del proprio autore. Più egli studierà, scatterà fotografie, leggerà libri, guarderà film e ascolterà musica, più crescerà in quanto essere umano e il risultato farà la differenza. Nessun altro potrà ottenere la stessa fotografia perché avrà un retaggio talmente diverso e una personale gestione dello scatto». Nella “Straight Photography” è molto importante lasciare integra la fotografia, senza sottoporla a superflue manipolazioni digitali.

Analogo l’intento di Gambino, che ha sicuramente studiato il lavoro di Adams sulla detenzione delle minoranze di origine nipponica. Una visione della fotografia che ritrae la realtà ma che ne sottolinea gli aspetti di positività e di bellezza. Un altro mentore, per il fotografo palermitano, è Vito Finocchiaro – che era presente in sala ed ha dichiarato: «Peppe è un mio amico. Ed ho pochi amici. Peppe ha coraggio. Il fotografo deve mantenere una certa distanza. Ma in questo caso ha fatto la scelta più giusta per raccontare Luna».

Gambino è entrato dentro al cuore del problema; dalla malattia di Luna alla sopravvivenza di Augustine, sino ai racconti dallo Zen –, Zona Espansione Nord –, quartiere di Palermo dove chi faceva combattere i cani, ora invece li addestra e li recupera, restituendogli la possibilità di essere compagni fedeli, che giocano con i bambini. Gambino ha fotografato le donne che sanno far rete e che danno un nuovo senso alla loro esistenza. Partecipa al Laboratorio “Zen Insieme” e ne racconta le storie, come quella di “Orto Zen”, creazione di un giardino da parte con il sostegno di “Save The Children”. I Progetti di Giuseppe Gambino sono a medio e lungo termine ma la direzione è sempre la medesima: non tacere. Testimoniare, aprire i cancelli del pregiudizio ed eliminare la ghettizzazione delle menti per informare e formare. Dire e fare “esercizio della memoria”, per il “Giorno della Memoria” ogni giorno; per l’accoglienza dell’altro, ché se lo conosci fa meno paura e ci fa riconsiderare noi stessi come esseri umani.

Allora “JonicaReporter", oggi 27 gennaio, vuol dedicare il proprio esercizio della memoria a Luna, ad Augustine, e a tutti i “diversi” come noi.

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