LUIGI LA ROSA, PARIGI E GUSTAVE CAILLEBOTTE

LUIGI LA ROSA, PARIGI E GUSTAVE CAILLEBOTTE

«Amici cari, eccolo. È con un’emozione indescrivibile che vi presento il mio “piccolo”. So che lo amerete e accudirete come l’ho amato io nel dargli forma. Grazie di cuore all’editore Piemme, alla mia editor Francesca Lang per averci creduto e alla “Walkabout Agency” che ha reso concreto il sogno! Potrete trovarlo in libreria a partire dal 23 febbraio». L’annuncio social è stato dato dallo scrittore Luigi La Rosa, qualche giorno fa, sulla home del suo profilo Facebook. Ufficiale dunque! Il nuovo romanzo, L’uomo senza inverno, edito per Piemme, sarà in libreria a partire dal prossimo 23 febbraio. Il sottotitolo, “Storia di un genio dimenticato dell’Impressionismo”, fa chiaro riferimento a uno dei geni indiscussi dell’Impressionismo francese, Gustave Caillebotte. Chi da anni legge e segue l’attività di La Rosa, chi gli è vicino affettivamente, e sono in tanti, ha atteso l’arrivo di questa creatura con trepidazione.

Luigi La Rosa da moltissimo tempo lavora nel campo della letteratura e si misura con la scrittura. Nato a Messina nel 1974, giornalista e scrittore, ultimamente si divide tra l’Italia e Parigi. Dell’Italia, in particolare, ama i luoghi romani e quelli siciliani di Siracusa, Catania e Taormina. Spesso in giro per queste città, sono diventate un appuntamento altrettanto atteso le sue lezioni di scrittura, e il dialogo serrato e intenso tra chi vi partecipa e lo scrittore. Su Catania e Taormina ha parole speciali. Le due città lo rimandano al pensiero verso la “sua” Parigi; gliene rammentano le atmosfere fatte di luci che avvolgono gli angoli più suggestivi e caratteristici. Luigi La Rosa ha saputo coniugare brillantemente la scrittura con la responsabilità del dire; della parola che si tramuta in pagine letterarie. È più che un docente; è un “Maestro” che guida e scopre le scintille della creatività altrui. Dal carattere profondo e complesso, sa scendere nelle profondità dell’animo altrui perché si confronta in maniera serrata con se stesso. Ha tratti malinconici e spaesanti che ricordano Walter Benjamin e la ricerca, che fa sui testi, lo conferma. Luigi La Rosa è uno scrittore che ha saputo declinare Parigi in mille forme differenti, ed è un “Maestro” che sa trasmettere conoscenza ed esperienza senza prevaricare l’altro ma con umiltà, discrezione e gioia di donarsi.

Docente di scrittura creativa, il suo esordio è avvenuto con Trenta passi al paese della notte, Aletti, 2002; per Rizzoli-Bur ha curato i volumi Pensieri di Natale, Pensieri erotici, L’anno che verrà e L’alfabeto dell’amore. Un suo racconto è nell’antologia Quel che c’è tra di noi - storie d’amore omosessuale, Manni. Autore di Solo a Parigi e non altrove – una guida sentimentale e Quel nome è amore – itinerari d’artista a Parigi, editi entrambi da Ad est dell’equatore.  Per “Touring Club” ha curato la sezione letteraria e artistica dell’ultima guida verde di Parigi.

Parigi, Parigi, Parigi! Tutto parte e torna ad essa, pertanto, il nuovo testo non poteva che vederla protagonista. Sia chiaro, infatti, che le parole d’amore sussurrate dal testo – in cui si stringono a danzare personaggi e luoghi – sono un sonetto d’amore per Parigi. L’autore ha accettato, ben volentieri, di rispondere ad alcune domande sull’imminente uscita di L’uomo senza inverno.

 

  • Luigi La Rosa, da dove nasce l’esigenza di scrivere il nuovo testo e quanto tempo ha richiesto?

«Il testo nasce dall’essermi imbattuto in un dipinto che ha cambiato la mia vita: “I piallatori di parquet” di Gustave Caillebotte. Un dipinto che è stato l’incontro con una storia. Da allora sono penetrato nella vita dell’artista, un genio assoluto, per sette lunghi anni...».

 

La risposta alla prima domanda entra dentro la storia seppur non la svela. Un indizio giunge da un passo riportato dalla “Walkabout Agency” per il lancio: «Prima di chiedersi chi potesse essere quel tipo, prima d’interrogarsi sull’odore del suo respiro, prima ancora di scoprire di desiderare le sue carezze, Gustave Caillebotte si domandò come sarebbe stato dipingerlo».

Potrebbe trattarsi dell’incipit del romanzo ma lo scopriremo il 23 febbraio. Non è casuale che io parli di incipit, perché dai dialoghi con l’autore si sa bene quanto sia fondamentale per la riuscita di un testo “un buon inizio”; che dica ma non sveli e che accompagni passo dopo passo il lettore dentro la trama della storia. La risposta di Luigi La Rosa e il sottotitolo del testo annunciano che ci troviamo nel mondo di un genio dimenticato; un maestro dell’Impressionismo.

Gustave Caillebotte, nato nel 1848, studiò per diventare avvocato ma la sua natura eclettica lo portò ad essere anche anche progettista di imbarcazioni, marinaio, amante della filatelia e orticultore. Nonché artista. La famiglia agiata gli permise tali spazi ma gliene sottrasse altri, più intimi, fatti di desideri di maggiore libertà e di minore pressione sociale. Lo spirito filantropico tuttavia finì per mettere in ombra la sua opera d’artista.

Caillebotte fu un mecenate per numerosi pittori e un grande collezionista delle opere di Cézanne, Manet, Pissarro, Renoir e Sisley. Dopo la sua morte, lasciò disposizioni affinché la sua grande collezione fosse donata allo Stato. Eppure all’inizio, la donazione venne rifiutata, per essere poi accettata anni dopo, con non poche esitazioni ed esposta, ora, al Musée d’Orsay. Nel 1986, quando la “Galleria Nazionale d’Arte” di Washington e il “Museo d’Arte” di San Francisco organizzarono l’esposizione “La nuova pittura: l’Impressionismo dal 1874 al 1886”, Caillebotte tornò ad essere considerato un artista.

In un approfondimento di Federico Giannini del 2 ottobre 2015 per il Magazine “Finestre sull’arte”, il giornalista offre interessanti spunti di riflessione sull’arte di Caillebotte:

«Eppure, Caillebotte è stato uno degli impressionisti più moderni e innovativi, decisamente avanti rispetto ai tempi. Pochi altri, come Caillebotte, negli anni Settanta dell’Ottocento compresero l’importanza dell’aiuto che l’appena nata fotografia poteva apportare alla pittura. Ne risulta, dunque, che i dipinti di Caillebotte ci appaiono come vere istantanee della vita parigina di fine Ottocento, oppure degli ozi campagnoli delle classi agiate (Caillebotte proveniva da una famiglia ricchissima). Il pittore aveva capito che la fotografia era il miglior mezzo per documentare la vita di tutti i giorni. E decise, dunque, di dare ai suoi dipinti un taglio spiccatamente fotografico. I soggetti spesso fuoriescono dai bordi del quadro, le vedute sembrano delineate facendo uso del grandangolo, i personaggi che popolano le strade della sua Parigi ci appaiono in movimento, ritratti nella loro piena naturalezza, senza filtri e senza pose, e i punti di vista sono spesso inediti quando non azzardati: proprio le vedute dall’alto, tipiche dello stile del pittore, sembrano quasi anticipare un tipo di fotografia che sarebbe nato solo qualche decennio più tardi».

Dal nuovo romanzo di Luigi La Rosa emerge un mondo, fatto di contrasti e contraddizioni di una società –, parigina ed europea –, in cangiante movimento. Parigi è luogo necessario per l’arte e la letteratura.

Le domande poste allo scrittore, infatti, ricevono risposte che evidenziano un legame ben preciso tra arte, vita e letteratura.

 

  • Luigi La Rosa spieghi il suo rapporto con Parigi?

 

«Certi legami appartengono al mistero che ci circonda e di cui siamo fatti. Come dice Shakespeare “siamo fatti probabilmente della stessa sostanza dei sogni”. Il legame con Parigi è qualcosa di interno, magnetico, essenziale, che fa parte ormai della mia identità. Non potrei mai vivere senza questo segreto privilegio. È come un amore».

 

 

  • Cosa significa per lei scrivere?

 

«Per me scrivere è come respirare, come dare un senso e un ritmo ai pensieri ma soprattutto è far luce, per quanto possibile, in questo inferno caotico e cangiante che è il vivere. Scrivere mi àncora alle fondamenta dell’universo ed è la mia rotta in questo cielo vasto, spesso buio e senza stelle».

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