Scimone e La Bianca Scimone e La Bianca Foto di Rogika

LA LUCE CHE DANZA. LA FOTOGRAFIA DI LA BIANCA E SCIMONE

Venerdì 7 febbraio, si è svolto il penultimo appuntamento di “Immagini & Parole”, organizzato dall’associazione fotografica “Taoclick” – a cura di Roberto Mendolia (RGK) – con il patrocinio del Comune di Taormina – Assessorato alla Cultura, retto dalla prof.ssa Francesca Gullotta – e con il sostegno di “UNITRE” Taormina. Media partner “Jonica Reporter” di Valeria Brancato e sponsor ufficiale, “FDD” di Caterina Lo Presti.

Stavolta, chi ha partecipato, ha avuto modo di essere coinvolto in un viaggio a due, fatto di condivisione delle uscite, per riportare a casa visioni differenti di luoghi o situazioni. C’è da dire che Enrico La Bianca e Attilio Scimone sono due “Signori” della fotografia che hanno maturato un’esperienza di lungo corso affrontando ogni passaggio della gavetta per imprimere sulla pellicola una visione “personale”. Anche Roberto Mendolia, in apertura, ha dato risalto a questi aspetti e La Bianca – prima di dar spazio alla visione dei video – ha sottolineato che entrambi credono «nel manufatto e nelle cose che si stampano». I progetti proposti, nel pomeriggio di venerdì, hanno approcci differenti anche perché Scimone, ad esempio, lavora con il “banco ottico” mentre La Bianca giunge persino a produrre lavori senza l’uso diretto della macchina fotografica. Ne son venute fuori alcune visioni urbane che hanno come filo conduttore la Sicilia e la lettura e rilettura di luoghi, persone, esperienze.

Enrico La Bianca, con “in-CONTRO-al-LA-LUCE”, ha espresso il proprio pensiero sulla fotografia: «Noi siamo due autori che usciti per fotografare gli stessi luoghi, hanno portato a casa immagini diverse e sensazioni diverse in base alla personale visione fotografica. Il linguaggio fotografico traduce le emozioni personali. La mia ad esempio è una fotografia fuori dai canoni classici. Ho Lavori prodotti senza la macchina fotografica. Sono un uomo del mio tempo e lo vivo e lo fotografo cercando di essere sempre me stesso. Nessun trucco, nessuna presunzione da “artista”».

Analoghe argomentazioni, quelle offerteci da Attilio Scimone con “ALLUSIVA eccentrici sguardi atemporali”:

«In questa sede mi confronterò con Enrico La Bianca che ho avuto modo di conoscere alla presentazione di un suo lavoro, Sulle ali della farfalla. Dopo quell’incontro abbiamo affrontato molti temi sulla visione della fotografia contemporanea. Sicuramente molte idee non ci accomunano ma siamo sempre concordi nel rispetto di tutti i valori della fotografia. Recentemente ho trovato molto interessante l’esperienza fotografica fatta con Enrico, abbiamo fotografato in città diverse gli stessi luoghi, le stesse persone e gli stessi momenti. I risultati fotografici ovviamente sono molto diversi, anzi un’impresa tentare di cercare tra di loro un pur minimo contatto di forma e di espressione. Questa è la forza della fotografia e dei fotografi».

Attilio Scimone ha oltrepassato i quaranta anni per ciò che concerne il suo percorso professionale. Una incessante ricerca che è ancora ben lungi dall’arrestarsi. La sperimentazione è il canovaccio su cui operare tale progettualità. Una fotografia in divenire, oscillante tra la materia e la luce. Provenendo dagli studi di architettura – fatti a Palermo – è dal 1971 che si occupa di fotografia paesaggistica e architettonica. La sperimentazione non esclude il confronto con altre visioni, anzi lo accentua. La stampa che fa “personalmente” delle foto, lo pone in contatto non solo con la fase chimica dello sviluppo ma con un’emergenza estetica che affiora dall’immagine. A proprio agio con la stampa in bianco e nero, dà l’avvio a un viaggio nella fotografia d’arte. Infatti, Scimone anzitutto chiarisce che «la condivisione è il pretesto per parlare di fotografia soprattutto per me che lavoro con il banco ottico».

Il banco ottico crea un passaggio tra ciò che in origine era la fotografia, predisponendo ad un viaggio temporale fra presente e passato. Adoperato soprattutto nella fotografia professionale, le sue diverse parti sono montate su una rotaia e la parte anteriore è collegata a quella posteriore da un soffietto, che funge da ponte per ottimizzare la messa a fuoco o correggere le distorsioni prospettiche dell’immagine. Tutti i movimenti sono controllati mediante dispositivi micrometrici, in modo da ottenere la massima precisione negli spostamenti. Quindi un’evoluzione della prima camera oscura, costituita da una scatola con un foro stenopeico.

Le città fotografate sono Catania, Siracusa, Rosolini e molte altre. Il progetto realizzato sono due volumi Il tempo della natura e Il tempo della storia, «Una visione su tempi diversi – ha motivato Scimone – «in cui io faccio una foto ed è quella; in uno scatto. La luce cerco. Lavoro con il banco ottico dal 1978 e ci vuole un’esposizione precisa, un tempo di posa».

Le immagini di Scimone appaiono di plumbeo grigio come in una giornata di pioggia, sporcate da veli come tende vecchie e lacere. Tutto è studiato nei dettagli, ci troviamo di fronte ad una sorta di amanuense della fotografia, che crea disegni, ispirato dal fare dell’architetto e li combina con l’immagine. Una simbiosi tra artigiano ed artista. Ogni lavoro di Scimone rappresenta un “Unicum”. Vi sono parecchi accorgimenti. Ogni foto ha un disegno e i segni vanno ad armonizzarsi con l’immagine. A ben vedere, sembra di avere innanzi opere ispirate a Kandinskij, uno dei padri dell’Astrattismo, il quale non dipingeva per rappresentare la realtà che vedeva, ma per far esplodere le emozioni più intime. Nelle foto di Scimone è come se prendesse vita una melodia jazz, non a colori ma in bianco e nero.  Scimone è un’artista concettuale e formale, lo stesso critico Lemagny ne è rimasto favorevolmente impressionato, tanto da dedicargli una prefazione per il progetto Materia, Luce, Irriducibilità. Lemagny in un passaggio scrive:

«Il linguaggio del dotto tende a riportare tutto a se stesso, la parola del poeta vuole cogliere il più piccolo particolare delle cose. La scienza realizza il suo progetto quando dimostra le identità più profonde. L’arte realizza il suo proposito quando evoca l’irriducibile. In questo la fotografia, che altro non sa che mostrare, è arte per eccellenza. Tutto ciò che deve alla chimica e all’ottica lo perde davanti al suo potere di fare apparire un universo incontaminato. La fotografia è ritiro, ricezione, accettazione, rifiuto di collegare le cose con luoghi comuni».

Attilio Scimone in unione sinergica di confronto con pittori e scultori, rafforza il sostrato su cui andranno ad impiantarsi generi come lo still-life, la fotografia industriale e paesaggistica. Dagli anni Ottanta, la ricerca sui materiali fotografici mediante trattamenti con prodotti chimici gli darà l’opportunità di sviluppare immagini «nelle quali – così come lui stesso ha precisato in varie occasioni – la profondità della luce e dei neri si fonde in un rapporto sempre più preciso e controllato. Alla fine degli anni Ottanta, inizio l’esplorazione all’interno della stessa emulsione fotografica. I neri profondi delle immagini vengono asportati dal supporto cartaceo con la mia tecnica che chiamo “grignotage” (incisione fotografica). Tendo alla fotografia pura. Uso la macchina fotografica per creare l’opera. La narrazione del paesaggio è il mio obiettivo, e ragionare su ciò che fotografo. Anche nei ritratti cerco la spersonalizzazione del soggetto. Ad esempio in STILL, vi è una base preparatoria uguale al formato. Disegno su carta leggera. Lavoro su lastre. Uso carte abrasive, taglierini, lucidi da ingegnere, grafite».

Attilio Scimone, pertanto, sembra voler abbandonare la fotografia per dar spazio all’opera. L’immagine rinvia ad una pellicola cinematografica, che bruciando, si scioglie in una velata dissolvenza. Tutto ritorna nel volume Women in Nondecript Landscape in un percorso definito dall’autore di “aberrazioni ottiche”, dove un album del 1936, ritrattato in copia unica, viene reinterpretato da Scimone il senso del femminile in una Sicilia edulcorata e sospesa. Didascalie che si affacciano con citazioni calligrafiche in ovali; ciò che appare è simile alle scene di un film muto con i sottotitoli.

Enrico La Bianca, in questo duetto di “Immagini & Parole, riallaccia il filo con Scimone e annuncia “il massacro” della fotografia senza scordare che «prima bisogna conoscere le regole se si vuol trasgredirle». Nella sua nota biografica salta immediatamente all’occhio che siamo di fronte ad un altro sperimentatore:

«La Bianca comincia a fotografare a 18 anni. I suoi primi soggetti sono i familiari e gli amici ritratti in un piccolo studio arrangiato tra le mura domestiche. Negli anni Ottanta svolge l’attività di fotografo di scena per una cooperativa teatrale Ennese. Nel 1981 documenta la manifestazione teatrale denominata “Incontroazione” che vede la partecipazione di numerosi gruppi teatrali da tutto il mondo. Il suo reportage viene pubblicato nella rivista “Cartagine” specializzata nel settore delle arti visive e concettuali. In quegli anni di studio, indaga il rapporto tra la fotografia e le altre arti visive, collaborando con pittori locali alla realizzazione di opere e mostre all’aperto nei quartieri della città di Enna. La sua attenzione verso i problemi del sociale si concretizza, ben presto, in una cifra fotografica di carattere espressamente umanistico. Nel 1982 pubblica il libro “Luoghi e gente di una memoria” ricerca sulla “Condizione dei giovani ed anziani di Enna”, edito da ILA Palma di Palermo. Dopo il 1982, una lunga riflessione sulle ragioni del suo fotografare lo porta ad una pausa fino al 2010, anno in cui riprende a fotografare. Nel 2014 pubblica il suo portfolio “Roma-Metro linea B1” sulla rivista “Cameraraw.it”, e partecipa ad una mostra collettiva sul paesaggio presso La Galleria “Luigi Ghirri” di Caltagirone. Nel 2015 espone presso lo “Studio LAB” di Catania con una personale sui paesaggi marini siciliani e partecipa ad una mostra collettiva sui “Vattienti” di Nocera Terinese . Nel 2016 pubblica “Segni di fede”, Maurizio Vetri editore, Enna. Sempre nel 2016 il suo maggior lavoro. Pubblica infatti per le edizioni “Gente di Fotografia” il libro fotografico “Sulle ali della Farfalla” nato da una collaborazione con la ONG “Crescere Insieme” di Verona e che racconta della vita dei bambini e delle mamme in Zambia. Nel 2017 premiato al Med Photo Contest “Mediterraneo Mare Nostrum”, del “Med Photo Festival” e tra i primi undici al “London Photo Festival” nella sezione Abstract Photography. Ha collaborato con l’accademia di Belle arti di Catania per pubblicazioni interne».

La Bianca, prima di avviare il video, ha detto espressamente che ha cercato i «momenti in cui la luce era sbagliata». Il paesaggio urbano in Sicilia appare di luce dove ombre emergenti o rarefatte fluttuano e le sagome sono come chiazze d’inchiostro. La Bianca ha una visione dell’urbano più dinamico, riferito all’esigenza di dire l’antropico, mediante un messaggio onirico e poetico. Non ci sono grossi interventi.

Il testo-progetto Sulle ali della farfalla «è un libro poetico fin dal titolo che racconta – spiega La Bianca – con leggerezza, dei bambini dell’Africa e della bellezza che si manifesta dove è più difficile trovarla. I bambini rappresentano quel frammento di vita umana che consente alla società di poter sperare e sognare, di percepire reale ciò che ancora deve realizzarsi, di cogliere la verità delle cose dentro la genuinità dei loro rapporti, di credere nelle molteplici possibilità che ogni bambino cela fin dalla sua nascita. Essi sono la certezza, qui ed ora, di una storia che intende avanzare, precorrere e generare nuove condizioni di vita. È ai bambini che si deve la consegna di una storia che sa valorizzare il presente, custodendo senza nostalgie il passato e provvedendo a sperare in un futuro che avanza inesorabilmente senza incertezze: una storia cioè che sa praticare le normali pianificazioni di vita, mediante quella creatività dello spirito umano, presente nella fanciullezza imperitura dell’essere umano».

Da questo progetto prende l’avvio quello de I Fogliacci, in cui il caotico origina il bello, quasi fosse un bizzarro scherzo del destino, che tuttavia contiene il messaggio già presente in Sulle ali della farfalla.

«I Fogliacci sono il testo a stampa nato da un assemblaggio di varie foto. Loro li buttavano io ne ho fatto una pubblicazione. Il risultato non è la somma di due immagini ma una nuova immagine: un’Africa nuova. Il caso ha dato luogo al messaggio; perché è facile riportare nelle immagini la disperazione ma io ho portato i bimbi che giocano e il caso ha fatto il resto, creando un’opera a metà tra fotografia e opera d’arte».

Il fotografo vede l’immagine e il risultato finale è un libro d’artista a tutti gli effetti. La Bianca ha sperimentato oltre i limiti anche in IDENTITY. Anche qui la macchina fotografica viene abbandonata. Vi è l’interesse sociologico verso lo straniante mondo nipponico, tra l’abbandono delle ataviche tradizioni e il potenziamento delle tecnologie, nell’accanito spezzettamento dell’Io, sino a giungere alla sparizione dell’Essere, che se oltraggiato e sfaldato nell’orgoglio, si nebulizza. La ricerca su Tokyo viene fatta con l’uso del Web con screenshot da Google Maps e Street View. Ne è venuto fuori un testo modulare, una Fanzine al cui centro vi è l’immagine della tradizione, con alcuni Samurai, mentre il resto delle immagini può essere composto e ricomposto dal fruitore. Anche la sinossi dell’opera è staccata su un foglietto esplicativo a parte, stampata sull’ icona per indicare la toilette.

Se il primo lavoro di Enrico La Bianca è del 1982, aveva 24 anni, da lì prende le mosse il suo interesse per il sociologico, e nel caso di specie sul rapporto tra vecchi e giovani con medesimi rituali in anagrafica differente, partendo dai luoghi pubblici sino a confluire nei ritratti ambientati in una casa di riposo. Allora è azzeccato quanto detto da Roberto Mendolia sulla vicinanza con i lavori di Mario Giacomelli che lo stesso La Bianca ha infatti definito quale suo “Padre putativo”.

Ma Giacomelli, si respira anche nelle foto di Attilio Scimone. Mario Giacomelli, un artista dall’immensa competenza tecnica che inserisce nella fotografia l’Astrattismo, anch’egli per abbordare la realtà, non solo documentandola, ma imprimendovi l’impronta d’artista, e che a tal proposito, soleva dire:

«Io credo all’astrattismo, per me l’astrazione è un modo di avvicinarsi ancora di più alla realtà. Non mi interessa tanto documentare quello che accade, quanto passare dentro a quello che accade».  L’uso di una strumentazione artigianale, con un banco ottico assemblato con i pezzi di altre macchine fotografiche e tenuto insieme con lo scotch, è ciò che gli basta. Lui che usava anche la prima pellicola che gli capitava sotto mano e poi scordava quale. Giacomelli asseriva che davvero importanti, erano i suoi occhi. Occhi visti come «uno strumento per prendere, per rubare, per immagazzinare cose che vengono poi intrise e rimesse fuori, per gli occhi degli altri».

000
Letto 713 volte

Lascia un commento

Assicurati di inserire (*) le informazioni necessarie ove indicato.
Codice HTML non è permesso.

SPAZIO BACHIS

L’IMMORTALITÀ DI MONTALBANO E DI PAPÀ CAMILLERI

L’IMMORTALITÀ DI MONTALBANO E DI PAPÀ CAMILLERI

Da qualche settimana stanno riproponendo la fiction storica “Il commissario Montalbano”. Storica poiché dal lontano 1999 è una produzione RAI, che viene trasmessa dalla stessa. Da parecchi anni è su R...

Banner bottom

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Per acconsentire all’uso dei cookie clicca su per maggiori informazioni clicca QUI