La scala che conduce al Pozzo di Gammazita La scala che conduce al Pozzo di Gammazita Ph Oreste Lo Basso

LA BELLEZZA DISCRETA DEL POZZO DI GAMMAZITA In evidenza

Dosare sensazioni ed emozioni, miscelarle riversandole negli spazi tra le parole, vorrei farlo. Scrivere della ripartenza dopo un anno e tre mesi di lontananza, un po’ per la scelta di volontario isolamento e un po’ a causa delle recenti avversità che ci hanno riguardato tutti, mi riesce complicato.

Sabato 1 agosto, ho ricevuto un dono di quelli che difficilmente puoi dimenticare nella vita perché ho vissuto “in presa diretta” tutto ciò che avevo a lungo immaginato e sperato. Quindi devo dire ‘grazie’, con le lacrime che ancora adesso mi solleticano le ciglia e pizzicano gli occhi, ai generosi ragazzi e amici di Etna ‘ngeniousa, Oreste Lo Basso e Matilde Russo; hanno reso possibile un desiderio maturato nel tempo, e lo hanno esaudito in un luogo commisto di significanti e significati dettati sempre dal tempo. Tornare a presentare il testo Breve Guida Fotopoetica, edito da Algra nel 2018, nella mia diletta Catania, protetta da Sant’Agata e dalla Madre Etna, è stato come tornare a casa. Questa è la città dove, a mio avviso, lo spirito della Grande Madre ha espanso il suo influsso e il femminino sacro esplode in schegge conficcate tra resti medievali e rinascenze barocche. L’antico parla, qui, ed è talvolta prepotente come una giornata calda e umida dove la luce quasi ti offende, per poi ritrarsi in ombrosi anfratti scavati sotto terra ad offrire riparo e frescura dalla banalità di pensieri sfatti; oppure respira tra crepe di laterizi. Da Catania dovevo ripartire, tappa anelata e necessaria per ricevere un nuovo battesimo dell’esserci hic et nunc.

Così è stato. Reso ancora più speciale da Rosalda Schillaci, mia compagna insieme ad Oreste, in un pomeriggio in cui molti erano al mare a cercar refrigerio. Le loro domande, le risate, la gioia condivisa con altri amici e lettori interessati ai luoghi, alla letteratura, alla poesia, alla fotografia, al mio modo di reinterpretare il concetto di Grand Tour, in uno dei luoghi descritti e immortalati dai viaggiatori del Grand Tour, hanno contribuito alle riflessioni scaturite da un’amabile ed effervescente dialogo con gli intervenuti. Lo ha ben compreso anche il mio editore, Alfio Grasso, che ha sposato questo progetto di rilettura dell’opera d’arte contemporanea e che mi è sempre vicino in stima e amicizia.

Ciò che mi premeva, era dire di cultura e di turismo; parlare di viaggio interiore ed esteriore e viceversa e di turismo lento e di prossimità. I luoghi, per storia e tradizioni popolari, hanno oggi ancora più voce in capitolo. In fondo, sono solo un messaggero e presto voce a chi voce non ha, donando i miei occhi affinché si possa tornare ad esercitare “il senso della meraviglia”. Gli ‘Ngeniousi hanno come me desideri affini: poter dire della ricchezza e della bellezza, anche la meno appariscente, della nostra Terra e di Catania, la città delle loro radici più spesse e fonde a cui mi sono ritrovata ancorata anch’io. E l’ho sempre vissuta come un atto di benedizione nei miei confronti. Ecco dunque che restituire valore ai luoghi, lasciarli essere, far sì che possano abbracciarci – noi che abbiamo timore di un abbraccio; noi che viviamo per il contatto e la platealità dei gesti e ci siamo ritrovati ridimensionati in una sterile distanza – ha assunto carattere di rifondazione del pensiero. Un pensiero che ha cura ancora di più delle origini e dei lasciti ed ha cura degli altri. Ho sempre riflettuto sul concetto di Neoumanesimo espresso in molte occasioni da Papa Francesco, ed oggi mi sembra che abbia maggior consistenza. Che uomini e donne vogliamo essere? Quali valori possiamo ancora trasmettere? Abbiamo davvero a cuore la terra in cui viviamo e operiamo oppure siamo destinati a sbandierare vuota retorica?

Ho dato la mia risposta che è in sintonia con quella degli ‘Ngeniousi e di tutti coloro che, come noi, sanno che la “Cultura è Bellezza”. Essa è memoria e rispetto di ciò che siamo stati, per capire ciò che siamo, e per renderci responsabili di ciò che lasceremo alle future generazioni. Non vogliamo solo macerie ma nuovi atti di fiducia.

Trovarmi nel cortile di Gammazita, che somiglia ai cortili della nostra infanzia, in cui ‘na signuruzza si affaccia curiosa dal balcone per capire che fanno, mentre un’altra invece è disponibile a chiacchierare seduta al fresco, magari dopo averti offerto il caffè o la granita basta che tu glielo chieda, per me è sentire l’anima di interi popoli che canta. Tra i panni stesi e il pavimento dissestato. In mezzo a vasi di basilico e vecchie sedie, ti osservano muri scalcinati e pareti scoscese e lisce di nuove palazzine, inerpicate sulle architetture preesistenti. Quartieri nei quartieri, un po’ come scatole cinesi. Echi romani, vestigia medievali e sentori ebraici perché qui, e chi sa osservare lo sa, si trovava parte della Giudecca catanese. Del resto ebrei e arabi vicino alle fonti costruivano, legati com’erano alla sacralità dell’acqua.

La sacralità della fonte da cui scaturisce l’acqua simbolo di vita. Un dono prezioso è il Pozzo di Gammazita e lo ha compreso il FAI, Fondo Ambiente Italiano, inserendolo tra i candidati ai “Luoghi del Cuore” 2020, con “Etna ‘ngeniousa” in prima linea a sostenere il progetto e a raccogliere voti e adesioni, che vedono il sito tra i primi nella classifica dei votati. Il Pozzo di Gammazita e il suo cortile. Uno slargo che ti fa sollevare il capo per vedere che anche qui c’è il cielo, un addossarsi di case in cui si parlano idiomi differenti ma che è Sicilia, perché noi siamo come una buona miscela di caffè. Un viaggio che sa di iniziazione ai misteri orfici, nella discesa giù giù fino a ciò che oggi si vede del luogo, dove non alberga solo lo spirito della giovane Gammazita ma risiede l’anima della Grande Madre, perché secondo la mia visione “Dio è femmina” e come sostenuto anche da Oreste: «deve per forza essere così dati i suoi sbalzi d’umore a cui ci sottopone, volenti o nolenti».

Il Pozzo di Gammazita, luogo che ha rapito intellettuali e pittori dal XVIII secolo innanzi, reso celeberrimo da un disegno di Louis Jean Desprez presente nel Voyage pittoresque ou description des royaumes de Naples et de Sicile 1781-1786 di Jean Claude Richard De Saint-Non.

Si trova a pochi passi dal Castello Ursino, la sua è una presenza discreta. Vi si accede dalla via San Calogero, una delle strade più suggestive di Catania sia per la presenza di esposizioni d’arte sia per la vista della cupola del Duomo. Una bellezza discreta, quella del Pozzo di Gammazita, quasi a voler ricordare quanto ciò che è bello e sacro possa essere violato dalla barbarie umana e dal sopruso, dettati dall’arroganza e dalla legge del più forte, che spinge alla ribellione e a scegliere la liberazione della morte piuttosto che soggiacere all’altrui volere.

La fonte medioevale di Gammazita, del XII secolo, è uno dei simboli di Catania e del legame viscerale tra la città e le acque con le sue vie che scorrono sotto di essa e da cui riaffiora lo spirito della Grande Madre, torno a ripeterlo. La città antica è piena di fonti, rivoli, canali che si espandono nel sottosuolo; acqua genitrice di vita e di mito. Acqua, dea che ha nutrito e alimenta l’anima dei catanesi e di chi decide di immergersi in essa.

Di generazione in generazione, il Pozzo di Gammazita racconta degli Angioini e del Vespro; narra della giovane Gammazita decisa a gettarsi nel pozzo spinta dai tentativi di violenza del dominatore angioino. Un femminicidio a tutti gli effetti che porta a riflettere e a cercare nuovi collegamenti sull’essere e l’essenza della Donna e che ancora una volta rimanda inevitabilmente al femminino sacro.

A partire dalla fine dell’Ottocento, le case hanno fatto da corazza a questa fonte, costruite tutte intorno come sono; e seppur potrebbe sembrare che il pozzo sia stato imprigionato nel cortile, in realtà, a me piace pensare che sia stato protetto dal popolo.  

Nei pressi delle mura di Carlo V, nel XII secolo, un torrente sotterraneo alimentava la fonte detta di Gammazita prima che le sue acque sfociassero in mare. Qui sorgeva la Judeca Suttana, porzione della Giudecca, un’area che si distingueva per le numerose attività commerciali. Nel 1669, come gran parte delle costruzioni cittadine, anche il Pozzo venne interessato dalla furia della colata lavica dell’Etna e la fonte rimase sepolta sotto uno strato di 14 metri di lava. Tuttavia i catanesi, legati al luogo, decisero di scavare per riportarla alla luce e nel Settecento per accedervi fu costruita la suggestiva scalinata che porta dentro le viscere della Terra. Le vicende della giovane popolana Gammazita, si sono tramandate attraverso i secoli e sono scolpite nel cuore dei catanesi, tanto da essere raffigurate su uno dei quattro candelabri bronzei di Piazza Università.

Oggi per poter visitare il Pozzo si deve prenotare e per accedervi bisogna scendere circa sessantadue scalini che giungono a 12 metri sotto il manto stradale. Allora ai vostri occhi, si mostrerà la bellezza discreta di ciò che resta della fonte con un tratto superstite della cortina cinquecentesca. Qui scorreva l’acqua che ha alimentato i miti popolari e che è ancora presente per ridestarvi dal sopore, accompagnandovi in un modo diverso di viaggiare nella storia.

Ascoltare i luoghi, è sentirne i racconti in rispettoso silenzio magari lasciandosi scappare un “Ohhhhhh!” di sorpresa.

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