Mosso fotografico Mosso fotografico Monica Bonacina

A “CAMERE CON VISTA” MONICA BONACINA In evidenza

Il secondo appuntamento del 2021 di “Camere con Vista”, andato in streaming venerdì 15 gennaio alle 18:00, ha avuto in qualità di ospite la fotografa amatoriale, Monica Bonacina. Il format è a cura dell’associazione fotografica “Taoclick”, di Rocco Bertè “Foto e Video”, di “Rogika’s Friends” con la collaborazione del media partner “JonicaReporter” ed ha l’intento di portare l’universo fotografico, i suoi differenti linguaggi, direttamente da casa loro a casa vostra. L’affiatata squadra è composta da: Alfio Barca, Rocco Bertè, Roberto Mendolia (Rogika), Augusto Filistad.

 

Rocco Bertè recensisce Ernst Haas – La seconda puntata ha visto il fotografo Rocco Bertè aprire le danze con una interessantissima lezione, avvalendosi del testo di Ernst Haas, Le più belle fotografie a colori, volume entrato a far parte della storia della fotografia e dei testi per collezionisti. Bertè ha tenuto a precisare, quanto su di lui abbia influito la fotografia di Haas agli inizi del suo percorso fotografico, facendogli cambiare prospettiva. Tanto che uno degli scatti è stato da lui usato come modello per un suo lavoro, dato che copiare per apprendere e migliorarsi non è un reato, se si è alla ricerca della propria strada. Le foto di Haas, per qualità e nitidezza, sviluppate da diapositiva, per cui se si sbagliava non si aveva la possibilità di recuperare l’immagine, oggi appaiono tanto attuali da sembrare essere state scattate nei tempi odierni. Dal paesaggio, al mosso, l’interpretazione fotografica a colori ha condotto la fotografia nel futuro delle riviste, mediante tocchi geniali e immarcescibili.

Haas nasce a Vienna negli anni Venti del XX secolo. Aspira a divenire pittore. Avvicinatosi agli studi di medicina, costretto dalle leggi razziali, li abbandona perché ebreo. Siamo negli anni Quaranta, e gli eventi bellici lo porteranno ad arruolarsi nell’esercito. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, inizia ad occuparsi di fotografia, registrando per immagini il rientro dei prigionieri di guerra austriaci. Sono questi primi scatti ad attirare su di lui l’attenzione di «LIFE», che gli offre un contratto. Lui rifiuta pur di mantenere integra la propria indipendenza. Nel 1949, invitato da Robert Capa, entra a far parte dell’agenzia «Magnum». In questo periodo stringe una grande amicizia con Henry Cartier Bresson e rafforza il legame con Werner Bishof, conosciuto qualche anno prima lavorando per l’agenzia fotografica «Black Star». All’inizio degli anni Cinquanta, avviene il suo trasferimento negli States. Qui diviene il più grande fotografo a colori del periodo post bellico. Nel 1953, «LIFE» – per la prima volta nella sua storia – pubblica un suo corposo reportage su New York, interamente a colori. Quasi dieci anni dopo, nel 1962, una retrospettiva di Ernst Haas viene esposta al MOMA di New York (Museum of Modern Art). Si tratta della prima esposizione di fotografie a colori nella storia del prestigioso museo statunitense.

Haas ha viaggiato tutta la vita. Suoi sono i reportage per «LIFE», «Vogue» e numerose riviste di respiro internazionale, sempre nel pieno rispetto della promessa fatta a se stesso di mantenere quella visione libera e non ancorata a logiche contrattuali. Di lui, si ricordano i testi: The Creation (1971), In America (1975), In Germany (1976), e Himalayan Pilgrimage (1978). Nel 1986, riceve il “Premio Hasselband”, lo stesso anno in cui muore.

 

Monica Bonacina e la resilienza nell’esistere – Non vi è stato accordo sugli argomenti trattati da Bertè, con le immagini di Haas, e ciò che ha interessato il dialogo con Monica Bonacina, anch’ella proveniente dal profondo Nord, seppur italiano, là dove le montagne regolano i ritmi degli uomini. Legatissima ai suoi luoghi, la Bonacina sa quando spostarsi per affrontare percorsi di conoscenza ed esistenziali. La fotografa, per necessità di sentirsi libera – così come voleva esserlo Haas –, ha scelto di restare una fotografa con la ‘f’ minuscola, amatoriale e desiderosa di inseguire i suoi “sogni per immagini”. Sogni che vagano da un paesaggio onirico e velatamente astratto per immergersi nella pittura su carta fotografica. Roberto Mendolia e Rocco Bertè l’hanno sostenuta nella narrazione di sensazioni e brandelli di vita. Idee nate e sviluppate assecondando un istinto da montanara e un sapersi immedesimare nei luoghi, popolati da presenze reali o fantasmatiche.

La Bonacina è apparsa emozionata ma coesa nell’esposizione del suo personale percorso. Ha catturato l’attenzione in modo totale, portandoci per mano dentro al suo viaggio. Quasi timorosa, di non riuscire a dir tutto, ma conscia di non voler neppure dire in eccesso, ha scelto di coinvolgerci in modo tale da farci addentrare, partendo dalle sue immagini, più a fondo alle nostre idee, da cogliere e sviluppare. Liberi di fruire come è lei, libera di creare. Perché la fotografia è arte da sperimentare, masticare, metabolizzare, ciascuno a modo proprio. Sei i percorsi presentati nel corso della diretta: anytya, fantas(m)ie, NEROcomeNEVE; marEmosso; inOltre; dpcm. Tutti differenti, nei giochi grafici e di ortografia; conduttori di pensieri, legati dal filo comune della ricerca di sé. Voi stessi potrete vedere attraverso i suoi occhi ciò che lei ha visto e vissuto.

Sul suo sito, www.monicabonacina.com/, per presentarsi scrive:

Il caso mi ha vista nascere sulle rive del Lago di Como, terra dagli orizzonti solidi e verticali, le montagne: il mio pensiero si è così formato, concreto come la pietra, veloce come l’eco, protetto come in culla. Un cromosoma mi ha sempre fatta sentire esploratrice, con l’irrefrenabile voglia di curiosare oltre quegli orizzonti: il mio pensiero ha potuto così divenire anche astratto, lento e spazioso. Ringrazio quindi la mia terra e tutte le terre d’altrove, per come oggi sono. Mio nonno era fotografo amatoriale, io la sua piccola modella e curiosa aiutante in camera oscura. Sono ora l’erede dei suoi album stampati, delle sue pellicole impresse, dei suoi esperimenti con la luce, su cose, persone, paesaggi. Bianconero, solo bianconero. A 8 anni mi ha regalato la macchina fotografica, un classico. Una delle prime Olympus, serie M: scattare, dapprima solo per gioco e ricordo, si è poi pian piano trasformato in passione e ricerca espressiva. Qualche anno fa persone molto care mi hanno caldamente invitata a divulgare le mie immagini ad un pubblico che non mi (e non le) conoscesse, a cimentarmi in una ricerca artistica più attenta e meno timida. Perplessa e impaurita, ho ubbidito. L’incontro con alcuni fotografi, stampatori e curatori, professionisti affermati ed appassionati, che ad oggi stimo, a cui sono affezionata e grata per avermi formata e spronata, ha poi segnato il mio percorso personale. Una volta fotografavo esclusivamente per istinto, quasi senza pensiero, ancor meno premeditazione. Ora, rispetto al passato, fotografo con un po’ più di consapevolezza e conoscenza, sia quando mi muove l’istinto, sia quando mi muove la ragione. Ma soprattutto, ora mi sembra di fotografare con entrambi, indissolubilmente fusi, pur che possa prevalere l’uno o l’altra. A volte colgo l’attimo, a volte aspetto. Non ho sempre la macchina fotografica con me, mi capita di dimenticarla anche per mesi. Ho imparato a “vedere” una fotografia e a non farla, una sensazione bellissima. Non sono una professionista. E non vorrei esserlo. Adoro il senso di libertà e leggerezza che mi dà l’essere una fotografa amatoriale, semplicemente appassionata, semplicemente curiosa, a volte attiva ricercatrice, a volte pigra osservatrice. Mi lascia un po’ perplessa la teoria sulla necessità di avere sempre un progetto e un obiettivo ben delineati in mente, per poter arrivare ad un lavoro fotografico di qualità. Mi succede a volte di esser colta da un’ispirazione imprevista, da un’idea fugace, che si concretizzano in un unico scatto, oppure che poi, pian piano, lasciando che anche il caso e l’improvvisazione facciano il loro corso, prendono la forma di un tutt’uno narrativo coerente. Altre volte invece penso, penso molto, penso prima. Propendo per il bianconero, netto e profondo, ma al colore, vivo e vivace, non ho mai rinunciato. Pur privilegiando i generi Reportage e Street Photography, amo sperimentarmi anche in altro. Mi attraggono soggetti, location, tecniche, ogni volta diverse, in un’aperta ed istintiva ricerca di ogni aspetto della realtà che possa attrarre l’occhio ed emozionare, senza alcun cliché predeterminato. A chiunque offro le mie immagini e chiunque ne potrà trarre impressioni, sensazioni, emozioni, considerazioni, valutazioni, dettate dal proprio soggettivo ed indiscutibile punto di vista. Il mio, molto quietamente, può affiancarsi, fondersi, addirittura scomparire. Credo sia proprio questa la bellezza dell’espressione artistica: libera per l’autore, libera per il fruitore.

Dal viaggio per ritrovarsi, narrato in “anitya-l’impermanenza”, all’interno dei monasteri femminili buddhisti zanskari, accostandosi alle evanescenti figure di donne in “fantas(m)ie”, per  giungere ad attraversare macerie rievocanti l’antropico, sino alle tracce che il nero e l’ombra lasciano, tali e quali a messaggi in bottiglia in un mare freddo, a ricordarci che l’uomo è assai piccolo in confronto alla grandezza del tutto, giungendo a lambire il suo attuale vissuto, composto di maggiori regole e chiusure da emergenza sanitaria, Monica Bonacina –  mediante il reportage o mettendo su stampa, lavori che sanno di astrattismo pittorico – ha usato la macchina fotografica in piena libertà di espressione. A mo’ di pennello, per creare mossi orizzontali e verticali, oppure impiegando il cavalletto e l’autoscatto. Quest’ultimo, le consente di rendere visibili, per noi, le manifestazioni in quei luoghi solo all’apparenza morti. Luoghi in abbandono e d’abbandono, popolati d’anime in cerca di dialogo.

Ma Monica Bonacina ha, soprattutto, colto porzioni di sé seguendo la volontà di ricostruire un puzzle, seppur mai completo, della sua stessa anima.

A lei ho posto un’unica domanda:

«Buonasera Monica, hai grande resilienza e lo trasmetti. Quanto la fotografia ti sostiene nel tuo percorso?».

La risposta è contenuta nelle sue fotografie, nella sua voce e nel suo desiderio di rendervi liberi di esprimere il vostro pensiero, nel rispetto del confronto e della condivisione.

 

 

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