"Dal cassetto della memoria" "Dal cassetto della memoria" Foto di Rogika

FOTO... GRAFIA: FOCUS SU RGK. BISOGNA TORNARE A DIRE DI CHI HA TANTO DA DARE In evidenza

Ne sono certa, appena vedrà titolo ed articolo, sarà in imbarazzo. Magari bofonchierà qualcosa al solito suo. Non è affar mio interessarmi delle sue emozioni, io qui devo tornare a parlare di questo tipo, che a mio avviso riesce sempre a sorprenderci perché ha una sconfinata creatività e un profondo senso morale legato alla custodia della memoria e di ciò che ad altri appare superfluo ma che al contrario è l’essenziale in ogni vita: il rispetto per le nostre radici e per le anime di chi tanto ci ha trasmetto, trasfondendolo in noi, che siamo eredità e testamento a nostra volta.

Roberto Mendolia, alias Rogika, è un «non fotografo taorminese» che si definisce «giacomelliano». Pur sapendone tanto di tecnica fotografica, lui vuol veicolare memoria. Tracce, in solchi di vita, ed emozioni.

Rogika è un autore tout court. In lui, narrazione fotografica e scrittura camminano a braccetto come una vecchia coppia che si sostiene vicendevolmente. Scinderle lo priverebbe di quello stile inconfondibile, che si realizza in un elegante Bianco e Nero. Tale è anche la scrittura: nero su bianco.

 

Qui di seguito, riporto le sue parole a corredo di una sua immagine. Uno scatto fatto a Palazzo Adriano (PA) nel 2019:

Per me la cosa più interessante in fotografia è l’ordinario, essere capaci di comunicare la bellezza dell’ordinario, la bellezza della quotidianità: l'ordinario è straordinario, altro non sono capace fare.

 

Eppure Rogika non sa limitarsi alla fotografia che bazzica da più di vent’anni. In lui il fare dell’artigiano – che costruisce con le mani e si sporca di materia – è perfettamente in equilibrio oppure in “squilibrio mentale”. Mi riferisco al genio e all’ingegno dell’uomo. Rogika ama realizzare cose ed opere che divengono pezzi unici e preziosi, in omaggio ai suoi ricordi, alle esperienze che ha vissuto. Qualcuno potrebbe dire che è «Vintage»: troppo ancorato al passato tanto da riportarlo a una struggente attualità.

Epperò da questo suo esser abbarbicato sulla roccaforte della memoria, ne son venuti fuori omaggi ai grandi della letteratura, tra i quali cito Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Omaggi che non si sono limitati alle opere realizzate partendo dalle foto ai luoghi, ma hanno ricevuto anche un contributo visivo e di narrazione che ci ha condotti un po’ più a fondo in questa Sicilia, che è una e molte isole.

 

Per far comprendere – a chi ancora non avesse avuto l’opportunità di leggerlo – riporto quanto è stato scritto da Rogika in una recensione pubblicata qualche tempo fa su «Facebook», dedicata al padre del Il Gattopardo, da tenere bene a mente:

Giuseppe Tomasi di Lampedusa nasce a Palermo il 23 Dicembre 1896. È l’autore del romanzo “Il Gattopardo”, forse il romanzo italiano del secolo scorso più letto e amato nel mondo. Un successo straordinario che ha quasi del prodigioso se pensiamo che Tomasi di Lampedusa era al suo esordio come scrittore all’età di quasi sessant’anni e alla fine della sua vita.  Il Gattopardo è quindi lo straordinario canto del cigno di un uomo – un gran signore di vasta e raffinata cultura storica e letteraria, ma vissuto appartato e sconosciuto al mondo delle lettere – che, giunto alla fine della sua vita, rompe il silenzio e dice la sua, racconta la sua verità sulla vita e sulla storia, e lo fa nella forma di una sublime arte letteraria. Nel ricordare la sua infanzia egli ebbe a dire: “Ero un ragazzo a cui piaceva la solitudine, cui piaceva di più stare con le cose che con le persone”. Con “Il Gattopardo”, Giuseppe Tomasi di Lampedusa torna al quel fatidico 1860 in cui tutto era cominciato, per seguire la genesi del nuovo stato e cogliere quel momento unico in cui dal vecchio si genera il nuovo. Un momento critico in cui storia e intimità si intersecano e quasi si fondono nell’animo e nella mente del Principe di Salina, ed è proprio attraverso lo sguardo del Principe che lo scrittore ci fa partecipi di quella svolta epocale per la Sicilia. Non sta a me parlare, né discutere della travagliata storia editoriale de “Il Gattopardo”, in quanto sono solo un semplice e umile lettore e non ho né i titoli né le competenze per affrontare questo argomento, ma ho sicuramente dentro di me un amore viscerale e profondo per la mia terra, per la mia isola, per la Sicilia. Certo è che grazie all’emiliano Giorgio Bassani, che ha scritto una straordinaria e commovente prefazione, che il romanzo vide la pubblicazione l’11 novembre del 1958 per le edizioni Feltrinelli. Pochi mesi più tardi, nel 1959, dopo che “Il Gattopardo” si era trasformato in un vero e proprio caso letterario, vinse il Premio Strega. Per omaggiare Giuseppe Tomasi di Lampedusa, letterato di rara e complessa personalità, e “Il Gattopardo”, che rimane ancora oggi l’esempio maggiore di rivelazione che la storia editoriale e letteraria del nostro paese abbia mai visto, ho desiderato unire le mie passioni: passione su passione; le “carte de visite” e il racconto, le “immagini cartonate” e le parole scritte, creando un collegamento che mi ha permesso di proiettarmi oltre la fotografia stessa, superando certi limiti culturali.

 

Sempre Rogika – in un altro dei suoi post-rubrica su «Facebook» ha scritto di sé, del suo rapporto con la fotografia e dell’idea di metter mano alla realizzazione delle «Carte de Visite»:

Della fotografia ne sono sempre stato innamorato, una passione che va al di là del semplice fatto di tenere la macchina fotografica in mano. Le mie curiosità si svolgono anche in un raggio ben più ampio: dai tanti amici fotografi che seguo con piacere oltre che sui social anche nei loro siti personali, alle svariate pagine che si occupano di storia della fotografia. Parimenti accompagno questo mio interesse con la lettura dedicata, oltre e soprattutto alle letture degli scrittori siciliani. Ovviamente tutto questo riesco a coltivarlo nel mio piccolo orticello e do acqua alle piante nei momenti liberi e lontano dai miei impegni. Allo stesso modo provo a calmare la mia sete con continue anche se saltuarie ricerche riguardanti tutto ciò che questo mondo incredibile e allo stesso tempo pieno di misteri riesce a regalarmi. Da quello che io chiamo il «cantarano della memoria», l’altro giorno, ho aperto il cassetto delle “Carte de visite”. Un cassetto che apro e chiudo, negli ultimi anni con più frequenza, alla ricerca delle foto di famiglia che mi sono ritrovato in eredità da quando i miei zii e i miei nonni sono andati a vivere tra le nuvole dei ricordi. In questo cassetto, incastrato in un angolo ho ripreso tra le mani un mazzetto piccolo avvolto con la carta velina e legato con uno spago ormai consunto. Le “carte de visite” sono dei cartoncini dalle dimensioni più o meno di un biglietto da visita dove venivano incollate delle fotografie di piccolo formato. Erano un oggetto nato a metà Ottocento e che grazie alla loro specifica natura, in origine dedicata allo scambio dell’immagine tra persone, rappresentano il primo grande esempio di marketing commerciale e di collezionismo della fotografia. Inoltre le “carte de visite” hanno contribuito a realizzare pienamente la rivoluzione democratica nella comunicazione sociale che la fotografia aveva reso possibile: tutti con una piccola cifra potevano farsi fotografare nelle “carte de viste”, donando poi ad amici, conoscenti ed estimatori, copia del proprio ritratto. Adesso non mi dilungo più di tanto e approfondirò questa curiosità in un’altra occasione, vorrei soffermarmi invece sulla foto “Formato Margherita” della Zia Teresa, la sorella di mio nonno paterno, e che non ho mai conosciuto. Sin da piccolo i miei genitori mi hanno insegnato, ogni volta che si andava al cimitero, a dedicare una piccola preghiera ai “morticini”, e che io recitavo a labbra chiuse, mugugnando e tenendo gli occhi bassi per sentirmi più grandicello e importante, senza capirne il reale motivo. E adesso che rigiro tra le mani questo cartoncino con la foto della zia, penso a quanto importante fosse stato per quei tempi avere un proprio ritratto e quante persone abbia reso felice questo genere fotografico delle “carte de visite” […]. 

Penso che per offrire a voi ulteriori spunti di riflessione, sullo stretto rapporto che intercorre tra storia, arte, letteratura nei progetti di Roberto Mendolia, quanto da me riportato oggi possa bastare.

Rogika resta un autore: complesso; spesso indecifrabile. Ma è anche un artigiano-artista della fotografia, della materia e della parola. Io sono più che convinta dunque che non si debba mai smettere di dire, di chi ha tanto da dare.

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