Immagine tratta dal film "Lettere d'amore" Immagine tratta dal film "Lettere d'amore"

E SE TORNASSIMO A SCRIVERE LETTERE D’AMORE? In evidenza

In questa confusione del sentire e del sentirsi, generata dal «tempo sospeso», infagottata in una strabordante comunicazione social, ogni giorno è un far fatica a togliersi i sassi dal cuore, però io ho le mie piccole cure di sopravvivenza: i film, la lettura, le passeggiate…

Ciascuno di noi ha le proprie ricette, frammentati e boccheggianti, in cerca di un contatto vero, reale; di carne. In realtà, la nostra solitudine ha preso l’avvio già verso la fine del XX secolo; è come se si fosse creata una frattura insanabile tra ciò che eravamo e ciò che siamo. Oggi, non inviamo più solo mail ed sms; chattiamo, scriviamo, pure troppo e anche a sproposito. Certo, i social e la globalizzazione in teoria ci dovrebbero aiutare a star connessi e «vicini vicini» ma siamo sempre più affamati di sentimenti e di amore, perché è quello il motore che ci fa essere empatici, solidali, umani. Nonostante ciò, in una frettolosa corsa alle «storie», ad avere più contatti, a cambiare subito senza impegnarci troppo in una relazione –, che vale la pena coltivare con cura, pazienza e dedizione, fatta di compromessi, scontri, tante carezze e tanta passione –, non discerniamo mica tanto bene verso quale direzione ci dirigiamo. Personalmente, sono una signora che ama le cose fatte per bene e mi piacciono i piccoli gesti, e chi sa porgersi nel dialogo. Allora, domenica pomeriggio, rivedendo un classico degli anni Novanta – Lettere d’amore per la regia di Martin Ritt; una bella storia d’amore e di riscatto sociale con gli impareggiabili Jane Fonda e Robert De Niro – ho pensato, lasciandomi andare alle lacrime purificatrici: «E se tornassimo a scrivere lettere d’amore?».

Non parlo di mail e messaggini, ma di lettere vere, fatte di inchiostro e di carta. Infilate dentro a una busta e spedite. Magari qualcuno preferisce le cartoline, o un bigliettino discreto; tutto può andar bene purché sia fatto con l’uso di carta e penna.

Nel film, la trama è lineare e improntata ai buoni sentimenti. E che diamine, per fortuna che ancora ci sono film e testi che li raccontano i buoni sentimenti, dico io! De Niro, o meglio il personaggio che interpreta, è analfabeta; Jane Fonda, vedova, operaria, madre di figli e pure nonna, si innamora di lui e decide di insegnargli a leggere e scrivere. Qui abbiamo, chi ha voglia di mettersi in gioco anima e corpo, in mezzo a mille dubbi e insicurezze. Un uomo e una donna pieni di tenerezza e tante incertezze, che scommettono tutto per tornare ad essere felici, insieme.

Un’occasione di riscatto per entrambi; e il riscatto più grande, in tal senso, appare metaforicamente veicolato dal saper leggere e scrivere. Chiave d’accesso a conoscenza e libertà, nonché ponte, per trasportare sentimenti e passioni. Infatti, quando lui parte per lavoro, le dice che la chiamerà spesso, ma lei, sublime e dalla inconsapevole carica erotica e romantica, gli risponde che vuole che lui le scriva. Sta tutta lì, la vera scommessa: inondare il foglio d’amore senza vergogna! L’amore fatto di rinuncia e di pianti; l’amore che non ha paura dei sacrifici e che si rinnova nel quotidiano.

Quanto ho pianto, domenica pomeriggio, e quanto ho sognato, quanto a lungo ho riflettuto: «Nessuno più scrive lettere d’amore. E se tornassimo a scrivere lettere d’amore?».

Anche in questi ultimi giorni, ci ho più volte rimuginato su, e mi son tornate in mente le evocative lettere di tanti scrittori. Mi è tornato alla mente, in particolare, Italo Calvino che per tre lunghi anni mantenne una relazione con l’attrice Elsa De Giorgi.  Il lascito di questa intensa storia è costituito da circa 300 lettere, conservate dal 1994 nel “Fondo Manoscritti” di Pavia. Qui trova spazio, un Calvino inedito. Egli racchiude ogni singola fibra di passione e levatura culturale, nelle sue «lettere d’amore». A seguire, ne riporto uno stralcio, per farvi assaporare la magia contenuta in queste parole:  

[…] Ho più che mai bisogno di stare fra le tue braccia. E questo tuo ghiribizzo di civettare che ora ti ripiglia non mi piace niente, lo giudico un’intrusione di un moto psicologico completamente estraneo all’atmosfera che deve reagire tra noi. Gioia cara, vorrei una stagione in cui non ci fossi per me che tu e carta bianca e voglia di scrivere cose limpide e felici. Una stagione e non la vita? Ora basta, perché ho cominciato così questa lettera, io voglio scrivere del nostro amore, voglio amarti scrivendo, prenderti scrivendo, non altro. È forse anche qui la paura di soffrire che prende il sopravvento? Cara, cara, mi conosci troppo, ma no, troppo poco, devo ancora farmi conoscere da te, devo ancora scoprirmi a te, stupirti, ho bisogno di farmi ammirare da te come io continuamente ti ammiro. Sto scrivendo una cosa su Thomas Mann per il Contemporaneo sotto forma di lettera su cosa significa per me il suo atteggiamento d’uomo classico e razionale al cospetto dell’estrema crisi romantica e irrazionale del nostro tempo. Sono temi che ritornano puntualmente nella cultura e nell’arte contemporanea come nella mia vita: il mio rapporto con Pavese, o la coscienza della poesia, il mio rapporto con te, o la coscienza dell’amore. Io voglio scrivere del nostro amore, voglio amarti scrivendo, prenderti scrivendo, non altro, siamo davvero drogati: non posso vivere fuori dal cerchio magico del nostro amore […].

Qualche mese fa, mi è stata recapitata una lettera, spedita a mezzo posta. Non si trattava di una missiva d’amore, ma era sempre una lettera; e mi ha messo in contatto con una persona squisita per talune ricerche, che da anni conduco. Il riceverla, pur se battuta al computer e non scritta a penna, mi ha fatto tornare a gesti che sembrano assai remoti colmandomi il cuore di contentezza.

Riscoprire i piccoli gesti e le gentili maniere, provenienti da lontano, in fondo possono solo farci un gran bene e farci diventare più belli, «dentro e fuori». Ecco perché, a mio avviso, dovremmo tornare a scrivere «lettere d’amore».

 

 

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