Acitrezza: un faraglione Acitrezza: un faraglione Foto di Lisa Bachis

Storia e Storie: Acitrezza. Il mare non è mai uguale In evidenza

Acitrezza tra mito e storiaIl piccolo borgo, una frazione di Acicastello, fa parte della bella costa in provincia di Catania.

Le suggestioni qui non sono mai mancate, tra visioni omeriche, pullulanti di nature ciclopiche e lotte tra uomini contro le forze della natura, divenute esse stesse figure terrifiche e mai del tutto addomesticabili. I guardiani di Acitrezza – a «Trizza» come viene nominata dagli abitanti, «i peri salati» per via del contatto intimo con il mare – sono i Faraglioni. Guardiani e faro, per chi qui ci vive. Da Omero a Verga a Luchino Visconti, qui si è scatenato l’immaginario onirico di molti ed è divenuto arte e letteratura.

Sempre qui, si dice, sia stata creata da un trizzoto la granita, come oggi la conosciamo. Nel 1660 – a nivi cunzata – fu resa celebre da Francesco Procopio; ottenuta dalla base del sorbetto al limone. Procopio, sbarcato che fu a Parigi, portò con sé il sorbetto e dopo avervi aggiunto il miele di araba ispirazione ne fece la granita.

Verità o finzione? In ogni mito e leggenda che si rispetti vi è il codice per interpretare la storia. Tramandare le storie, le narrazioni epiche o mitologiche, è trasferire alle successive generazioni porzioni di memoria. Le memorie di Aci Trezza, con ninfe e pastori o il mito dell’ostrica, oppure con la ruvidezza delle scorze di conchiglie «ammiscate» alla lava, sono i mattoni di una casa che guarda al mare.

 

Salvatore «il pescatore» – In compagnia di amici, durante un pomeriggio settembrino in cui le nubi salutavano il giorno, lasciandoci nelle narici, forte, l’aroma salmastro di alghe e di pesci già presi, sembrava che il temporale, annunciato da tuoni e macchie di luce nel cielo, volesse rovinarci la passeggiata.

Invece, graziati, ci siamo fermati a guardarlo quel mare, che non è mai uguale e cambia in colore, spessore e increspatura ogni ora, ogni giorno. Ogni stagione di vita.

Eravamo fuori dal cantiere Rodolico, di cui vi ho già narrato, a chiacchierare come si fa tra qui da noi, prendendosi il tempo che ci vuole per dire le cose e assaporare il da farsi. Parlavamo e guardavamo il mare di Trezza, più bello che mai all’insorgere lento e discreto del tramonto. Lo sapete com’è la luce di Settembre: morbida e generosa come una madre che porge il seno gonfio per allattare. Quella luce, la vedevo distendersi pietosa ad abbracciare avvolgendo ogni cosa; anche noi là in mezzo.

Il mare di Trezza e la luce di Settembre, una magia che ti entra negli occhi. Occhi curiosi, come quelli di Salvatore – figlio di Angelo – anni 89, pescatore.

 

Gli occhi di Salvatore – è stato Massimo a presentarcelo perché lo conosce sin da bambino – hanno un velo gentile e acquoso, consegnato dall’incedere del tempo. Il tempo, pure se appare immobile, come lo è in certi momenti il mare, passa e trapassa di onda in onda e di spuma in spuma.

Salvatore ha il tempo del mare negli occhi; la pazienza di sapere aspettare e la fatica, consegnata al mare, per avere una vita dignitosa. Lo riconoscerete subito e poi basta chiedere, nei piccoli borghi ci si conosce tutti. Ed è un bene. Ci si stringe e ci si allaccia gli uni agli altri per fare una rete, quella che aiuta a portare a casa da mangiare.

I sentimenti delle persone sono ammagliati in un reticolo di parentele e spartizioni di dolori e di gioie. E va bene che sia così. La memoria non si butta via; si conserva nei canestri, o dentro le coffe, e se qualcosa si sfalda, si ricuce e si rattoppa. La memoria ha bisogno di cure e di rammendo.

Salvatore «il pescatore», tutti i giorni scende al porto e prima di ogni cosa, guarda il mare e ascolta cosa gli dice. Ha una gamba malandata e non ce la fa a salire bene sulla barca, se è posta un po’ più in alto, ma lui ci arriva piano piano e ci sale. Se riesce, va ancora a pescare.

Salvatore, ha un volto che è un libro e per leggerlo basta stare in silenzio. Vi racconta ogni cosa con gli occhi con la bocca con la faccia, che sembra tutta scritta – non è per le rughe, non sono poi tante per la sua età né per il colore del sole sulla pelle – ma per via delle parole che emergono. In trasparenza.

Lui il mare lo guarda e lo ascolta più volte al giorno; il mare gli ricorda sempre le stesse regole e il codice d’onore che rappresenta il rispetto per la Natura. Anche la chiesa di Trezza è rivolta verso il mare. Il sacro stesso, qui, è inanellato tra terra e mare.

Salvatore, figlio di Angelo, due nomi doppiamente benedetti, ci ha raccontato come è cambiato il mare. La colpa è degli uomini che non hanno rispetto, pescano raschiando il fondo, e la vita non cresce. Lui sa che è peccato mortale. Oggi sono rimasti in pochi ad ascoltare e a guardare il mare.

Salvatore e i pescatori come lui lo guardano il mare, ci parlano, lo ascoltano; ci lasciano una preghiera.

In silenzio, per sentire quando arriverà la risposta, che proviene dalle acque e dalle bocche dei pesci.

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