Leggere per R-Esistere. Sciascia e la “Morte dell’inquisitore"

Leggere per R-Esistere. Sciascia e la “Morte dell’inquisitore" In evidenza

Omaggio a un grande intellettuale del XX secolo – Quest’anno ricorre il centenario della nascita dello scrittore di Racalmuto, nato l’8 di gennaio 1921. In questi giorni a “Una marina di libri” festival palermitano assai noto, si sono raccontati “I cento Sciascia” per offrire nuovi spunti di riflessione sull’autore e il suo mondo.

Leonardo Sciascia così scrisse, nel 1979, nel romanzo La Sicilia come metafora: «Tutti amiamo il luogo in cui siamo nati, e siamo portati ad esaltarlo. Ma Racalmuto è davvero un paese straordinario». Qui vi è la dichiarazione dell’imprescindibile legame con Racalmuto.

Le sue parole sulla società, sui costumi, sulla Mafia e sull’interiorità della gente sono attuali e vive. Un maestro di scuola che è stato Maestro per tanti altri grandi della nostra letteratura: da Bufalino a Camilleri. Un cronista attento, dallo stile unico, che ancora nei tempi attuali detta le regole per lo scrivere bene. Ha scandagliato l’animo umano ed è stato a sua volta fissato in alcune storiche immagini di un altro grande: il fotografo Ferdinando Scianna con cui Sciascia – legato egli stesso alla fotografia – collaborò.

 

La copertina e il testo – La copertina è quella classica di Adelphi della sezione “Piccola Biblioteca” come appare ad esempio nell’edizione del 1992. Roberto Calasso, simbolo di questa casa editrice, ne L’impronta dell’editore ha motivato tale scelta:

«Così puntammo sul colore e sulla carta opaca (il nostro imitlin, che ci accompagna da allora). Quanto ai colori, quelli in uso allora nell’editoria italiana erano piuttosto pochi e piuttosto brutali. Rimanevano da esplorare varie gamme di toni intermedi».

Morte dell’inquisitore, è un volumetto che occupa uno spazio del tutto a parte nell’opera di Leonardo Sciascia. La ragione ne fu data dall’autore stesso: «È un libro non finito, che non finirò mai, che sono sempre tentato di riscrivere e che non riscrivo aspettando di scoprire ancora qualcosa».

Un libro, dunque, fondato su un mistero non del tutto svelato, forse non del tutto svelabile. È il libro dove Sciascia ha disegnato la figura di un suo antenato ideale, l’eretico Diego La Matina, «personaggio che non doveva più lasciarmi», dichiarò egli stesso.

Ed è probabilmente il genere che apre al romanzo-inchiesta: attinge dal giallo e dal giudiziario.

Sciascia in tal senso riportò: «Oltre le cronache, le relazioni, gli studi qui citati, ho letto (o presumo di aver letto) tutto quel che c’era da leggere, relativamente all’Inquisizione di Sicilia: e posso dire di aver lavorato a questo saggio più, e con più impegno e passione, che a ogni altro mio libro».

Il tema qui trattato, quello dell’Inquisizione è assai delicato, perché – come ebbe a scrivere Sciascia con memorabile efficacia – «appena si dà di tocco all’Inquisizione, molti galantuomini si sentono chiamare per nome, cognome e numero di tessera del partito cui sono iscritti».

Considerazioni dal pungente sapore del vero, le quali danno conferma di un’altra sua annotazione: «Mi sono interessato all’Inquisizione poiché questa è lungi dal non esistere più nel mondo».

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