La sala interna alla Casa del Cinema di Taormina La sala interna alla Casa del Cinema di Taormina Foto di Lisa Bachis

Bellini e il suo genio nell’omaggio resogli dalla Fondazione Taormina Arte Sicilia In evidenza

La rassegna “Dolente immagine. Bellini al Cinema” – Il 23 settembre del 1935 Vincenzo Bellini muore. Il 23 settembre 2021 si è chiusa la rassegna cinematografica “Dolente immagine. Bellini al Cinema” organizzata dalla Fondazione Taormina Arte Sicilia all’interno delle celebrazioni del BelliniinFest. La rassegna taorminese, inaugurata il 4 settembre, spaziando tra l’Odeon e La Casa del Cinema, ha visto proiettati alcuni tra i capolavori del cinema di genere sul «genio italico» tra cui il “Casta Diva” di Carmine Gallone con Martha Eggerth e Sandro Palmieri e “The Divine Spark”, versione inglese dello stesso con Philips Holmes al posto di Palmieri, nelle vesti di Bellini. Mi preme citare inoltre per mia personale passione verso il cinema muto e quello in bianco e nero “Norma”: produzione italiana del 1911 della durata di undici minuti.

 

Si può ancora visitare la mostra dedicata a Bellini – Visitare la Casa del Cinema di Taormina, che ha sede nel prestigioso palazzo denominato dell’ex Pretura ma che in passato era uno dei palazzi nobiliari cittadini sul Corso Umberto, è entrare in un luogo prestigioso. Felice la scelta di destinarlo ad accogliente dimora per assaporare le mille sfaccettature dell’universo cinematografico che sin da subito la Fondazione Taormina Arte Sicilia ha sposato. Forte è l’impronta di Ninni Panzera che, insieme al Comune di Taormina, ha dato impulso a questo luogo.

La mostra “Dolente immagine. Bellini al cinema”, ha di fatto preceduto la rassegna cinematografica. Trattasi di un’idea vincente e unica nel suo genere: una prima assoluta, aperta al pubblico sino al 31 ottobre 2021.

Panzera, l’ideatore, si è avvalso per realizzarla della preziosa collaborazione e delle professionalità di Taormina Arte. Gli allestimenti predisposti con grande cura e attenzione da Francesca Cannavò; la grafica di Elisabetta Monaco; l’amministrazione di Emi Mammoliti; l’ospitalità a cura di Elisabetta Gulotta. Il lavoro incessante del delegato SIAE Daniela Di Leo e poi il lavoro di Giulia La Pica, Anna Lo Turco, Manuele Passalacqua, Valeria Leone. Nonché la presenza indispensabile dei tecnici: Antonio Mazzeo e Salvatore Sterrantino e la virtuosa collaborazione di Carlotta Papale per le traduzioni. Speciali ringraziamenti vanno rivolti alla professoressa Milena Privitera, la quale ha permesso con un incessante lavoro di mediazione che “The Divine Spark” giungesse dall’Inghilterra alla Sicilia. Questa esposizione si inserisce nelle manifestazioni dedicate a Vincenzo Bellini in collaborazione con il Teatro Massimo Bellini di Catania e il contributo del Museo del Cinema a Pannello di Montecosaro (MC). Tra i prestatori, oltre alla collezione immensa di Ninni Panzera, Paolo Marinozzi e Giuseppe Barbaro.

La direzione della mostra, promossa dall’Assessorato al Turismo della Regione Sicilia, ha tenuto inoltre a indirizzare particolari ringraziamenti a: Giuseppe Barbaro, Paolo Marinozzi, la Cineteca di Bologna e il BFI di Londra e a Franco la Magna.

 

L’incontro con Franco La Magna precede la maratona di chiusura – Il pomeriggio del 23 settembre è proprio Franco La Magna, durante la gradevolissima conversazione con l’Avv. Ninni Panzera, a fare il punto sulle varie vicende relative alla cinematografia belliniana. Ho avuto modo di ascoltarlo in altre occasioni, avendo entrambi il medesimo editore, Alfio Grasso ed essendo La Magna, curatore della sezione “Cinema di carta” presso la stessa casa editrice.

Franco La Magna, catanese, critico cinematografico, storico del cinema, giornalista e operatore culturale, collaboratore di giornali, riviste specializzate (fa parte del Comitato dei collaboratori fissi di “Cinemasessanta”) e on-line, vice direttore del quotidiano telematico “Inscena” (www.inscenaonlineteam.net); è autore di varie pubblicazioni sul cinema, tra cui: Cento anni di cinema a Catania (Ediprom, Catania, 1995); Vi ravviso, o luoghi ameni. Vincenzo Bellini nel cinema e nella televisione (Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria, 2007); Lo schermo trema. Letteratura siciliana e cinema (Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria, 2010). Promotore di Film Commission, Socio del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI), membro di giurie, del comitato organizzatore di festival e manifestazioni cinematografiche, ha diretto le giornate del “Cinema Invisibile” (San Giovanni La Punta-Catania). È stato responsabile delle pagine culturali del “Giornale del Sud”, quotidiano di Catania diretto da Giuseppe Fava. Per Algra ha pubblicato: La sfinge dello Jonio. Catania nel cinema muto (1896-1930), 2016 e Dai Corsari ai Viceré. Acireale nel cinema dalle origini a oggi del 2019.

 

Il mistero che avvolge la morte di Bellini – La Magna ha tratteggiato con dovizia di aneddoti e particolari, la vita e l’attività di Bellini. Devo dire che è sempre un grande piacere ascoltare lui e Panzera.

Sulla morte del compositore catanese sono stati scritti vari contributi e qui riporto brevemente ciò che ad oggi appare storicamente più plausibile.

Il Barone D’Aquino scoprì il corpo privo di vita del giovane Bellini, il 23 settembre del 1835 alle 17:30, causa della morte attribuibile a un’infezione. La repentina fuga dei coniugi Levy – che ospitarono Bellini – favorì loro l’accusa di aver derubato il loro ospite, tanto che il re Vittorio Emanuele II, per far luce in merito alla sospetta morte, ordinò una necroscopia per avvelenamento. Il dottor Dalmas effettuò l’esame due giorni dopo il decesso: ciò che emerse fu un’estesa infiammazione dell’intestino, aggravata da un ampio ascesso all’estremità destra del fegato.

Tuttavia la finzione drammatica della vita del Bellini superò i fatti storici. La fama di seduttore che lo accompagnò sino alla morte indusse l’opinione pubblica a credere alla teoria dell’avvelenamento per accesso di gelosia del Levy, che lo avrebbe sorpreso con la moglie e dunque avrebbe usato il mercurio per eliminare il rivale. La storia dice altro e lo stesso La Magna ha puntualizzato che poiché Bellini soffriva di febbre malarica, la cui sintomatologia era simile al sospetto avvelenamento.  Il rimedio – consistito nei continui salassi – fu peggiore del male e debilitò ulteriormente il paziente. Indi per cui appare più logica, quale causa della morte, quella dovuta alle complicanze della malattia.

Nuova luce sulla morte di Vincenzo Bellini è stata fatta anche dal chirurgo e docente universitario in pensione, il Prof. Antonio Cannavò. Nel 2002, appassionato di studi sulle patologie che affliggevano il giovane talento siciliano, pubblicò in un breve saggio le sue indagini, elaborate dopo una ricerca documentata da cinque bollettini medici del dottor Montallegri, scritti tra il 15 e il 23 settembre del 1827, e dall’esame necroscopico del 1835. Il saggio, è stato dato alle stampe nel bicentenario della nascita del compositore, e smentiva la teoria sull’avvelenamento. Il Cannavò ha confermato l’eccezionale acume cerebrale del Bellini, che tuttavia aveva una fragile costituzione fisica, era sottoposto a un forte stress psico-fisico. Vi era diagnosticata una patologia dell’apparato digerente mal curata, la cui diagnosi clinica del decesso è stata riportata a beneficio dei curiosi: «Rettocolite ulcerosa riacutizzata di natura psico-somatica, seguita da un ascesso epatico piogenico».

 

Bellini e la sua imperitura fama – Franco La Magna, durante l’incontro, ha rimarcato più volte l’indiscussa evidenza di Bellini che deve essere annoverato tra gli autori più conosciuti al mondo in quanto «Re della patologia dell’amore infelice… Il Melodramma».

Le ricerche di La Magna «su Bellini e il cinema» hanno prodotto il testo di cui si è argomentato nel corso di giovedì 23 settembre. L’autore per sua stessa ammissione ha spiegato di aver licenziato il testo nel 2007, ben consapevole che ancora fosse al di là dall’essere completo, considerato che dalle varie cinematografie possono in ogni momento scaturire nuovi spunti belliniani e che in molti hanno usato brani estrapolati dalle opere dell’illustre catanese. La Magna ha dunque proseguito le ricerche ed auspica di avere «la forza di pubblicare una nuova edizione e di inserire i nuovi ritrovamenti. Nell’ultimo ventennio e a partire dagli anni Novanta c’è stata una infiorescenza di ricordi belliniani nel cinema e nelle fiction dato che la televisione in qualche modo ha soppiantato il cinema».

Su Carmine Gallone e la sua lunga produzione, inoltre, si è soffermato in modo particolare:

«È considerato tutt’ora il decano del cinema italiano perché percorre l’intero cinema italiano dal 1935 agli anni Sessanta. Il 1935 è un anno particolare perché ricorre il centenario della morte di Bellini e quindi eravamo in pieno Fascismo, per l’esaltazione dell’italianità del “genio italiano”, per dare al pubblico questa esaltazione si sceglie Vincenzo Bellini. Gallone è un “mussoliniano di ferro” per sua stessa ammissione… Ma la biografia che gira Gallone di storico non ha quasi nulla, soprattutto incentra il film “Casta Diva” sull’amore tormentato con Maddalena Fumaroli durante il periodo napoletano di Bellini…».

Bellini è un genio e trascorso qualche anno al “Reale Collegio Musicale” di Napoli diventa «maestrino di canto». Un giorno viene invitato a pranzo. Era in uso al tempo, esser ospiti di nobili e notabili durante il periodo borbonico. Bellini sarà ricevuto a casa di Fumaroli, primo giudice della corte borbonica e uomo di grande potere. Sarà qui che avverrà l’incontro con la bella Maddalena, figlia del Fumaroli.

È sempre La Magna a condurci amabilmente dentro il periodo:

«Bellini conosce la figlia e Fumaroli lo invita a dare a Maddalena lezioni di canto. Quando però si scopre che i due si innamorano e il sentimento nasce soprattutto da parte di Maddalena Fumaroli, il padre ne resta estremamente contrariato. Scoperta la tresca, caccia via Bellini dicendo: “Tu credi davvero che io possa dare in sposa mia figlia ad un povero suonatore di cembalo…”. Bellini va via bastonato e poi quasi immediatamente si trasferisce a Milano. Siamo nel 1827: Barbaja, famoso impresario, lo chiama a comporre un’opera e lui scriverà “Il Pirata”».

Nel “Casta Diva”, Gallone pone l’accento sull’amore tormentato che conduce fino alla morte ma qui storia documentata e melodramma si mescolano, fino a creare una nuova opera sulla vita di Bellini, talento smisurato che anche con il forte contributo del cinema diviene leggenda, tanto da giungere al nostro ‘oggi’.

Qui, in una giornata qualunque, mentre state facendo zapping con il vostro telecomando, non sorprendetevi ad ascoltare come sottofondo per una nota maison di moda che pubblicizza un profumo, “Casta Diva” riattato alle moderne esigenze del commercio.

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