I mie genitori I mie genitori Foto dell'autrice

«Finché ce n’è viva il re, quando non ce n’è più, viva Gesù». Riflessioni tra nostalgia e voglia di non arrendersi In evidenza

Sarà perché oggi è il 29 novembre ed i miei genitori avrebbero festeggiato il loro cinquantaduesimo anniversario di matrimonio, se papà fosse ancora qui fisicamente. Sarà perché mi piace carezzare con gli occhi la foto di quando avevano trent’anni ed erano ufficialmente fidanzati; sarà perché penso a me alla loro età, e penso a me in questa fine di 2021, dove tutti si appiccicano sulla fronte buoni propositi e scampoli di speranze. Sarà perché superato il mezzo secolo e ritenendomi fortunata, ho le mani che frugano sempre più spesso tra le foto belle e portatrici di amore; sarà che in fondo, sono sempre stata un po’ vecchia dentro sin da bambina e l’ho considerato un dono prezioso come se un’antica saggezza avesse deciso di dimorarmi dentro, a dispetto delle fanciullesche fattezze.

«Sarà, sarà, sarà quel che sarà…».

Stamattina, sono andata nella camera da letto dei miei, ho guardato il loro letto – lo è e lo sarà sempre: c’è il lato di mamma e quello di papà, così deve essere –, poi ho preso tra le mani la cornice che racchiude la foto che ho amato ed amo più di tutte. Delicatamente, sfiorandola con i polpastrelli, ne ho saggiato il liscio e il crespo.

Mi ci perdo, mi conduce in luoghi di infinite possibilità, mi ridona fiducia nel mondo. I miei genitori, due ragazzi come tanti, in quel periodo a metà degli anni Sessanta, avevano ricostruito dalle macerie lasciate dalla guerra ed erano tornati a riempire gli stomaci, abbandonati in mezzo a strade disossate dalle bombe ed a case sbrindellate, in cui i buchi sembravano occhi e bocche imploranti pietà. Voragini che invocavano santi e madonne caduti giù dagli altari, in cerca di nuovi luoghi sacri.

La guerra, la fame, la volontà ferrea, i pantaloni rattoppati e i vestiti rivoltati per sembrare nuovi. Due ragazzi ai quali sono sempre stata e sempre sarò debitrice per quei sorrisi semplici e luminosi. Gentili negli sguardi che non hanno mai temuto fatica e sacrifici e che hanno trasmesso a me e a mio fratello. Li portiamo dentro il sangue e nei nostri cuori, che battono e ridanno linfa ai ricordi.

«Erano altri tempi», sento dire, e mi piace ascoltare dai racconti dei vecchi che ancora ho il privilegio di poter ascoltare. Tra di loro anche le mie zie, mia mamma e tanti amici che ci sono e mi danno la forza per andare avanti.

Sì, mi danno la forza e mi restituiscono alla vita ogni santo giorno. Salvatore e Maria, i miei genitori, sono stati pure loro giovani, hanno lottato contro le convenzioni di un mondo che cambiava, tra puritani e rivoluzionari. Hanno scelto la rivoluzione.

Hanno sfidato le convenzioni e sono rimasti insieme, uniti. Pianti, risa, preghiere. La vedete mia madre nella foto? Quel vestitino che ho sempre desiderato per me, lo aveva cucito lei. Niente trucco, i capelli acconciati con i bigodini; e papà, con la sua bella chioma corvina e ondulata naturalmente, che mi ha trasmesso insieme alle labbra carnose.

Per me sono due attori del cinema. A proposito, la foto fu scattata da D’Agata qui a Taormina. Mamma con immenso orgoglio di ultraottantenne, mi dice ogni volta che il fotografo la tenne esposta in vetrina per lungo tempo. Sorrido grata, facendo finta di non ricordarlo e mostrandomi sorpresa. Sempre, come fosse la prima volta; in un certo senso lo è.

Oggi dunque sarebbero stati cinquantadue anni di matrimonio. In parte lo sono, ci sono i frutti: noi figli; le case e i ricordi. Tanti. Alcuni belli altri tristi ma sono l’eredità di famiglia. Il bene più prezioso che abbiamo.

Me la sono portata al petto, quella foto. Di nascosto, per non farmi sorprendere in balìa delle emozioni e mi sono fatta fluire dentro l’energia della speranza e lo sprono del fare e del fare bene.

Quelli che avevano loro. Ripartivano da zero. Sì, vi erano grandi opportunità ma avevano saputo coglierle. Non temevano gli errori; li ha sempre accompagnati l’umiltà ed è questo che ci hanno consegnato.

È il 29 novembre, siamo quasi a Natale, stanchi di un virus che in fondo fa pure lui il suo mestiere.

Gridiamo, litighiamo, siamo indignati ma non troppo; desiderosi di libertà ma passando sui cadaveri degli altri. Vogliamo farcela, avere successo, correre e tante altre belle cose ma…

Sto nella categoria di quelli che ancora faticano a risalire la china. Ho patito come tanti la crisi dettata dai ritmi della pandemia. Non starò qui a dire di responsabilità o di Caino e Abele, sinceramente sono impegnata a ricostruire una vita dignitosa.

Attenzione: sono fortunata perché ho solide basi pur tuttavia non è semplice e non è una passeggiata.

I miei, nella foto, avevano trent’anni, oggi, io, ne ho cinquantuno, dovrei rinserrarmi al buio e piangere?

No! Piangere, piango ma mi piace ridere e tanto; e mi piacciono la musica e il ballo. Mi piace il buon cibo e sapermi reinventare e trovare soluzioni, ché a creare problemi siamo bravi tutti.

Ho imparato a fare sacrifici, ho fatto tanti lavori e da ciascuno di essi, ho imparato qualcosa. Ho maturato competenze e professionalità. State tranquilli, non voglio pubblicare il mio curriculum; sai che noia!

Ho solo avuto il desiderio di tornare a scrivere uno dei miei pezzi su «JonicaReporter», partendo da un ricordo sbocconcellato, coccolando una fotografia, mentre saliva l’aroma del caffè e la cucina profumava di savoiardi.

Dedicato a chi ce l’ha fatta e a chi è impegnato a resistere.

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