Una delle foto in esposizione Una delle foto in esposizione Begoña Zubero

Begoña Zubero espone "NEEEV. Non è esotico, è vitale" dal 25 giugno alla Fondazione La Verde La Malfa-Parco dell’Arte In evidenza

Dal 25 giugno al 6 novembre 2022 la Fondazione La Verde La Malfa - Parco dell’Arte ospita la mostra “NEEEV. Non è esotico, è vitale” di Begoña Zubero, a cura di Giorgio Agnisola, promossa e ideata dal presidente della Fondazione Alfredo La Malfa e da Dario Cunsolo, con il patrocinio del Comune di San Giovanni La Punta (CT).

 

Originaria di Bilbao, Begoña Zubero in questa sua personale presenta diciotto fotografie di grande formato, che ne attestano non soltanto il grande talento, gratificato negli anni da una lunga serie di pregevolissimi eventi espositivi, ma costituiscono l'ultima tappa di un percorso artistico che, fin dagli esordi, l'ha vista definire ed approfondire una fotografia a tesi, contraddistinta da una tecnica, formale ed estetica, ineccepibile in cui la documentazione e la ricerca hanno consentito di

dare vita a rappresentazioni di grande intensità intellettuale.

Begoña Zubero, durante la sua carriera, ha operato in ambiti differenti, dal realismo fotografico degli spazi urbani e le nature morte fino alla sperimentazione con l’astrazione della fotografia soggettiva.

I lavori oggetto dell'esposizione sono stati realizzati nel dicembre 2018 e ritraggono la città di Mosul, in Iraq, nel momento della ricostruzione, pochi mesi dopo il terribile attacco che ha portato alla resa dello Stato Islamico. Il momento in cui la città ritorna, sorprendentemente, ad una vita quotidiana che immaginiamo impossibile, ma che risorge tra le crepe della distruzione, grazie alla capacità dell’essere umano di sopravvivere in condizioni avverse.

«Quando arrivi in una zona di conflitto per la prima volta, con un progetto aperto, oltre a una grande incertezza, sei accompagnato da notizie e immagini di quella realtà costantemente generate dai media. Ti accompagna anche il dubbio su quali potranno essere la tua reazione e la tua risposta nei confronti di un contesto che fino a quel momento hai percepito in maniera piuttosto distante e distorta», spiega la stessa Zubero.

«NEEEV non è un progetto prettamente documentaristico, benché in parte si basi saldamente su questo registro; non si tratta nemmeno di fotogiornalismo, sebbene non avessi mai lavorato con un materiale così vicino a zone di conflitto. Questo lavoro vuole essere un’interpretazione plastica di una realtà della quale ci arrivano, costantemente, infinite informazioni, ma che di fatto è avvolta in una continua distorsione. Un caleidoscopio, dal grandangolo al teleobiettivo, per avvicinare lo spettatore alla sensazione di incertezza e di dualismo di un presente avviluppato in una perversa ripetizione storica», sottolinea l'artista basca.

L’idea di allestire questa nuova esposizione nasce innanzitutto dalla convinzione che mostrare ad un pubblico più ampio possibile gli scatti della Zubero possa rappresentare un contributo importante che, in questo angosciante momento storico, l’arte può portare per costruire una cultura profonda a favore della pace.

A tal proposito Alfredo La Malfa, presidente della Fondazione La Verde La Malfa - Parco dell’Arte, aggiunge: «Penso che nell’attuale periodo di smarrimento che stiamo vivendo una mostra come NEEEV sia tra le più indicate. Non solo perché ci ricorda gli orrori della guerra e dunque la ineludibile necessità di scelte di pace e di non violenza, di dialogo e fraternità fra i popoli. Ma, soprattutto, perché ci ricorda che nel cuore degli umani non c’è un’assenza ma una presenza: le sue opere ritraggono nel più completo silenzio scene di tragedie avvenute, ma in queste devastazioni traluce un senso di vita, un’incancellabile nostalgia di senso, di una presenza di Luce che, nonostante queste infinite tragedie, perdura negli umani».

Illuminanti nel descrivere il contenuto e le emozioni che promanano dalle opere della Zubero sono le parole del curatore Giorgio Agnisola che così asserisce: «Le immagini di Begoña, per quanto inquietanti, non sono drammatiche, le poche presenze umane paiono testimoni di un principio piuttosto che di una fine. Sicché gli scatti oscillano tra presenza e assenza. Begoña non si è lasciata emozionalmente implicare, si è tenuta sul crinale di uno sguardo osservatore e meditativo, implicando sì il proprio registro d’anima, ma come orizzonte, fuga verso l’alto e l’oltre, con frequenti ampie vedute e margini di cielo, seppure plumbeo, lontano da ogni estemporaneo e contingente riflesso psicologico. Ella non si nasconde, né nasconde il dramma, ma non racconta la commossa partecipazione, bensì una presenza tenace e indagatrice».

Lo stesso critico d'arte campano evidenzia poi come «Begoña non legge la cronaca ma la storia. Ella si attarda a registrare gli scorci di una costruzione diruta, traguardandone silenziosamente gli archi, i vani, i cortili: vede in profondità, nel tempo. Begoña ha un registro visivo insieme rigoroso e sensibilissimo, che non è tuttavia espansivo, invasivo; piuttosto ella chiude in sé, quasi nasconde. È come se ella volesse isolare il suo sguardo, e trattenerlo, per poi consegnarlo direttamente alla storia dell’uomo. Deriva di qui quel senso di distanza che gli scatti paiono avere nei confronti dell’osservatore e insieme di intima, rara, contenutissima poesia».

In conclusione, “NEEEV. Non è esotico, è vitale”, per la Fondazione La Verde La Malfa – Parco dell’Arte rappresenta non solamente un'interessante proposta artistica, ma anche l'ennesima dimostrazione di quanto l'Arte possa essere fondamentale nel testimoniare la realtà sensibilizzando le coscienze.

 

“NEEEV. Non è esotico, è vitale” di Begoña Zubero rimarrà in permanenza fino al 6 novembre 2022 e sarà visitabile su prenotazione da giugno a novembre 2022 negli spazi della Fondazione La Verde La Malfa – Parco dell’Arte, istituzione attiva nella valorizzazione dei quattro fondi patrimoniali di cui dispone (il Parco dell’Arte che fa parte del circuito di Grandi Giardini Italiani; la sezione di opere d’arte moderna e contemporanea; la collezione di abiti d’epoca e quella di libri antichi) e nella promozione artistica attraverso l’organizzazione di attività ed eventi culturali.

 

Per l’occasione è stato realizzato un catalogo che propone un testo critico di Giorgio Agnisola corredato dalle fotografie di Begoña Zubero.

INFORMAZIONI E SCHEDA DELL’EVENTO

Titolo: NEEEV. Non è esotico, è vitale

Artista: Begoña Zubero

Ideazione: Alfredo La Malfa e Dario Cunsolo

Curatore: Giorgio Agnisola

Sede: Fondazione La Verde La Malfa – Parco dell’Arte via Sottotenente Pietro Nicolosi, 29 – 95037 – San Giovanni La Punta (CT)

Date: 25 giugno - 6 novembre 2022

Orari: la mostra è visitabile su prenotazione e a pagamento (il biglietto d’ingresso consentirà l’accesso a tutti gli spazi espositivi della Fondazione)

Informazioni e prenotazioni: Fondazione La Verde La Malfa – Parco dell’Arte

Tel. 0957178155 | +39 3385078352 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. | www.fondazionelaverdelamalfa.com https://www.facebook.com/FondazioneLaVerdeLaMalfa/ https://www.instagram.com/fondazionelaverdelamalfa/

Come raggiungerci: autobus da Catania

1) AST Catania – San Gregorio (fermata in via Madonnina delle Lacrime San Giovanni La Punta / Trappeto) orari dalle 06.00 alle 20.00

2) AMT n. 144 orari dalle 05.00 alle 24.00

Da Ufficio Stampa: Andrea Maglia; Gianmaria Tesei

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  • Il testo “Era Taormina” di Letizia Tomasino il 10 settembre nella Perla dello Jonio

    TAORMINASabato 10 settembre 2022, alle ore 18:00, nella Sala Saffo del prestigioso Palazzo Duchi di Santo Stefano, la scrittrice palermitana Letizia Tomasino, presenterà al pubblico il volume Era Taormina edito per Youcanprint con la prefazione di Alfio Barca, cultore di storia patria e fotografo amatoriale.

     

    L’evento ha ricevuto il patrocinio del Comune di Taormina. A salutare la scrittrice e gli ospiti intervenuti sarà il Sindaco, prof. Mario Bolognari insieme alla prof.ssa Francesca Gullotta, Assessore alla Cultura. Modera l’incontro Lisa Bachis, che dialogherà con l’autrice e con Alfio Barca, il quale proietterà e commenterà alcune delle foto contenute nel testo.

     

    Letizia Tomasino nasce a Palermo nel 1961. Dopo il diploma di ragioneria inizia a lavorare nel campo ristorativo. Donna eclettica, dalle mille sfaccettature e amante dell’arte in tutte le sue forme. Cantante, fotografa e scrittrice. L’arte della scrittura la scopre dopo essersi ritirata a vita privata in campagna. Inizia a scrivere poesie e racconti nati da momenti del suo quotidiano, da incontri ed episodi fortuiti; trae ispirazione anche dalla sua grande fantasia.

     

    Alfio Barca, da parte sua, nella bella prefazione evidenzia gli inattesi risultati, scaturiti dalla collaborazione con la scrittrice:

    «Un grandissimo grazie va a quei viaggiatori immaginari per aver fissato questi luoghi per l’eternità, una memoria del territorio che sarebbe andata persa. Letizia Tomasino mi ha invitato a nozze, ma il regalo più bello me l’ha fatto lei! A un appassionato amante delle foto antiche della sua città arrivavano decine e decine di immagini da analizzare, catalogare e commentare».

     

    Il volume Era Taormina si annuncia come un lavoro di grande rigore storico e documentale. Una importante aggiunta alla storia della Città di Taormina, come si evince anche dalla sinossi del testo:

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    Antefatto. Abbiamo scongiurato l’incidente diplomatico – Si sa, evitiamo di rispondere a tante chiamate sui nostri telefoni perché presi di mira, ogni santo giorno, da call center e operatori che propongono «di l’acqua o sali». L’ho fatto io e l’ha fatto Alfio Barca, non avendo il numero in rubrica, non riconoscendo il mettente, non abbiamo risposto. Un pomeriggio però ricevo una mail e allora iniziano a sorgere alcuni dubbi. Informo Alfio e Roberto. Ed ecco che allora l’arcano si svela e dopo chiarimenti – ometto il resto degli sproloqui – veniamo a capo della questione. Le telefonate, quasi disperate, provenivano da Pippo Formica di Buccheri, il quale con tanta pazienza, amore, e sino allo sfinimento, ci invitava al primo «Festival della cucina iblea». L’ultima mossa giocata, quella di inviarmi una mail, il cui account gli avevo fornito durante un pranzo a «U locale», l'osteria che gestisce con passione insieme al fratello Sebastiano, cuoco contadino. Dunque, è proprio il caso di dirlo: mai mail fu più provvidenziale.

    Prima di proseguire nella narrazione, desidero ringraziare Alfio Barca per avermi dato il piacere e la gioia di incontrare, conoscere e poter dialogare con persone davvero uniche e speciali, degne di essere annoverate tra i siciliani eccellenti, a sfatare quell’atavico immobilismo di cui siamo tacciati da troppo tempo. La Sicilia è ricca, ed ha figli amorevoli che la accudiscono, nella tradizione di cura che fa parte delle nostre tradizioni familiari così come si rispettano e si onorano la madre e il padre.

     

    La partenza e il viaggio – In cinque: Alfio alla guida, Roberto davanti con lui. Dietro: Marinella, «jò ‘nto menzu comu u pitrusinu», e Letizia. Capirete che quei due poveretti con tre donne non potevano avere speranze. Già Roberto aveva sperimentato poco tempo prima, durante la visita a Polizzi Generosa, cosa significano tre donne in un’auto, però quando due di queste donne sono le rispettive mogli, allora l’impresa è degna dei Titani. Mogli lo so che state ridendo a leggere queste righe.Il bello dello stare insieme e della condivisione è imparare gli uni dagli altri, divertendosi.

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    Il luogo e il programma della giornataBuccheri in siciliano e Bucchieri nel dialetto locale è un comune italiano di poco più di 1.800 abitanti, e fa parte del libero consorzio comunale di Siracusa in Sicilia. Sabato 16 luglio scorso a partire dalle 9:00 e sino alle ore 18:00 a Parcallario – zona attrezzata, bella e piena di famiglie e di bimbi giocanti nel suggestivo Bosco Santa Maria – si è tenuta la prima edizione di un festival che ha ottenuto riscontri notevoli ed ha riacceso l’attenzione su una zona stratificata per storia, tradizioni, cultura: un microcosmo ricco come lo è il macrocosmo Sicilia. In questi giorni, ho avuto modo di leggere una ottima rassegna stampa e di vedere che anche i telegiornali ne hanno offerto servizi di grande qualità.

    L’evento si è volutamente svolto all’aria aperta per consentire una immersione totale nella cornice naturalistica del bosco di Buccheri. Sono state allestite oltre 20 isole culinarie, a tema, con  degustazioni, show cooking, esposizioni, senza scordare gli stand dei vini e quello del rum. La manifestazione ha accolto tutte le località dei Monti Iblei, con numerose realtà locali del settore enogastronomico, provenienti in particolare dalle province di Siracusa, Ragusa e Catania.

    Il programma ha previsto la Colazione del contadino con la preparazione e la degustazione della tipica colazione che veniva fatta anticamente dai contadini di Buccheri. Il trekking nel bosco: un’escursione naturalistica nel bosco di S. Maria alla scoperta della flora e della fauna tipica del luogo e delle proprietà delle erbe aromatiche. Visite guidate, trekking, show cooking, conferenze, laboratori didattici e culinari, il cibo come esperienza di vita e di identità con le sue 20 isole culinarie e 40 tra produttori e chef d’eccellenza, con piatti e pietanze che hanno narrato un angolo di territorio del Sud Est isolano. Il Festival, fa parte del più ampio progetto «Taula Matri – il cibo nelle terre del Verga», ed è stato realizzato grazie alla collaborazione tra le associazioni IGEA, VALDINOTO.IT, e il patrocinio del Comune di Buccheri.

     

    I temi affrontati alla conferenza – Per fortuna siamo giunti in tempo – sempre grazie alla precisione e alla grande organizzazione di Alfio – per fare un primo giro di esplorazione, goderci le atmosfere festose e nonostante il caldo assaporare gli aromi e i profumi dei prodotti mescolati a quelli del bosco. Ottima accoglienza, tutto ben organizzato e immaginate i miei amici fotografi «click click» mentre noi signore… pure le signore giravano video e facevano foto, anche loro attente osservatrici degli ambienti. Io no, a tratti apparivo distratta e invece, giravo, guardavo e fissavo tutto con gli occhi, il naso, le mani e perché no, pure con la bocca.

    La conferenza, come tutto il resto si è tenuta all’aperto, in un grazioso angolo con panche e uno schermo. Ha moderato l’incontro Francesca Ercolini, direttrice di VALDINOTO.IT. La dottoressa Ercolini ha toccato uno dei punti nevralgici dei vari aspetti sul turismo nell’epoca del glocal, soffermandosi sul turismo etico ed esperienziale.

    Una definizione precisa del tema trattato la riporta il sito sul turismo esperienziale ed è la seguente: «Il Turismo Esperienziale è un movimento globale in crescita che coinvolge i turisti durante il viaggio in una serie di attività indimenticabili con un forte impatto personale. Attività che colpiscono tutti i sensi e creano connessioni a livello fisico, emotivo, spirituale, sociale e intellettuale».

    «Il turista vuole fare full immersion, una tendenza che sta esplodendo e il turismo etico aiuta le comunità locali con l’acquisto dei prodotti a chilometro zero», ha precisato la Ercolini. Acquistare i prodotti del luogo dunque dà l’avvio a un’economia circolare e virtuosa che coinvolge tutti. «Ne è un esempio – ha continuato – l’adozione di un albero o di un vigneto. Mentre il turismo enogastronomico valorizza le mete meno note, per arrivare a un obiettivo non facile da applicare, quello della destagionalizzazione e della fidelizzazione dei viaggiatori, che vivono, si innamorano, vogliono la qualità e tendono a tornare anche per i prodotti di eccellenza».

    Di fatto, le eccellenze degli Iblei con le aziende che vi operano sono patrimonio di tutti e opportunità di crescita per il territorio.

    Molto centrato e ben strutturato anche l’intervento del sindaco di Buccheri, Alessandro Caiazzo – un sindaco giovane, ne ho conosciuti molti in questi anni, preparati e legatissimi alla loro terra –, il quale ha anzitutto ringraziato i produttori che hanno risposto all’invito di IGEA e VALDINOTO.IT e hanno contribuito a possibile l’evento. Il sindaco ha spiegato che Buccheri si trova al centro di Ragusa, Siracusa e Catania ed ha una fortissima vocazione agropastorale e turistica. Questo è stato fondamentale per far conoscere il territorio dal punto di vista paesaggistico e storico ma anche per le eccellenze dell’enogastronomia. «Siamo convinti – ha detto – che il futuro è proprio nel connubio tra enogastronomia d’eccellenza e il territorio perché lo racconta». Caiazzo ha poi proseguito evidenziando i prestigiosi riconoscimenti che Buccheri ha ricevuto negli anni appena trascorsi: «nel 2015 ottiene il riconoscimento dell’olio di qualità; nel 2021 nonostante il Covid diventa migliore destinazione per la cucina ed entra a far parte dei «Borghi più belli d’Italia e poi più bel borgo di Sicilia. Buccheri è volano di sviluppo e di ripresa di tutto il territorio ibleo».

    Tra i vari interventi, susseguitisi durante la conferenza, vi è stato anche quello della dottoressa Roberta Cafiero, Dirigente MIPAAF, funzionaria del ministero delle Politiche agricole, ambientali e forestali che si occupa del riconoscimento dei prodotti a marchio DOP, IGP e PAT, i grandi protagonisti del Festival.

    La Cafiero, partenopea ed amante della cucina siciliana – non scordiamoci i legami che abbiamo con Napoli – ha ben spiegato che «i prodotti riconosciuti devono avere caratteristiche tecniche e organolettiche legate al territorio di produzione e riconoscibili per quel territorio. Il prodotto può essere fatto in quel modo e solo in quel posto; nome del prodotto e uso comune consolidato da almeno 25 anni. Buccheri ad esempio è leader anche per i PAT «prodotti agroalimentari territoriali» che furono dichiarati patrimonio culturale […] È fondamentale l’abbinamento cibo e turismo».

    Tema ripreso anche da Pippo Formica, visionario e mente eccezionale. Una fucina di idee e progetti portati avanti con tenacia e tanto amore. Il patron di «U locale» – vi consiglio di andarci perché farete una vera esperienza di totale immersione nella storia, nella tradizione e nei sapori della cucina degli Iblei – ha fatto un excursus che definirei storico-istrionico, illustrando la storia della cucina isolana e il progetto articolatissimo che parte da «Taula matri». Un viaggio per rivalutare, attraverso la gastronomia, il territorio con i PAT. Il festival è per l’appunto una costola del progetto. Vi è infatti anche un’altra sezione, quella della via del freddo, perché la granita nasce in Sicilia. A Buccheri ad esempio ci sono 24 niviere e la storia delle fonti conferma che il ghiaccio era esportato in tutta la Sicilia e arrivava persino a Tunisi.

    Formica «cunta»; è un «cuntastorie». Sa abilmente intrattenere gli ospiti veicolando un messaggio di rispetto e orgoglio di appartenenza alla Sicilia, quando mostra i prodotti del territorio: «Ci tagghiu a testa ci tagghiu a cura ed ecco affacciarisi na bedda signura», ed ecco che appare il fico d’india perché i clienti «s’arricriunu e lasciano pure la mancia… Da me si parla solo in siciliano…». Pippo Formica scrive in siciliano, dividendosi tra il ristorante le escursioni. Ci incanta, narrando della sua vita, del cibo, della famiglia. Ci mostra il coltello ‘nsirrato (a serramanico) di suo padre; racconta di profumi, di fatiche e di sacrifici usando come canovaccio le ricette della tradizione, che rischia seriamente di perdersi, e ci emoziona con queste parole che toccano il cuore e ci uniscono in un coro unico, alla maniera dei «vinti» verghiani: «Taula matri taula matri, matri terra matri terra ca tantu ha datu e tantu dai; t’attocca ripettu, ripettu cà non arriva mai».

     

    Cibo, vino e un pezzo di cuore l’ho lasciato al rum – Latte e miele; scacciuni chi pipi corni, i funciddi; la carne di capra nel pane e l’uovo con la salsa di zafferano; l’olio. Un bendidìo che ci ha ricolmato anima e corpo, restituendoci il senso della vita. Perché la vita, signori miei, è una e unica e passa dagli alimenti, dalla terra, perché noi siamo fatti cibo e di terra e a lei ritorneremo, con l’auspicio di lasciare qualche testimonianza del nostro passaggio. Augurandoci di aver fatto qualcosa di buono per i nostri figli e per chi verrà dopo di noi. Ora, voi lo sapete che mi piace scovare sempre qualcosa di particolare ovunque io mi rechi e ad esempio ho molto gradito le lumache «a strica sali» che, come ha spiegato Pippo Formica, sono originarie di Messina. Il cibo migra insieme ai popoli e le contaminazioni sono necessarie per avere una cultura di eccellenza. Il cuore però l’ho lasciato al rum siciliano – sì ma non è finita come con il liquore all’alloro di Santina a Polizzi, non cominciate a ridere per favore – e facendo riferimento a questo superbo distillato concluderò il mio contributo sul «Festival della cucina iblea».

     

    La storia del rum in Sicilia – «Alla fine del pranzo venne servita la gelatina al rum. Questo era il dolce preferito di don Fabrizio e la Principessa aveva avuto cura di ordinarlo la mattina di buon’ora». Ne Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa si fa riferimento a un distillato che nell’immaginario collettivo è caraibico e invece:

    «La risposta è semplice: la canna da zucchero, da cui si distilla il rum, era già stata portata nell’isola dagli Arabi nell’800 d.C., seicento anni prima che Cristoforo Colombo la introducesse nelle “nuove Indie”. Fino al 1600 la coltivazione della canna da zucchero era presente in tutta la Sicilia ma durante il 1700, il 1800 e la prima metà del 1900 rimase solo ad Avola dove, come riportano i viaggiatori dell’epoca, si produceva “un rum di ottima qualità, che vendesi a caro prezzo”. Il declino della produzione di zucchero siciliano inizia nel 1600, a causa di cambiamenti climatici che, come affermano le fonti dell’epoca, ridussero notevolmente la disponibilità di risorse idriche, di cui “la pianta è voracissima”. Nel giro di pochi decenni la coltivazione scomparve quindi dal resto dell’Isola, ma rimase solo ad Avola per volontà dei Marchesi Pignatelli Aragona Cortes che continuarono a produrre zucchero nel loro feudo».

    Queste e altre curiosità sull’origine della produzione del rum siciliano le trovate nel sito del Rum Avola prodotto da Corrado Bellia, che ho avuto il piacere di incontrare a Buccheri. Gli arabi infatti introdussero la canna da zucchero molto prima che Colombo intraprendesse il suo viaggio anche perché prima di allora per dolcificare si usava il miele. Ma gli usi di questa pianta nel corso dei secoli sono stati tra i più disparati e tra essi vi è l’estrazione del succo da cui poi si perverrà al distillato.

    Bellia è il presidente del «Consorzio della canna da zucchero siciliana» che lui stesso ha definito come «lo strumento necessario per riunire le nostre forze e promuovere la rinascita in Sicilia della produzione di canna da zucchero, secondo metodi rispettosi dell’ambiente e dei consumatori. Il 2021 infatti è stato l’anno del ritorno in Sicilia della coltivazione della canna da zucchero, che veniva coltivata e trasformata in preziosissimo zucchero fino al 1600. La “cannamela” era poi scomparsa dal paesaggio siciliano, per varie cause concomitanti, tra cui profondi cambiamenti climatici e l’arrivo in Europa della produzione caraibica. Unica eccezione la città di Avola dove, fino all’inizio del 1900, se ne distillava il succo per produrre Rum. Lo scorso anno alcuni imprenditori locali, con passione e determinazione, hanno reintrodotto le piantagioni e ripreso la produzione del Rum 100% siciliano che, a detta degli esperti, non ha nulla da invidiare ai migliori distillati del panorama mondiale».

    Posso testimoniarlo anche io, inebriata da un aroma delicato ma ben strutturato. Uno spirito che si sentiva anche a distanza, con le narici, e che avvolgeva prima il palato per abbracciare morbidamente la gola in una perfetta unione di stomaco e cervello.

    La nascita del «Consorzio della canna da zucchero siciliana» è stata costituita dall’Azienda Agricola Corrado Bellia di Avola, dalla distilleria Giovi di Valdina e dalla Distilleria Alma di Modica.

    Non resta allora che attendere la seconda edizione del «Festival della cucina iblea» e augurare il meglio alla gente della Sicilia laboriosa, che non si rassegna ad esser etichettata come vinta.

     

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