SPAZIO BACHIS
Lisa Bachis

Lisa Bachis

Un debutto in grande stile – Venerdì 6 maggio scorso, nella preziosa «Sala delle scuderie» del Castello Ursino a Catania, la scrittrice etnea Rosalda Schillaci ha presentato il suo primo romanzo, fresco di stampa, Quando le uova non si trovavano d’inverno, edito per Algra. L’evento ha trovato spazio all’interno della programmazione relativa al Maggio dei Libri, patrocinato dal Comune di Catania.

Un appuntamento atteso dai lettori che da tempo seguono la produzione poetica e letteraria dell’autrice. Un incontro che ha mantenuto le promesse di suscitare curiosità e interesse attorno a questo nuovo nato. Il pubblico numeroso, ha visto al tavolo, insieme alla Schillaci, la presenza festosa dell’editore Alfio Grasso e la mia.

Rammento ancora: era il mese di febbraio quando davanti all’ingresso del maniero federiciano siamo state immortalate in uno scatto, divenuto presagio augurale dell’evento di venerdì scorso. L’atmosfera, resa accogliente dagli ospiti intervenuti, è stata caratterizzata una interrotta chiacchierata con la Schillaci e mi piace menzionare, oltre all’intervento di apertura dell’editore Alfio Grasso, anche quello delle professoresse Gloriana Orlando e Caterina de Martino. Chi meglio di loro avrebbe potuto sviscerare con competenza e profonda umanità un testo – un romanzo storico – che deve entrare nelle scuole ed essere letto dai ragazzi, per far comprendere loro l’importanza della storia e della lezione di vita che essa lascia a ciascuno di noi.

Tanti erano gli amici presenti perché chi è stato lì venerdì pomeriggio lo ha fatto anzitutto spinto da un moto di sincero affetto e di autentica stima nei confronti della Schillaci.

Ho detto tante volte all’autrice, in privato e in pubblico, che si tratta di un testo benedetto. Un libro che merita un percorso luminoso, e di lettura consapevole, in un momento storico carico di nubi e di incertezze. Un testo che serva da viatico per aprire le menti e rischiarare le coscienze.

A tal fine, credo sia appropriato riportare la prefazione – che sono onorata e felice di aver redatto – per entrare all’interno del romanzo Quando le uova non si trovavano d’inverno, la cui bella copertina riporta il particolare di un dipinto di Giacomo Ceruti del 1736, offrendo insieme al titolo il «Benvenuto» carico di buone speranze dell’autrice.

 

PrefazioneIl percorso intrapreso da Rosalda Schillaci, non poteva che giungere sino a qui, a quest’ultimo nato. Dai giorni di Infiniti Definiti del 2017, con toni ed evocazioni di scuola leopardiana; sostando più e più volte nell’accogliente grembo della siciliana lingua materna, il cui florido risultato è stato Istintu di Jinestra del 2018, in cui palpitano i ritmi della poetica di Meli, Di Giovanni, Vincenzo De Simone, Micio Tempio, Ignazio Buttitta e di Salvatore Camilleri, per approdare al «Canzoniere» orchestrato in «tracce», di Diario sottovento del 2019, ove albergano taluni echi petrarcheschi. Un incessante oscillare tra la poesia e la prosa, tendendo come l’arco la freccia, la parola verso la desiderata ascesa alla consapevolezza di sé e alla compiutezza in quanto donna e scrittrice; muovendosi ora febbrilmente ora con ricercata lentezza nella sperimentazione della «Proesia». Sino a decidere di non potere più sottrarsi, e voler dare di scalpello nella ricerca di quello stile che si è tramutato nella prosa storica del romanzo, Quando le uova non si trovavano d’inverno.

L’autrice sa bene il rischio di puntare su un genere che l’ha condotta a ridiscutere formule e a ridiscutersi, al fine di far naufragare le facili etichette semantiche, che spesso inchiodano un autore a dover essere celebrato a senso unico. La Schillaci ha messo ogni fibra del suo ingegno per scalare una nuova vetta e non ha disatteso le aspettative del lettore. Attese felici, che spera di non deludere così come si evince sin dall’affettuosa dedica:

«Dedicato al lettore che ha scelto di sostare qui. Del tuo fiato vivranno i personaggi di questo romanzo che si offrono ai tuoi occhi, forse per uno strano disegno del destino. Tutt’attorno, tenendo questo libro tra le mani, accada un sommesso fluire di libere emozioni. Solo a te la scelta di vivere passioni e sogni, così fragili e umani. Tra realtà e finzione».

Realtà e finzione, di questo si tratta. Nel tempo attuale, cimentarsi nel genere della narrativa storica è una scommessa di non poco conto. Anzitutto occorre una buona dose di pazienza aggiuntiva, poiché la ricerca di documentazione, l’attendibilità delle fonti acquisite e il fare la quadra con la cronologia hanno necessità di lavoro certosino e tempra da eroi. Inoltre, un romanzo ha sue schematiche articolazioni, risponde ad attacchi e armonie di stile, che non vanno fatte deragliare verso eccessive ridondanze o pindariche evasioni. Rigore, metodo, analisi e struttura della psicologia dei personaggi sono una palestra durissima. L’autrice anche stavolta, superando gli ostacoli del dire troppo o del dire troppo poco, si è distinta per tema e complessità dell’opera, regalandoci uno spaccato storico che si muove tra le testimonianze biografiche e l’affresco di un’epoca; quella che attraversa le due guerre mondiali, e si raccoglie tutta sino a svolgersi intera dal 1943 alla ricostruzione post bellica isolana. Tra i profumi offerti dalla Natura e dalle mani di uomini e donne, in un’arte del fare che travalica i confini spazio temporali, abbraccia i nostri sensi e cattura la nostra mente nell’ascolto di racconti, motti, modi di dire. Un magistrale sapere raccolto nei «cunti» e nelle prelibate ricette che, di generazione in generazione, sono trasmesse nel fluire di un prezioso patrimonio immateriale.

Sì, perché anche stavolta, è la Sicilia a essere narrata in una versatile e accurata prosa. Prosa che fa l’occhiolino alla poetica luminosità del verso, costitutivo dell’essenza di questa brillante autrice. Un romanzo – come ho più volte sottolineato alla Schillaci dopo averlo letto e riletto –, che è testimonianza di vicende famigliari ma trascende i singoli per narrare di uomini, donne e bambini che hanno vissuto e attraversato l’orrore. Alcuni sono caduti nell’abisso per non far più ritorno nel mondo dei vivi; altri sono tornati da sopravvissuti e più morti dei morti; altri ancora hanno scoperto, dopo un viaggio lungo e periglioso, la redenzione del rinnovamento.

Questa è dunque una storia di singoli ed è un romanzo corale, erede di quel Naturalismo e di quel Verismo, tanto caro, e non solo, a noi siciliani. Vi si applica financo un’audace discesa agli inferi mediante l’ausilio della psicologia analitica, sotto la protezione di numi tutelari, quali Freud e Jung.

 

Giallo. Se qualcuno gli avesse chiesto quale fosse il suo colore preferito prima della guerra, Aldo avrebbe risposto usando l’aggettivo che declinava la luce di miele di un’isola eternamente in lotta con il destino. Gesualdo Giambirtone, sapeva dire del blu del mare solo guardando allo specchio i suoi occhi. La distesa infinita era per lui il grano di campagne dorate, di un paesino dell’entroterra siciliano. La luce del crepuscolo che si posava sull’ocra dei muretti di pietra di San Silvestro in Fiore. Nel periodo bellico la sfumatura era mutata nel giallognolo della pelle, ovunque votata alla miseria. Non più soltanto a tagliare la fame coltivando limoni che nessuna mano raccoglieva, ma lontano da casa, nell’epoca del finto metallo, il giallo era diventato il cereo madore di marce impolverate; del sudore a chiazze sulle divise. Le preghiere scordate – vere agonie sperdute nelle rughe della terra – precipitavano torve a confondere la fine del mondo scatenando una vampa violenta. Ora.

 

Ed ecco che ci viene consegnato, in un muto invito ad accoglierlo, il protagonista maschile: Aldo. Di lui bisognerà che ne gustiate ogni dettaglio così come della sua metà, e mèta, a cui tornare per essere di nuovo a casa: Stella Magrì. La storia ha inizio il 9 settembre 1943, Ventunesimo anno dell’Era fascista, dopo la firma dell’armistizio e si svolge in luoghi differenti, tra teatri di guerra, campi di prigionia e paesini saturi di profumi e bellezza, nonostante siano stati fiaccati e prostrati dai bombardamenti e dai rastrellamenti, causati da chi in un rapido cambio del gioco delle parti, da nemico è divenuto amico oppure nel cambio di casacca ha indossato i panni del traditore o quelli del nuovo carnefice. Passaggi che si aprono su luoghi dai nomi reali o declinati verso una delicata finzione. Un viaggio, dall’Italia continentale sino all’entroterra siciliano, dove a consumarsi tra preghiere e speranze, «Stella era un fiocco fragile tra tanti fiocchi solitari. Affannatissima e sul punto di perdere le forze, s’attardava. Il vetro a causa del respiro inquieto si era appannato; lo pulì passando i polpastrelli». Ma ci sono le creature da accudire e proteggere; i frutti dell’amore, i figli benedetti: Nunù, Sasà e Lina.

La scrittrice, inoltre, non trascura di dare il giusto peso anche al lato maligno, che in quiescenza si rintana negli angoli più oscuri dell’essere umano. Quell’essere a cui le perdite e i dolori hanno indurito e incattivito il cuore. Da questo male – l’altro lato della medaglia –, la Schillaci ha fatto emergere figure di rilievo, in un romanzo avvincente che si legge d’un fiato ma che al contempo impone lentezza, per assaporarlo e farsene avvolgere. Una storia dal sapore dolceamaro, forte e tenera, inchioda alla riflessione su un’umanità che può esser mutata nei costumi lungo il corso dei secoli, ma non nelle reazioni più oscure o solari dell’umano sentire. La sapiente penna dell’autrice ha dunque estratto dall’incandescente magma della creatività

 

Comare Spina Silia, il cui nome registrato sui documenti era Silvestra e per un vezzo, di punto in bianco, aveva sostituito nelle presentazioni Studda con il diminutivo di Ausilia. Il prenome, appreso da forestieri, lo riteneva a suo dire originale ed elegante; le consentiva di raccontarsi al mondo come una buona samaritana.

 

Questa complessa figura femminile è degnamente accompagnata dal suo alter ego maschile, l’avvocato Musumeci, «che nell’ambiente chiamavano ‘faina’, per via di una macchia bianca sul collo». Asperità e delicatezza, per nostra fortuna, tengono in perfetto equilibrio le fila della narrazione per giungere ad Agostina, amica dal cuore generoso e alleata di Stella. Figlia di Silia è

 

la parte buona del frutto: la caratura di semi per pesare i preziosi; produceva ombra: era il ristoro in luoghi aridi. Una chioma riccia e fitta le incorniciava il volto dalla pelle ambrata. A ventidue anni emanava la luce di una dignità innata, come chi coltiva pensieri pacati e animo gentile, nonostante un mondo di violenze. Lo sguardo era aperto nei magnifici occhi, grandi e limpidi di cielo primaverile, che superato il duro inverno aspira solo all’estate.

 

1914; 1919; 1943; 1945; 1946: la macchina del tempo procede sbalzandoci avanti e indietro per riconsegnarci pagine di «Storia e Storie», come spesso mi ritrovo a scrivere in merito ai diversi accadimenti del mondo. Pagine che hanno influenzato e hanno contribuito, nel bene e nel male, a farci essere ciò che oggi siamo; individualmente od operanti nella società.

Vi è allora la possibilità che la salvezza giunga dal nostro essere custodi della memoria e delle memorie. Quindi diviene atto fondante e necessario il conoscere, offrendo accesso all’acquisizione di buone capacità di lettura e di comprensione delle pagine, che riguardano noi tutti. Per tale ordine di motivi, in questo affresco, non potevano mancare i guardiani del ‘Sapere’. Tra essi, Giorgio Marchesi, figura fondamentale, già si palesa in questi toccanti tratti descrittivi:

 

si scosse, smise di leggere e spostò indietro la sedia: “Vengo subito. Anzi, per cortesia Anna, riferiscilo a mia moglie e scalda del brodo di carne. Portane una tazza abbondante a quel poveretto.” Afferrò i fogli, li piegò con cura, e li inserì nella tasca interna della giacca. Prima di uscire, si fermò buttando uno sguardo alla finestra. Fuori, i prati erano fradici di pioggia e imperversava il temporale: brontolii di tuoni insieme a scariche elettriche infiammavano il cielo. I grandi tigli nei viali venivano scossi con violenza.

 

Un mondo investito da enormi stravolgimenti, generatori di fatti e misfatti, che hanno modificato sin dentro le viscere le vite delle persone. Un mondo che l’autrice ci restituisce intero e frammentato insieme al rispetto per il ricordo e il dovere morale di portare testimonianza, in un immenso atto di amore e riconoscenza per chi è stato prima di noi e ci ha permesso di essere e di esistere.

 

 

Nel corso degli anni sono andata raccogliendo, come si fa per le provviste durante i periodi più bui, testi vari. I miei interessi spaziano mossi da perdurante curiosità ma si concentrano soprattutto sulla memoria e la tradizione della Sicilia, nonché sulla storia in genere, sulla filosofia e sull’arte. Naturalmente, immancabile è la letteratura italiana e straniera.

Il testo di Antonino Uccello lo acquistai tanti anni fa, penso che oramai possa dirsi da collezione ed ha tutte le caratteristiche del testo raro. La prima edizione è del 1973 ma enne ripubblicato da Vito Cavallotto nel 1992. Il corredo fotografico e i disegni sono rigorosamente in bianco e nero. Le foto sono di Giuseppe Leone; i disegni tipologici di Michele Canzoneri; la copertina e la grafica sono a cura di Stefano Cammarata. La copertina rigida e le pagine di ottima fattura hanno il profumo del tempo che scorre, si fissa sulle pagine, ne assorbe gli umori e li restituisce a chi non solo vuol leggere ma vuol fare esperienza completa e multisensoriale del libro. Antonino Uccello non era solo un etnografo, sarebbe riduttivo definirlo così. Egli era un poeta e un pensatore e al suo rientro in Sicilia dal Nord Italia decise di istituire una casa Museo, che nell’anno della sua scomparsa, il 1979 fu chiusa, ma poi riaperta a Palazzolo Acreide.

 

L’autore de La civiltà del legno in Sicilia come avvertenza al testo scrisse:

… le persone, gli oggetti, la campagna di cui parlo non costituiscono per me una tarda riscoperta attraverso il filtro della cosiddetta scienza demologica. Gli uomini appartengono alla mia stessa estrazione di contadini e braccianti; gli utensili e gli attrezzi di lavoro sono spesso quelli dell’uso quotidiano che ho visti in opera sin dalla prima infanzia; i luoghi son gli stessi che mi hanno visto nascere, che ho dovuto abbandonare, e ai quali sono ora forse definitivamente tornato. Uomini luoghi manufatti, prima di costituire documenti etnografici o espressione d’arte, o l’una e l’altra cosa a un tempo, sono stati per me lo scorrere della stessa vita.

 

Mi piace proporre, di tanto in tanto, alcuni dei tesori che custodisco e dirne con pacata lentezza come si confà a ciò che ci appartiene ma è altrettanto lontano. Quasi che la cronologia classica a cui siamo febbrilmente legati si annullasse in un’evaporazione spaziale.

 

La biografia di Antonino Uccello a cura di Luigi Lombardo – «Antonino Uccello nasce a Canicattini l'11 Settembre 1922. Compie gli studi magistrali a Noto, dove pubblica i primi versi di poesia. Nel 1944 sposa Anna Caligiore e si stabilisce a Palazzolo. Emigra nel 1947 in Lombardia e insegna nelle scuole elementari della Brianza. Nelle fredde nebbie del Nord nasce e si precisa l’idea della Casa-Museo. Nasce da profondi motivi e urgenze che lo incalzano già da anni: la perdita di un patrimonio culturale da parte di un popolo, quello siciliano, avviato in quegli anni verso un tragico e devastante esodo. Da qui nasce la voglia, la “missione” tutta laica di salvare gli oggetti di una cultura destinata alla scomparsa. In Brianza Uccello porta tanti oggetti della civiltà contadina e li presenta in mostre d’arte presso famose gallerie del Nord. Questi oggetti (cucchiai in legno, collari, presepi in legno d’arancio, chiavi di carretto, sculture in ferro “fiori” del carretto) facevano la spola fra Palazzolo e la Brianza. Pubblicò i primissimi versi a Noto: furono i suoi compagni di scuola a “sponsorizzare” le sue liriche giovanili. Ma fu in Lombardia che si formò come poeta di raffinata cultura: a Milano frequentò i cenacoli culturali che si stringevano attorno a Elio Vittorini e intrecciò amicizie con Ernesto Treccani, Piero Chiara, Luciano Budigna, Ugo Bernasconi, Tono Zancanaro. In questo periodo escono le prime raccolte di POESIE: Sulla porta chiusa (1957), Triale (1957), La notte d'Ascensione (1958). Nel 1959 pubblica per i tipi di Vanni Scheiwiller Canti del Val di Noto, che segnano il suo progressivo orientarsi verso la ricerca etno-antropologica. Sotto la spinta dello studio della poesia popolare e di una serie di rilevamenti sul campo per conto dell’Accademia di Santa Cecilia e del Centro Nazionale Studi Musica Popolare di Roma, ma soprattutto con l’affinamento degli strumenti critici a seguito della lettura dei “Quaderni dal Carcere” di A. Gramsci, esce il primo vero studio di taglio antropologico, anche se ancora una volta orientato allo studio della letteratura popolare, Risorgimento e società nei canti popolari siciliani (1962, ristampato nel 1978): sorta di antistoria del Risorgimento italiano. Nel frattempo (1960) Uccello ha posto fine alla permanenza nel Nord Italia e ritorna nella sua Palazzolo, dove acquista un antico palazzo (Palazzo Ferla, sec. XVIII). Qui trasporta quegli oggetti raccolti nell’area iblea in attesa di una definitiva sistemazione. Nel 1965 pubblica un altro studio di poesia popolare Carcere e mafia nei canti popolari siciliani, libro che suscitò una ridda di polemiche per il tema trattato e in quanto si collocava fra quegli studi che presentavano un diverso volto del Risorgimento italiano: quello visto attraverso l’ottica dei vinti. Coerente agli allora prevalenti interessi negli studi demologici orientati verso la letteratura e l’arte popolare pubblica il volume Pitture su vetro del popolo siciliano (1968). Gli anni che seguono immediatamente sono impiegati da Uccello nella realizzazione del suo “capolavoro”: la Casa-Museo di Palazzolo, inaugurata nel 1971. Da questo momento la ricerca di Uccello si precisa impegnandosi nello studio dei diversi aspetti della cultura popolare, soprattutto contadina: escono in rapida successione La casa museo di Palazzolo Acreide (1972), La civiltà del legno in Sicilia (1973), dedicato all’arte lignea dei pastori e alla cultura contadina iblea, Amore e matrimonio nella vita del popolo siciliano (1976), Tessitura popolare in Sicilia (1978), Pani e dolci di Sicilia (1978), Il presepe popolare in  Sicilia (1979), Bovari pecorai e curatuli. Cultura casearia in Sicilia (uscito postumo nel 1980 e pubblicato dagli Amici). Uccello muore il 29 Ottobre 1979. È sepolto a Canicattini Bagni».

 

La sinossi del testo nella seconda di copertina – «Probabilmente, questo libro di Antonino Uccello è un libro di devozioni, un libro cioè di amore e di culto, di rispetto e di riconoscimento. È anche un libro di ricerca e di ricostruzione: un’operazione che ha come sua caratteristica di essere effettuata dall’interno medesimo del mondo contadino, non limitata dunque alla solita e quasi ovvia riconsegna al pubblico di prodotti anonimi. Qui, viceversa, si tenta una individuazione che è psicologica e insieme storica, poiché ci viene dato assieme al prodotto anche colui che ne è l’autore per pervenire in tal modo alla ideologia di base. Non sempre, tuttavia, i propositi di un autore possono coincidere con gli interessi dei consumatori. E il rischio di questo libro, come gli altri libri di Antonino Uccello, può essere precisamente che esso venga utilizzato come una guida di antiquariato. Poiché il libro vuole essere altro – ed è altro. Esso è anzitutto un tempo ritrovato, cioè riscoperta di una dimensione umana, di un modo di vita e di una concezione del mondo. Non è dunque un itinerario archeologico, poiché non si tratta soltanto di incontrare un insieme di consuetudini e di tecniche concernenti i contadini iblei. Ciò che emerge dal libro è un sistema totale, cioè una civiltà: è il modo particolare del contadino ibleo di rapportarsi con la terra, è la visione fastosa e nel contempo tetra del lavoro e della fatica tenace. Allora, a questo titolo, il manufatto artigianale non è più – o non è soltanto – il documento sterile di un passato estinto e remoto: è la vicenda laicamente terrestre dei contadini iblei, indica le loro forme di espressione, cioè di interpretazione del mondo. Similmente, il libro perde quella tristezza propria di tutti gli archivi, si anima di vita e di colori e i segni, le immagini, i legni che hanno ancora l’impronta di un vecchio sudore, gli arnesi quotidiani, tutto il materiale repertato, tende a straripare dalla pagina, per ridivenire quello che autenticamente è: il riscontro di un passato le cui radici continuano a far parte di una passione contemporanea».

 

 

 

 

 

 

Lunedì, 14 Febbraio 2022 08:54

Storie di ordinaria solitudine

14 febbraio 2022. Un altro anno, un altro giorno, un altro San Valentino.

Eh sì, perché oggi è la festa degli innamorati, ai quali porgo i miei più sinceri auguri. Amatevi e vogliatevi bene, in questo mondo sfranto e privo di direzioni.

C’è chi ci crede, chi lo festeggia per consuetudine, chi per mascherare rapporti freddi o turbolenti. Non mi interessa procedere con disquisizioni sulle vostre scelte, ciascuno avrà i suoi buoni motivi per festeggiarlo oppure per ironizzare e riderci sopra, magari piangendo sommessamente nel buio.

Oggi, in questo giorno dal rosso tradizionale, in cui la cioccolata ha un sapore più buono e i fiori sembrano profumare un po’ di più, ho voglia di raccontarvi due episodi, legati tra loro dal bisogno di affetto e di amore e dalla nebbia della solitudine.

Stamattina, curiosando sulla home di Facebook, mi soffermo come spesso faccio, su nuova perla di Vita con Lloyd. Sapete a chi mi riferisca. Leggo, un altro profondo dialogo tra Sir e il saggio maggiordomo Lloyd, che gli invidio tantissimo pure se io a casa, ho un grande saggio come il gatto Oscar.

 

«Tu sai cos'è l'amore, Lloyd?»

«Credo che l'amore non sia, l'amore siamo, sir»

«Lloyd, il sentimento è uno solo»

«Eppure, per quanto singolare, l'amore è sempre plurale, sir»

«La grammatica dei sentimenti è molto complessa, Lloyd»

«Ma straordinariamente chiara, sir»

 

Finita la lettura del testo, mi ci soffermo ancora un poco. So che devo scrivere quelle due storie di ordinaria solitudine in cui nei giorni precedenti mi sono imbattuta. Sto pensiero bussa alle tempie e non mi darà tregua sino a che non lo avrò condiviso con voi.

Per Lloyd l’amore è plurale pur essendo singolare. Parte da noi verso l’altro e viceversa ma ci riunisce in un abbraccio. Forse.

L’altro giorno all’ufficio postale, mentre ero in attesa del mio turno, ho assistito a una scena di cui mio malgrado sono diventata coprotagonista. Un signore anziano, che doveva pagare delle bollette, è entrato e ha letto le nuove disposizioni sul super Green Pass, di cui era provvisto. Quindi ha provato a seguire passo dopo passo i vari suggerimenti per validare l’accesso all’ufficio, solo che il lettore dava problemi nel riconoscere il codice.

Che fai quando qualcuno è in difficoltà? Gli dai una mano, e così ho fatto. Esito positivo. Quella mattina ciascuno di noi, presenti, ha dato una mano insieme al direttore dell’ufficio postale.

Per nostra fortuna, viviamo in un piccolo centro e siamo abituati a darci da fare se qualcuno ha bisogno. Il pregio delle cittadine di provincia del Sud è questo. Sappiamo di essere chiacchieroni e curtigghiari ma se si ha necessità, ci si aiuta, nella maggior parte dei casi. L’aria del paese, qui, ancora non si è dileguata.

Il problema vissuto dall’anziano però mi ha fatto pensare a tanti altri, anche a quelli che anziani non sono ma hanno difficoltà di salute o di spostamento.

Ieri mattina, un altro episodio. Stavo facendo la spesa in uno dei discount che ci sono qui. Davanti allo scaffale delle tisane – che stavo per dimenticare – mi sono ritrovata vicino a una signora anziana, distinta e dall’aria assai pensierosa. Non volendo essere invadente la osservavo con discrezione. Era assorta davanti alle varie confezioni di caffè e a tratti appariva confusa.

Ho atteso un cenno e la signora finalmente con rara timidezza mi ha domandato:

 

«Signorina ma è questo il prezzo?»

«Sì signora, è questo ed è scontato.»

«Ma secondo lei è buono stu cafè?»

«Signora, può prenderlo tranquillamente, l’ho comprato pure io, è un buon caffè.»

«Quattro pacchi però su assai… e casomai lo regalo.»

«Certo signora, risparmia e può anche regalarlo a qualcuno se non lo consuma tutto.»

 

Questo è ciò che è accaduto. Ho preso la tisana contro l’insonnia – ‘na botta in testa mi ci vorrebbe – ho salutato e sono andata via. Lei è rimasta lì qualche minuto, a contemplare lo scaffale, ma poi ha deciso di prenderlo il caffè.

Dopo aver pagato ed essere uscita, mentre percorrevo la strada per rientrare a casa, mi sentivo a disagio. Al posto di quella signora un giorno potrei esserci io. A fare i conti sul caffè.

Certo anche adesso in casa mia siamo attenti alla spesa e al risparmio però ancora prendiamo il caffè che ci piace di più perché su tutto possiamo risparmiare ma sul caffè, no! Pure noi approfittiamo delle offerte, lo facciamo e siamo in tanti. A casa mia, diversi l’hanno vissuta la guerra, e sanno cosa significhi un caffè vero e non il surrogato, fatto con l’orzo o la cicoria. Nonostante il tempo che passa, siamo una famiglia. Una grande ricchezza.

Ieri invece, davanti a quello scaffale, ho visto una persona che se non è sola, è molto vicina alla solitudine senza ritorno. La solitudine può essere peggiore della morte. Quando muori a certe cose non ci pensi più, un colpo di spugna e via.

La signora era vestita bene, curata il giusto ma quegli occhi non erano contenti. Erano soli. La solitudine la capisci dallo sguardo, dai gesti e dalla lentezza esasperante, che ti fa strascinare la vita di ogni giorno. Ogni giorno è uguale all’altro e allora ti ritrovi a pensare che pure la marca di un caffè vale un’altra.

Però lì c’era anche la preoccupazione del risparmio. Di farsi bastare i soldi della pensione. Lo sapete come sono tantissime pensioni oggi… Per chi riesce ad averla, la pensione.

Oggi siamo tutti straconnessi e in giro ci sono persone che non lo hanno il computer e il telefonino. Non tutti hanno la fortuna di avere figli o nipoti o amici o vicini che danno una mano.

Qui da noi, ancora ancora, riusciamo a sapere se qualcuno è in difficoltà, ma nei posti più grandi?

Il signore alla posta e la signora al supermercato mi hanno fatto pensare a quanto lavoro dobbiamo fare per non lasciare che il nostro senso di solidarietà ed empatia venga meno. Ogni giorno.

Siamo a rischio di isolamento e solitudine. Ogni giorno. Lo siamo tutti e le obiettive difficoltà di questi ultimi anni hanno mostrato che oltre a San Valentino ci vuole di più.

Ci vuole umanità. Ogni santo giorno.

 

Stamattina, appena aperto Facebook, ho ricevuto una buona notizia dal mondo della fotografia. Ottima direi, dato che ho avuto modo di constatare, come negli ultimi giorni le foto siano divenute protagoniste più che mai.

Mi riferisco ai numerosi post e articoli, senza dimenticare i vari eventi dedicati alla Giornata della Memoria e al centenario della morte dello scrittore catanese Giovanni Verga, con analoghe notizie e iniziative. Due avvenimenti importanti che hanno nella fotografia un ausilio fondamentale per restituire la memoria degli accadimenti.

La fotografia, come già saprete, ha per me un valore non solo estetico ma soprattutto documentale, di fonte storica. Tuttavia non tralascio nemmeno il valore etico, il quale, a mio avviso, le deve essere assegnato. Strumento e documento di conoscenza, ci spinge a riconoscerci nelle vite passate e in quelle attuali. Nei luoghi, per destinarci a un’assunzione di responsabilità di fronte a prove che restituiscono dignità a chi non c’è più, e forniscono motivi di riflessione a chi c’è e a chi si predispone a ciò che sarà. Parlo dei bambini e dei ragazzi, soggetti ipervedenti, ma miopi senza la giusta direzione.

Quindi, quando stamattina, ho appreso della felice decisione di Roberto Mendolia (Rogika), fotografologo nonché fine conoscitore della fotografia nella sua pratica e nella sua declinazione storica, ho avvertito il dovere di darne notizia. Per amore della fotografia e della conoscenza.

Rogika ha pubblicato il post ieri, in serata, ed ha evidenziato il suo intento con la semplicità e l’umiltà che da sempre lo contraddistinguono:

 

«Nell'estate del 2018, circa quattro anni addietro, avevo creato una pagina dal titolo: "Controluce: piccolo Bignami di fotografia", con l'intento scrivere alcuni approfondimenti, curiosità, contributi e quant'altro sulla fotografia e su tutto ciò che ruota attorno a questa passione. Pagina che avevo abbandonato dopo alcuni post, per dedicarmi ad altri piccoli lavori. So quanto sia impegnativo gestire una pagina e so che dovrò metterci particolare attenzione. Bene, ho deciso di renderla nuovamente pubblica e di provare a recuperare il tempo perduto. Spero che sia di vostro gradimento con l'auspicio che possa incuriosirvi e, perché no, essere un modo diverso, alternativo e, allo stesso modo, piacevole di continuare a parlare di fotografia».

 

Ricordo l’apertura della pagina nel 2018 e comprendo bene il desiderio di Roberto: condividere ciò che nell’arco di una vita ha appreso e che ancora oggi, continua ad apprendere per ridare voce ai volti e alle esistenze. Sì voce, poiché le fotografie dicono, dialogano con noi, se ci predisponiamo al giusto ascolto.

Ne sono un esempio le sue ultime fatiche – che in verità lo sono solo in parte data la passione che lo anima – le esposizioni dedicate a Leonardo Sciascia con la prima sessione di “Noir et Blanc”; i lavori che hanno dato la luce alle fanzine: pezzi unici e artigianali, che reinterpretano il favoloso mondo delle carte de visite e che lo hanno fatto entrare di diritto tra gli appassionati e promotori di questa realtà, tra i quali l’impareggiabile e coltissimo Gabriele Chiesa.

Rogika vuol testimoniare, nel suo stile originale ma attaccato alla tradizione, cultura. Perciò ha scelto di puntare l’obiettivo sulla Sicilia e sulla sua storia stratificata e millenaria. Ciò per non dar spazio ai pensieri da Gattopardi, lasciando che pur nel vuoto e nell’abbandono, nell’incuria e nella collettiva distrazione, tornino a prender luce le gemme, che costituiscono questa isola sfaccettata e composta di altrettante insulae.

Questa positiva ostinazione, tra gli alti e i bassi della vita, è un’operazione sociale che sta coinvolgendo anche altri fotografi siciliani.

Lui dirà «Ma io non sono un fotografo». In effetti, è più corretto parlarne come di un autore e più correttamente, come già prima ho accennato, di un fotografologo. Colui che usa la luce per scrivere, e trascrivere, i vari passaggi di una storia, che mai si completa e dona nuove storie, in un desiderio di riscatto di ciò che c’è di buono negli scantinati della memoria e sotto la polvere del dimenticato.

Il ritorno della pagina “Controluce”, di cui pubblico il link qui di seguito, ha come protagonista un metodo fotografico che fu importante per la fotografia, e un fotografo messinese che contribuì, insieme al più noto fratello Giuseppe, a scrivere la storia della Città dello Stretto:

«Il sistema Crozat e Saro Prinzi, fotografo in Messina»

 

https://www.facebook.com/Controluce-piccolo-bignami-di-fotografia-2392722467421389/

 

Vi auguro una buona lettura. Fate tesoro degli insegnamenti altrui, ricordando che «Cultura è Bellezza».

Un affettuoso plauso al personale della «Fondazione Taormina Arte Sicilia» – Sanno che sono a loro molto affezionata. In questi anni mi hanno visto spesso agli spettacoli e alle manifestazioni, in particolare a quelle organizzate all’Odeon e alla Casa del Cinema.

Disponibili, sempre attenti, sorridenti, hanno un grande senso dell’accoglienza che unito alle diverse competenze e professionalità, li rende indispensabili al buon funzionamento della Fondazione. Ma non basta.

 

Perché quando ci sono spettacoli ed eventi degni di nota la partecipazione del pubblico è assai risicata? – Non mi si venga a dire che è colpa del Coviddì non lo tollero! Prendiamo ad esempio le feste natalizie appena trascorse. Fudda e malavinnita sul Corso Umberto. Stipati come sardine mentre all’interno delle sale della Casa del Cinema, situata proprio su quel centralissimo salotto buono cittadino, si poteva godere della proiezione di film magnifici, ultimo dei quali è stato Cry Macho, diretto e interpretato dall’affascinante e fantastico Clint Eastwood. Ok, è vero, sono innamorata di questa meraviglia umana ma mi ha anche sedotto Macho, uno dei coprotagonisti e se non sapete a chi mi stia riferendo, basterà vedere il film per scoprirlo. Inoltre, troverete una magistrale regia per non parlare della fotografia e delle musiche: eccelse.

Le proiezioni avvengono in una sala molto bella, che dona intimità e offre la possibilità di godersi film e spettacoli in pieno comfort, e nel pieno rispetto delle norme anti contagio che vanno tanto per la maggiore. Tuttavia, questi luoghi, protetti e controllati sono stati poco frequentati mentre, supra u Corsu pariunu tanti pecuri: Beeeee; beeee; beeee…

Se qualcuno o molti si fossero sentiti offesi dai belati, potranno tranquillamente sostituirli con i muggiti o i versi di altri animali, a loro scelta.

Sino al 14 gennaio, salvo nuove disposizioni regionali è ancora possibile visitare – bisogna essere provvisti di Super Green Pass e mascherina FFP2 – l’esposizione dedicata a Turi Ferro, di cui mi occuperò in un contributo a parte.

Invece, riformulo la domanda: «per quale motivo vi è poco interesse verso eventi che rientrano a pieno titolo nella Cultura?».

 

Difetti di comunicazione e disinteresse – Anzitutto, al momento, la «Fondazione Taormina Arte Sicilia» sembra essere ancora in fase di perfezionamento, ma quanto si dovrà aspettare?

Mi risulta che non sia stato nominato il Direttore generale, e ricordo che l’avvocato Ninni Panzera, sebbene sempre presente in una amorevole collaborazione gratuita di cui dobbiamo essergli grati, è andato in pensione.

L’ufficio stampa? Chi se ne occupa? Suppongo, per giusta regola, si debba fare il bando per l’assegnazione dell’incarico e sono sicura che non manchino i professionisti titolati a ricoprire quel ruolo. La giornalista Milena Privitera infatti, un’altra delle anime di questo ente, oggi è di ruolo nella scuola come insegnante di lingue. Un’ottima insegnante. La scuola ci ha solo guadagnato mentre al contrario, la Fondazione è un po’ più povera, giusto e onesto precisarlo.

Vi sono le altre professionalità presenti, che mandano avanti con dedizione tutta la complessa macchina, ma le falle iniziano a vedersi.

La comunicazione di questi eventi non può essere lasciata solamente all’ente e al suo personale. Mi domando perché il Comune di Taormina, parte in causa nell’iter a cui oggi è giunta la Fondazione, sulla sua stessa pagina Facebook non abbia dato maggior risalto agli appuntamenti previsti alla Casa del Cinema e come mai gli assessorati, che hanno promosso gli eventi legati al Natale, non abbiano pensato di rilanciarli? Ho letto articoli di promozione da parte di vari giornali locali, come mai invece nessuno ha detto nulla su questi?

Del resto, l’assenza di un vero ufficio stampa dello stesso Comune di Taormina genera a sua volta problemi e difetti nella comunicazione. Si usano i comunicati e si fa la rassegna stampa per questo motivo. Qui da ciò che ho notato, di nuovo, è mancata una fattiva collaborazione e la volontà di fare rete.

Inoltre desidero porre l’attenzione su un altro aspetto: diversi miei concittadini, che si dicono innamorati della cultura, latitano in molti dei luoghi deputati a tale funzione. E per favore, attonna a vota, non nominate il virus, perché lo so io dove lo avete il virus!

Mi muovo, osservo, e vedo capannelli a far l’aperitivo – sacrosanto diritto, lo prendo pure io di tanto in tanto, evitando assembramenti –. Noto gruppi che disquisiscono sui massimi sistemi della politica paesana ma che non frequentano la Casa del Cinema.

Forse è meglio che io mi fermi qui però mi sovviene un’espressione tanto cara a Vittorio Sgarbi…

 

La Casa del Cinema merita di essere al centro della cultura taorminese – Un’istituzione, un luogo, uno scrigno di opportunità. Esposizioni, proiezioni, teatro, incontri. Collaborazioni con altri enti e con le scuole. La Casa del Cinema di Taormina, rientrante nel patrimonio della Fondazione Taormina Arte Sicilia, merita il meglio e lo meritano anche tutti quelli che lavorano a renderla tale.

Ci si pensi di più, ci si pensi meglio e si evitino proclami o frasi di circostanza tirate fuori per propaganda. Ricordate: Cultura è Bellezza.

 

Il 29 e 30 dicembre dello scorso anno (pochi giorni fa), ho dedicato a me stessa due proiezioni consecutive del nuovo, poetico e magistrale lavoro di Paolo Sorrentino, È Stata la Mano di Dio, proiettato alla Casa del Cinema di Taormina.

Ho letto diverse recensioni positive e negative. C’è chi lo ha trovato lento, e allora non conosce affatto i ritmi di Sorrentino che sono ritmi partenopei, o chi lo ha visto troppo legato agli schemi felliniani; ci aggiungo che vi è un immenso dono anche per Troisi, tanto per rincarare la dose.

Ecco, me lo sono gustata e rigustata, sentivo prepotente il legame con Napoli, Maradona, la sua gente. L’ho visto due volte in due giorni, e sono stata Filippo Scotti alias Fabietto Schisa alias Paolo Sorrentino. A proposito, ogni attore dal principale alle comparse ha reso un lavoro corale dove luoghi noti ed inediti di Napoli si sono affacciati per salutarci e dove la ricostruzione dagli ambienti, agli arredi, è quella degli anni Ottanta. Un plauso speciale per me va a Biagio Manna, magnifico interprete, l’amico ultras e contrabbandiere di Fabietto.

Ero una ragazza adolescente in quegli anni ed ho potuto godere il privilegio di crescere e formarmi in una famiglia come quella di Fabietto-Paolo. Facevo il liceo classico ed eravamo così, noi ragazzi. La mia fortuna è stata quella di vivere nella Taormina di quegli anni dove c’erano anche tanti napoletani che venivano qui a trascorrere le vacanze. Mi ci sono rivista al posto di Fabietto: i drammi, i sogni, il grande senso di immaginazione che mi ha accompagnato sin da piccola.

Sorrentino ha voluto fare il cinema, io ho voluto raccontare con le parole scritte la storia. Sempre di scrittura si tratta: la sua, la mia; quella di ciascuno di noi. Ieri, ed oggi.

Con È Stata la Mano di Dio, il regista non ha solamente detto di sé in modo non psicologicamente convenzionale seppure sempre forte e invischiante ma ha raccontato di quella generazione: la mia, dei miei amici, dei miei genitori. Un sacco di persone per cui la famiglia è stata la base portante di un Paese, l’Italia. La famiglia piccola o grande – la mia è stata una famiglia numerosa ad esempio – che ha creato reddito, ha mosso l’economia ed ha generato cose buone.

Certo poi il crollo c’è stato e i sintomi si vedevano già a quel tempo, sebbene ci si illudesse che sarebbe durato per sempre il «periodo delle vacche grasse».

Guardare questo film, è accettare l’idea che tante cose sono cambiate ma che dal meglio che ci è rimasto, dobbiamo ripartire. Sì, anche a me la realtà non piace (quella di ora), ma non mi sono mai «disunita», anche se la vita e le persone ci hanno provato.

Sorrentino ci ha offerto una lettura del passato: il suo, il nostro. Lo ha fatto dandoci l’opportunità di leggerlo, ascoltarlo, cantarlo, per riattualizzarlo nel presente.

Andate a vederlo il film. Leggetelo voi stessi con i vostri occhi, le vostre orecchie e con i vostri stomaci, uniti ai vostri genitali. Sorrentino e Napoli si capiscono meglio se testa, stomaco e genitali stanno insieme attaccati.

Napoli l’ha omaggiata eccome, Sorrentino! Ad un certo punto della storia, Fabietto finalmente si decide a farci sentire oltre alle urla per inneggiare Maradona, l’atto d’amore più bello di Pino Daniele per la sua città: Napule è.

Il film, distribuito da Netflix, può considerarsi la ripartenza di Sorrentino. Il regista ha messo uno stop – direi – a una fase di stanchezza. Basta leggere andare a curiosare tra i nomi della squadra di lavoro per accorgersene. Alla fotografia non c’è più il partner storico Luca Bigazzi, sostituito da Daria D’Antonio; cambi anche per scenografo, costumista e produttore.

In una sua dichiarazione a Repubblica, ha infatti dichiarato:

«Lavorare sempre con le stesse persone è una cosa meravigliosa perché si crea una grande famiglia, una grande intesa però si entra anche in una dimensione di routine; stanchezza reciproca… Nessuno sorprende più l’altro e volevo ritrovare un po’ di adrenalina. Ho cambiato anche e soprattutto lo stile».

Se poi voleste una sintesi esaustiva del film, la troverete nei titoli di coda. Prendetevi il tempo per ascoltare i suoni in sottofondo, ma prima meditate su questa frase sibillina:

«Ma lo sai come fanno i motoscafi offshore quando vanno a 200 all’ora? Tuff, tuff, tuff, tuff…».

 

 

Martedì, 07 Dicembre 2021 09:05

I suoni di Napoli mascherano il silenzio

Napoli fa uno strano effetto. Non è perché siamo a Sud, o lo è solo in parte. Una città come questa è, più di altre, un concentrato di energie ancestrali e telluriche. Come se una dea potente vi si rintanasse e nonostante la si volesse a tutti i costi far apparire, si celasse lasciando scie di forze, a metà tra l’oscuro e il bagliore che acceca.

Una città che possiede, in ogni fibra del suo essere, il retaggio della capitale: si acconcia, magari esagerando un po’, ammalia e seduce. Trasuda sensualità in un frusciare di vesti barocche ostentando una nobiltà che non vuol cedere alla decadenza magmatica dei tempi attuali. A Napoli, «miseria e nobiltà» stanno affacciate ai balconi; hanno i volti delle donne e i sorrisi sgangherati degli scugnizzi. Te le trovi una in faccia all’altra.

Le case «sgarrupate», come le vite di formicuzze affamate, lanciano messaggi alle tenute eleganti in uno sfoggio di Barocco e Liberty. Ci sono strade dove le vedi abbracciate: sono comari abituate a risolvere meglio e più degli uomini le cose della vita, anche le più rognose. Pratiche e dirette, ma questa è caratteristica comune alle donne del Sud. Napoli a tratti mi ricorda Catania, qui però vi è un di più: una tracimazione di vite in suoni.

Esiste il vulcano, il Vesuvio; da noi abbiamo la Signora, l’Etna, eppure aveva ragione Turturro quando nel 2010, nel film Passione disse: «Ci sono posti in cui vai una volta sola e ti basta… e poi c'è Napoli».

Ho osservato e mi sono lasciata trascinare da questo fiume di energia che si traduce in suoni e in musica; e in risate, in lacrime e di nuovo in musica. Non lo si può mica ignorare. Devi entrarci dentro per forza. È magnetico, ne resti soggiogata. Napoli è tanto femmina e dapprima la invidi; poi ti fermi e pensi a quanto sei femmina tu.

Ha questa capacità, Napoli: ti fa scoperchiare la parte più antica e ti riconnette con l’intimità della terra stessa. Sì, è una Dea potente e millenaria.

La luce qui è differente. Non mi si fraintenda. La luce è quella del Sud. L’energia si muove con sfacciataggine e si burla delle nostre certezze di controllo. Se vai a Napoli, meglio che metti da parte le ansie da programmazione. I piani saltano.

Eppure la luce è differente. C’è il mare, è vero. Il golfo; i colori sono forti ma è come se tutto apparisse meno netto. Faccio un esempio: da noi la luce acceca ma ristora. Si tramuta in tinte che abbracciano. L’Etna vista dalla mia città, Taormina, la luce prima la accoglie e poi la riflette e ti ci avvolge dentro. A tratti, sembriamo sospesi dentro questa luce.

Napoli è luce ed è energia; tuttavia la luce qui non straripa, viene assorbita. «Come assorbita – starete pensando – e che fanno la ingoiano?».

In effetti, è così. Il Vesuvio la luce, non la accoglie e la riflette, la ingoia e la trattiene. Attorno sembra vi sia sempre un alone e non dipende dalle giornate. Il vulcano è un divoratore di luce.

La città, carica oltremisura di monumenti e ornamenti, una carabattola da esposizione, la luce se la mangia perché altrimenti rischierebbe di piombare nel buio e nel silenzio. Napoli non vuol mai dormire, ha paura del sonno perché la avvicina troppo all’oblio e alla morte. Vuol vivere, Napoli.

Allora guardando fitto dentro agli angoli e cercando di oltrepassare la cortina delle persone, ho visto che vi sono luoghi in cui la luce entra senza bussare, e si fa acchiappare in un girotondo di esistenze: sono gli androni e i cortili dei palazzi. Antri aperti come bocche spalancate; invece dell’aria respirano la luce. E le volte, le scale, persino gli ascensori vivono di quest’energia luminosa.

Sono vere e proprie cattedrali, tra edicole votive dedicate a Maradona o ai santi, che non sempre in vita, sono stati tali. Religione e superstizione: magari ci trovate pure un piccolo presepio anche se non è periodo. Ma qui ogni momento è buono per pregare, per cantare o per imprecare.

Sì lo so, è tipico del Sud, ma continuo a sostenere che a Napoli, tutto è amplificato. Le voci di questa città sono ritmate anche durante il dialogo. Da un momento all’altro potrebbe partire una canzone o una sceneggiata. Un teatro a cielo aperto o tra le mura domestiche.

I cortili e gli androni sono di per sé un microcosmo. Sono come le chiese, che a Napoli sembrano di numero indefinito. Appartengono a tutti: credenti e profani. Ti convincono che i miracoli esistono e che i sogni, quelli impossibili, si realizzano.

Luce nelle strade, nei vicoli, ed energia che viene quotidianamente divorata. La gente di Napoli ha bisogno di nutrirsi di questa luce, di questa energia, o smetterebbe di vivere.

Una città, come questa, necessita di un surplus di movimento. Ha una vitalità che richiede forze aggiuntive.

«Ok – obbietterete – ma allora l’indolenza e il lasciarsi andare agli atteggiamenti flemmatici?».

Solo quiete apparente. La gente di Napoli ha fame da tempo immemore; una fame antica come lo è la Dea, che pretende sacrifici di sangue e di dolore.

La Dea genera energia e luce, ma vuole un tributo fatto di carne umana. Bisogna reagire e difendersi, come la si rabbonisce, la Dea?

Ci si carica di luce e di energia, si indossa la camminata migliore e si inizia a ribattere con la musica, prendendosi il tempo per un caffè e una sfogliatella, dopodiché si ricomincia il giro. Anche il dramma qui è contornato dal suono; l’offesa assume le tinte di un duello tra voci diverse.

La telefonata chiarificatrice avviene tra un filo steso del bucato e le voci una in faccia all’altra. Pure quando rispondono al telefono, quello vero, esordiscono con «Uè Uè». Vi verrebbe voglia di cantare. È tutta questione di luce e di energia, mangiata, tritata e metabolizzata, per resistere all’oscurità.

«Napule è nu sole amaro», sono parole che spesso mi tornano alla mente. Pino Daniele che ha santificato il suo amore per Napoli in questo testo, sapeva che qui la luce è differente.

Luce, energia e vibrazioni: suoni che mascherano il silenzio. Tra le macerie, giochi di ragazzi e abbracci di innamorati. Odori, suoni, che s’annidano dentro al cibo di strada e i locali eleganti.

Suoni di traffico e suoni di risate. Ma c’è il silenzio, e quello te lo ritrovi pure se fai finta di nulla, perché è meglio sentire i suoni.

Ogni città ha problemi irrisolti. Contiene sacche di gente al margine. Qui i sacchi umani, che sembrano cose avvolte in coperte o sotto ai cartoni, li vedi sotto la galleria di Piazza Plebiscito, o in un angolo riparato di Palazzo Reale. Sono ovunque, ma stanno in silenzio. Cercano di non dare fastidio, di non farsi notare. Se si fa attenzione, però, si può sentire il suono del sonno. Bisogna saperlo cogliere: un sonno disturbato che pare il limbo prima della dannazione eterna.

La luce cercano di tenerla lontana e la troppa energia non gli giova a vivere; gli ricorda che devono morire, prima o poi.

La signora tutta truccata e col culo rifatto, fresca di lifting, che porta a spasso il cagnolino, indecisa se fargli far pipì su quegli stracci, che sono esseri umani perduti, mi ricorda che la Dea è in agguato. Potente, anche da questi poveri diavoli vuole un tributo e loro cercano di rendersi invisibili, di non mostrarsi.

«Shhhh, bisogna stare zitti, o la Dea ci troverà e ci trascinerà con sé dentro le viscere della terra».

E se invece la Dea ne avesse vera pietà e, colma di amore, rivolesse con sé questi figli dimenticati dai loro stessi fratelli? Una madre non vuole che i figli soffrano; preferirebbe ucciderli lei stessa, se la vita che li attende si prospettasse un limbo, dove la luce viene assorbita ma non produce energia.

I suoni di Napoli seducono; Partenope ammalia e non si può resisterle.

Ho cercato, nelle varie scansioni del giorno, di sentire le varie sfumature di suoni e silenzio.

Al Monastero di Santa Chiara o alla Certosa di San Martino – per citare alcuni simboli della città – ogni cosa si ammanta di sacro, solo che il silenzio che benedice e dona speranza di nuova luce, nuova energia e nuovi suoni, l’ho incontrato poco prima della chiarità dell’alba. Io che m’alzo presto, gustando il primo caffè della giornata.

Ho visto la luce benevola ed ho colto la pace che accompagna, chi si è appena mosso per andare a faticare oppure chi non vuole abbandonare il letto. Ho sentito la carezza del silenzio e infine, il «buongiorno» originale di un altro cittadino napoletano: un gabbiano che, invece di stare vicino al mare di Santa Lucia, preferiva fare colazione nelle vie adiacenti al palazzo dove soggiornavo.

Ecco, lo capite ora quando dico che i suoni di Napoli sono silenzio mascherato?!

A Napoli e agli splendidi amici che ho trovato.

 

Sarà perché oggi è il 29 novembre ed i miei genitori avrebbero festeggiato il loro cinquantaduesimo anniversario di matrimonio, se papà fosse ancora qui fisicamente. Sarà perché mi piace carezzare con gli occhi la foto di quando avevano trent’anni ed erano ufficialmente fidanzati; sarà perché penso a me alla loro età, e penso a me in questa fine di 2021, dove tutti si appiccicano sulla fronte buoni propositi e scampoli di speranze. Sarà perché superato il mezzo secolo e ritenendomi fortunata, ho le mani che frugano sempre più spesso tra le foto belle e portatrici di amore; sarà che in fondo, sono sempre stata un po’ vecchia dentro sin da bambina e l’ho considerato un dono prezioso come se un’antica saggezza avesse deciso di dimorarmi dentro, a dispetto delle fanciullesche fattezze.

«Sarà, sarà, sarà quel che sarà…».

Stamattina, sono andata nella camera da letto dei miei, ho guardato il loro letto – lo è e lo sarà sempre: c’è il lato di mamma e quello di papà, così deve essere –, poi ho preso tra le mani la cornice che racchiude la foto che ho amato ed amo più di tutte. Delicatamente, sfiorandola con i polpastrelli, ne ho saggiato il liscio e il crespo.

Mi ci perdo, mi conduce in luoghi di infinite possibilità, mi ridona fiducia nel mondo. I miei genitori, due ragazzi come tanti, in quel periodo a metà degli anni Sessanta, avevano ricostruito dalle macerie lasciate dalla guerra ed erano tornati a riempire gli stomaci, abbandonati in mezzo a strade disossate dalle bombe ed a case sbrindellate, in cui i buchi sembravano occhi e bocche imploranti pietà. Voragini che invocavano santi e madonne caduti giù dagli altari, in cerca di nuovi luoghi sacri.

La guerra, la fame, la volontà ferrea, i pantaloni rattoppati e i vestiti rivoltati per sembrare nuovi. Due ragazzi ai quali sono sempre stata e sempre sarò debitrice per quei sorrisi semplici e luminosi. Gentili negli sguardi che non hanno mai temuto fatica e sacrifici e che hanno trasmesso a me e a mio fratello. Li portiamo dentro il sangue e nei nostri cuori, che battono e ridanno linfa ai ricordi.

«Erano altri tempi», sento dire, e mi piace ascoltare dai racconti dei vecchi che ancora ho il privilegio di poter ascoltare. Tra di loro anche le mie zie, mia mamma e tanti amici che ci sono e mi danno la forza per andare avanti.

Sì, mi danno la forza e mi restituiscono alla vita ogni santo giorno. Salvatore e Maria, i miei genitori, sono stati pure loro giovani, hanno lottato contro le convenzioni di un mondo che cambiava, tra puritani e rivoluzionari. Hanno scelto la rivoluzione.

Hanno sfidato le convenzioni e sono rimasti insieme, uniti. Pianti, risa, preghiere. La vedete mia madre nella foto? Quel vestitino che ho sempre desiderato per me, lo aveva cucito lei. Niente trucco, i capelli acconciati con i bigodini; e papà, con la sua bella chioma corvina e ondulata naturalmente, che mi ha trasmesso insieme alle labbra carnose.

Per me sono due attori del cinema. A proposito, la foto fu scattata da D’Agata qui a Taormina. Mamma con immenso orgoglio di ultraottantenne, mi dice ogni volta che il fotografo la tenne esposta in vetrina per lungo tempo. Sorrido grata, facendo finta di non ricordarlo e mostrandomi sorpresa. Sempre, come fosse la prima volta; in un certo senso lo è.

Oggi dunque sarebbero stati cinquantadue anni di matrimonio. In parte lo sono, ci sono i frutti: noi figli; le case e i ricordi. Tanti. Alcuni belli altri tristi ma sono l’eredità di famiglia. Il bene più prezioso che abbiamo.

Me la sono portata al petto, quella foto. Di nascosto, per non farmi sorprendere in balìa delle emozioni e mi sono fatta fluire dentro l’energia della speranza e lo sprono del fare e del fare bene.

Quelli che avevano loro. Ripartivano da zero. Sì, vi erano grandi opportunità ma avevano saputo coglierle. Non temevano gli errori; li ha sempre accompagnati l’umiltà ed è questo che ci hanno consegnato.

È il 29 novembre, siamo quasi a Natale, stanchi di un virus che in fondo fa pure lui il suo mestiere.

Gridiamo, litighiamo, siamo indignati ma non troppo; desiderosi di libertà ma passando sui cadaveri degli altri. Vogliamo farcela, avere successo, correre e tante altre belle cose ma…

Sto nella categoria di quelli che ancora faticano a risalire la china. Ho patito come tanti la crisi dettata dai ritmi della pandemia. Non starò qui a dire di responsabilità o di Caino e Abele, sinceramente sono impegnata a ricostruire una vita dignitosa.

Attenzione: sono fortunata perché ho solide basi pur tuttavia non è semplice e non è una passeggiata.

I miei, nella foto, avevano trent’anni, oggi, io, ne ho cinquantuno, dovrei rinserrarmi al buio e piangere?

No! Piangere, piango ma mi piace ridere e tanto; e mi piacciono la musica e il ballo. Mi piace il buon cibo e sapermi reinventare e trovare soluzioni, ché a creare problemi siamo bravi tutti.

Ho imparato a fare sacrifici, ho fatto tanti lavori e da ciascuno di essi, ho imparato qualcosa. Ho maturato competenze e professionalità. State tranquilli, non voglio pubblicare il mio curriculum; sai che noia!

Ho solo avuto il desiderio di tornare a scrivere uno dei miei pezzi su «JonicaReporter», partendo da un ricordo sbocconcellato, coccolando una fotografia, mentre saliva l’aroma del caffè e la cucina profumava di savoiardi.

Dedicato a chi ce l’ha fatta e a chi è impegnato a resistere.

Lo scorso sabato, dentro a un pomeriggio piovoso e saturo di umidità, sono riuscita ad andarci alla mostra «Lo sguardo di Marco», ospitata nella sala del Centro Didattico Mediterraneo di Giardini Naxos dal 16 al 30 ottobre 2021.

Mi sarebbe dispiaciuto moltissimo non esserci come se non andandoci tradissi un patto. Io di Marco Todaro ho vaga memoria; ma mia zia spesso lo nominava quando andava a farsi sostituire le batterie per l’orologio. Per me dunque è sempre stato l’orologiaio, che però non contrasta affatto anzi si incastra alla perfezione con il suo sguardo fotografico, costruito sulle minuterie. Su una visione del mondo in sezione.

Sabato 30 ottobre, era l’ultimo pomeriggio in cui vedere una selezione delle sue foto e un video bellissimo dove le immagini ti abbracciavano, in un invito a far parte del mondo di Marco.

 

Marco, il suo sguardo e una mostra che non è una mostraFranca, sua moglie, me lo ha detto subito: «Non è una mostra come le altre, è un modo per ricordarlo».

Così è stato, in effetti. Mi sono fatta accompagnare da Roberto proprio perché sapevo che non sarebbe stata la classica esposizione e sentivo che avrei vissuto qualcosa di speciale. Gli avevo chiesto di accompagnarmi e di fare qualche scatto; solo lui poteva occuparsene.

Lui, Marco, Franca, la sorella di Franca e tanti amici che erano lì, sono legati al filo dei ricordi di scuola, quelli dello scientifico.

Non è stata una esposizione ma una rimpatriata tra vecchi amici per ricordare un caro amico. Ho rivissuto con loro – sebbene io abbia frequentato il classico a Santa Teresa – la memoria di un periodo in cui ci bastava poco per essere contenti. Non avevamo paura della pioggia e pensavamo che nella nostra vita tutto sarebbe andato alla grande, anzi meglio! Vivi e pronti ad aggrapparla la vita: senza timore. Ci sentivamo invincibili e protetti.

La vita poi si sa, ti presenta puntuale il conto ma l’essere giovani ha di bello questo: sentire di potercela fare e volere saltare tutti gli ostacoli correndo incontro all’ignoto. Mi piacerebbe molto che anche i nostri ragazzi potessero recuperare quell’entusiasmo, che noi stessi gli abbiamo a poco a poco tolto. Volevamo dargli tutto ma in che termini? Non so, ma credo che anche Marco si sia posto numerose volte tale interrogativo. Lui e Franca sono stati ragazzi e sono genitori.

 

La sua fotografia è esercizio di libertàMarco ha lasciato una immensa eredità umana e di immagini Lui non c’è più fisicamente ma la sua forza creativa e d’espressione, e quegli occhi, che sanno vedere le cose per come esse sono, frugano ancora di qua e di là, senza sosta.

Foto a colori, in Bianco e Nero. Tradizioni isolane; dettagli macro. Street e Urban Photography. Fotografie del paesaggio, che costituiscono un archivio immenso e di cui non tutto riesce a ritrovarsi.

Ciò che incolla i vari pezzi espressivi di queste foto, autentiche finestre spalancate su un mondo che ci ritroviamo innanzi ma siamo disabituati a vedere, sono gli occhi di Marco.

Ho ammirato la sua gratitudine verso Madre Natura e il dono fotografico che le ha fatto e ha fatto a noi tutti. L’accuratezza negli ingrandimenti mai banale, attenta a cogliere solo ciò che gli piaceva.

Ha esercitato al massimo la sua ricerca di oasi libere e lo ha fatto fotografando senza vincoli ed esercitando la sua indipendenza. Anche la foto di un’Etna infuocata in notturna sullo sfondo, e il campanile di una chiesa pedemontana che mostra il tempo degli uomini con l’orologio a dirci che tutto scorre, è unica ed è certo per questo che il «National Geographic» l’ha scelta.

 

«Lo sguardo di Marco»: un messaggio di speranza – Angoli di una strada; una bicicletta; l’espressione di una bimba. I vari colori del paesaggio o i dettagli della vita personale.

Un po’ di Luigi Ghirri e Berengo Gardin; un pizzico di Mario Giacomelli e Gabriele Basilico, tutto miscelato alla sua maniera, e il suo ritratto, di Marco, dietro l’obiettivo. Anche a se a me piace di più la foto di lui appoggiato al muro, perché in quella si coglie la sua essenza.

I suoi occhi e il suo sguardo, sostenuti dalla macchina fotografica, sono un messaggio di speranza. La vita deve essere vissuta. A colori o in tonalità di grigio. Nei giorni di sole o di luna piena; perdendosi nella nebbia e con la pioggia. Versando lacrime e inondando di sorrisi; mostrando financo il cupo.

La vita va vissuta, i ricordi vanno tenuti stretti stretti e ogni tanto bisogna lustrarli affinché non sbiadiscano. Questo però è compito di chi rimane.

Franca, pur sapendo che Marco non avrebbe voluto troppo show, ha deciso di consegnarci alcune piccole scintille dello sguardo di Marco, e noi li ringraziamo per questo dono.

Inaugurata lo scorso 22 ottobre con il patrocinio del Comune di Taormina, la prima personale di Andrea Rizzo, scultore taorminese, sarà aperta al pubblico sino al 4 novembre. Le opere esposte nella “Sala Colonna” al piano terra del Palazzo Duchi di Santo Stefano – sede della Fondazione Mazzullo – potranno essere ammirate e meditate dal martedì alla domenica dalle 10:00 alle 12:00 e dalle 17:00 alle 20:00. Il lunedì è chiuso per riposo settimanale.

 

METAMORFOSI DELLA PIETRA – Questo è il titolo dato all’esposizione. Un invito a toccare con mano le opere sgorgate dalla materia di Andrea Rizzo. So che naturalmente per ragioni di sicurezza e di rispetto per l’opera, i visitatori non andranno a metter le mani sopra alle invitanti sculture ma proprio perché irresistibili, non solo all’occhio ma soprattutto al tatto, la tentazione è forte. Per me lo è stata e mi son trattenuta preferendo sostituire alla esperienza diretta del contatto, quella visiva: ci ho girato intorno, ho rimuginato su ogni cesellatura, increspatura e scanalatura e su ogni tondo; infine le ho annusate. Sì, perché l’arte va vista, toccata e annusata. Ogni opera ha un suo particolare odore e quelle esposte nella “Sala Colonna” sanno sempre di ferro, muschio e terra bagnata; e anche un po’ dell’odor del legno.

 

Chi è Andrea Rizzo? – Taorminese, le prime domande che mi son posta sono state: «A cu apparteni? Parente di quello o di quell’altro?»

Le ricerche inziali sono state infruttuose, quelle dal web, mi mancava solo di andare a vedere all’anagrafe. Quindi per il disvelamento del mistero ho atteso il giorno dell’inaugurazione: fratello di Cettina Rizzo, archeologa e cugino di Tino Giammona, artista.

Le parole usate dalla sorella e sottolineate dalla professoressa Francesca Gullotta, in apertura, hanno offerto un ritratto di quest’uomo, che ha acceso maggiormente la curiosità: ex marinaio ma di certo ancora uomo di mare dato che tale elemento se lo si porta impresso sulla pelle e nelle ossa; un artista per hobby ma con la predilezione verso la scultura e in particolare verso il granito come materiale.

 

Cettina Rizzo ha chiarito questo e altri fondamentali aspetti:

Artista autodidatta, presenta in questa mostra un compendio delle sue opere scultoree. La sua arte lo porta a ricercare nella materia forme nascoste che riaffiorano man mano che lo scultore prova a farle riemergere; la pietra pertanto è protagonista assoluta ed i suoi colori, la sua consistenza, la sua composizione chimica assumono importanza fondamentale nella realizzazione dell’opera. Il calcare, lo gneiss magmatico, la quarzite, il megagranito stimolano la sua creatività, rivelandone le forme occulte con le quali l’autore stabilisce un rapporto viscerale che le trasforma in pezzi unici e irripetibili.

Osservandolo di sottecchi, ho capito subito che sarebbe stato di poche parole e che era contento che al suo posto parlassero gli altri. Lui quello che doveva dire lo ha detto, usando il giusto dell’espressione e poi lasciando che il resto del messaggio lo comunicassero le opere esposte.

 

Da scultura a scultura, in dialogo con Peppino Mazzullo – Perfetta la scelta di allocare le opere del Rizzo in serrata conversazione con le sculture di Mazzullo.

Sembrava d’essere stati invitati a cena da due vecchi amici. Non ci giurerei ma ho avuto come l’impressione che si prendessero gioco di noi, là tutti attenti a seguire l’effervescente prolusione della professoressa Giuseppina Radice: insegnante, critico e brillante scrittrice oltreché grande affabulatrice.

La professoressa ha sottolineato il valore imprescindibile, dell’essere prima di tutto un artigiano che dona spessore all’artista. Tutta la storia dell’arte è fatta di botteghe, mestieri, apprendisti e maestri. Il contatto con la materia è d’obbligo. Si tocca e si osserva da ogni angolazione; si prendono misure e si procede. Si toglie l’eccesso per lasciare spazio alla forma.

Materia e forma: categorie aristoteliche divenute care non solo a Michelangelo, che hanno accompagnato e accompagnano ogni artigiano.

Dato che Andrea Rizzo è stato uomo di mare e di recente ho curato una mostra fotografica nel cantiere dei Rodolico a Trezza, allora ho immaginato che anche lui avesse forme e misure dentro di sé, pronte ad uscire.

Esatta l’amabile analisi della Radice con un pizzico di affetto che non guasta mai. Conosciuti per una serie di fortunate coincidenze, i Rizzo sono entrati a far parte della sfera dell’amicizia e ciò ha reso ancora più coinvolgente ciò che ha espresso sull’artigiano-artista.

 

L’ironia salverà il mondo – Le sculture di Andrea Rizzo, amiche, in muta complicità, di quelle di Mazzullo. Risentono degli influssi dell’arte africana e mesopotamica, magari non avendone il Rizzo totale consapevolezza, ma tant’è che si avverte chiaro il messaggio proveniente da luoghi e culture altre. Hanno un non so che dell’arte greca arcaica, influenzata dalla civiltà minoico-micenea e trasudano una certa sensualità data dai volumi.

Se è vero che «la bellezza salverà il mondo», l’ironia nel suo moto epifanico le darà manforte. Alcuni dei titoli dati alle opere: Il giusto; Il cinico; Il gaudente, mi hanno riportano indietro al teatro greco. A quella ricerca di un respiro classico dove vi è la sorgente della nostra civiltà: tra Oriente e Occidente con in mezzo il Mediterraneo.

L’arte artigiana e le sculture di Andrea Rizzo, che solleticano il desiderio del contatto, sono parte integrante della sfaccettata e complessa cultura mediterranea.

Andate a visitare la mostra, approfittando dei giorni di festa, e godetevi il chiacchiericcio un po’ sfrontato di queste «pietre parlanti».

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