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“DIARIO SOTTOVENTO” di Rosalda Schillaci. Ritrovarsi attraverso la “Proesia”

Cultura“DIARIO SOTTOVENTO” di Rosalda Schillaci. Ritrovarsi attraverso la “Proesia”

Sabato 3 agosto, alle 19:00, presso il “Museo del Carretto Siciliano” ad Aci S. Antonio – comune della Città Metropolitana di Catania – sarà presentato l’attesissimo testo di Rosalda Schillaci, autrice eclettica e raffinata poetessa. DIARIO SOTTOVENTO – Certe tempeste incerti angoli di vita è edito da Algra. All’incontro interverrà la giornalista Agata Spinto e le letture saranno a cura di Laura Galvagno e Antonio Magrì.

Il testo della Schillaci ci regala una nuova e rarissima perla. Il percorso intellettuale espresso mediante le scelte “rivoluzionarie” di questa donna, dalla complessa e affascinante sensibilità, trova una rotonda maturazione del frutto migliore di un raccolto di esistenza, che si mostra con garbo e decisione tra le righe di questo terzo testo, e s’aggancia in un naturale abbraccio ai precedenti, Infiniti Definiti e Istintu di Jinestra. I giochi e le sperimentazioni linguistiche tornano a dialogare con noi, irretendoci in una tela di ragno da cui non s’esce, se non dopo aver percorso con meditata pazienza il labirinto delle parole. Tutti noi siamo chiamati a giocare una partita a scacchi, la quale impegna sino all’ultima mossa ma non detta la fine assoluta. Il gioco si gioca, subisce battute d’arresto, segna tempi d’inizio che divengono cifra del divenire stesso della vita. Tale è il DIARIO SOTTOVENTO – Certe tempeste incerti angoli di vita, e lo asserisce la poetessa quando scrive:

«In ognuno di noi si nascondono paure e fragilità e qualcuno, con la poesia, è così folle da mostrarle al mondo».

Nella nota introduttiva, è chiaro l’intendimento della Schillaci. Un testo non più poetico e non solo di prosa, ma come lei stessa precisa nei contorni di un neologismo è “Proesia”; miscela selezionata del verso poetico che irrompe tra gli spazi destinati alla prosa, e della prosa che si regala aliti di evocazione lirica, in mosse e contromosse secondo regole di una scacchiera, in cui i pezzi sembrano assumere i tratti di ballerini che seguono mosse trasformate in passi, rimbalzando tra il valzer e il tango. La scena è il mondo: quello dell’autrice e quello che gli altri introducono nel suo universo. Il piano dell’opera si articola in sette tratti – corrispondenti ai giorni della settimana – e in chiusura, un tratto aggiunto che s’apre “a un nuovo lunedì”. Le parti in prosa si sposano con le 53 liriche presenti, dando forma al diario. Pagine in cui l’intimità, la lotta contro se stessi e il serrato confronto con l’altro ci conducono dentro l’essere più profondo della scrittrice e ci chiamano al processo di noi stessi. L’altro – che appare estraneo, distorto e deformato dai pregiudizi e dalle paure –, una volta terminato il viaggio, appare riconciliato e stretto a noi indissolubilmente. Noi siamo l’altro, e l’altro da noi è la poetessa, che è oracolo. La verità non acquieta e rende le notti insonni, agitate da troppo sentire. L’oracolo ci sussurra nelle orecchie e soffia fiato sin dentro i nostri stomaci. Dobbiamo prendere parte al dialogo. Esso è prima ascolto d’ogni risposta. L’altro, l’oracolo, siamo noi.

Nel “Primo tratto. Chi è di scena oggi”, il manifesto della Schillaci va dritto al punto:

«Insistere, insistere, insistere. Esistere…

Chi vuole segua la sua parte scritta, io proseguo per la vita senza fogli, figli, bussole.

Cercherò luce tra fari e stelle mentre stenderò passione sulla pelle, che prenda il posto di brividi e assenze.

Si vive non solo con sé, ma con ogni cosa fuori di sé».

La rivolta è in atto, non ci si può sottrarre. Non si rinuncia all’Essere, secondo ritmi umani e non stranianti. Dopo i traumi, le macerie e le scorie del vissuto, ci si vuol ritrovare. Non in un chiuso movimento dell’Ego, bensì nell’assunzione delle proprie responsabilità e nell’accoglienza degli altri esseri. La Natura, l’uomo, gli animali, tutto è in panica simbiosi. L’autrice appare impegnata a dondolare su un’altalena. La sospingono le passioni, gli affetti, i gesti di una quotidianità per nulla banale. I piedi sanno staccarsi da terra e alla terra sanno tornare, là dove ci sono radici antiche.

Avanziamo di un passo e ci ritroviamo nel “Secondo tratto. Risvegli fiorirono in respiri”. Un cammino dal sapore dantesco, ci induce a non dare nulla per scontato. L’autrice ci accompagna:

«Sono giunta qui davanti alla notte. Davanti alle nubi, toglierò fiato alla voce del dubbio che strappa, infrange, che scuote amanti. Lontano dal sonno, diventano un tumulto i dolorosi battiti del cuore e le mille offese ereditate dal tempo, che tolgono speranza».

Leggere il testo della Schillaci, è decidere di sperimentare ritmi diversi. Occorre predisporsi alla calma e non ci si può negare la riflessione. Entriamo in comunione con questa donna, che mai rinnega – così è nel “Terzo tratto. Vagando oltre le ferite” – d’essere siciliana:

«Sono nata in Sicilia, terra dalle mille contraddizioni, il luogo dove il sole scalda di più, e l’asprezza di spine dà il frutto succoso di Fichi d’India».

Identità che riporta all’origine della sua scrittura, tra interiorità ed esteriorità amalgamate in profumi e tradizioni, testamenti di cantori senza tempo, attraverso il tempo, in un’isola che si è formata tra geologia e mito. Il “Quarto tratto. Nel labirinto di nuvole” affonda ancora di più le unghie nella carne della Schillaci. Ella non si sottrae al dolore ma lo vive per purificarlo:

«Andando per luoghi dentro di me, mi accorsi di non avere gambe, né braccia. La bocca rimase muta, con gli occhi nel vuoto. Cercai nelle vene il sangue che volevo sentire caldo. Chi mi guardava mi sfiorava appena con lo sguardo, andava, affaccendato, distante. Fu così che mi fecero sentire di pietra e fu il sale la materia: l’essenza».

Essere ed essenza. Vivere nonostante la morte sia in agguato nell’ombra. Si può essere morti anche in vita, eviscerati da passioni e scintille creative. L’autrice lo sa, e la sua battaglia continua inesorabile nel “Quinto tratto. Tra silenzio e altro attimo”.

La lirica usa ogni arma a sua disposizione per piegare il verso al sentire del mondo. Assonanze, allitterazioni, enjambement, suadenti sinestesie, rime che trasbordano in similitudini ed accolgono allegoriche metafore. Siamo quasi giunti al giro di boa, emozionati e timorosi di insidiose rese dei conti.  Il “Sesto tratto. Sottovento”, dove «nella vita nulla è scritto, ma il pàthos dell’esistere, è il “tutto” di un foglio bagnato di felicità», ci invita al “Settimo tratto. Certe tempeste incerti angoli di vita”, a quei dodici passi che non avevamo calcolato nel percorso e che ci impegnano a rivedere i tempi della marcia, ad equipaggiarci meglio in sentimenti e pensieri. Questo testo esige lentezza e desiderio di scoperta.

La scrittrice ci conduce per mano, non ci abbandona, ma chiede rispetto come Donna e Persona. I modelli di questa scrittura sono diversi e alcuni assai noti: Anne Sexton, Erica Jong. Anne Sexton, è colei che in poesia ha realizzato l’emancipazione del linguaggio poetico femminile; emancipazione che in letteratura avvenne con Virginia Woolf. La poesia della Sexton, così come quella della Plath, è stata definita “poesia confessionale”. La scrittura ha valore gnoseologico, è strumento di conoscenza e catarsi dal dolore; unisce e riunisce psiche e poesia. La stessa Sexton sottolinea tale valore dello scrivere: «Ciascuno ha la capacità di mascherare gli eventi di dolore. La persona creativa non deve usare questo meccanismo. Scrivere è vita in capsule. Lo scrittore deve sentire ogni gonfiore graffiato fino al dolore in modo da conoscere le vere componenti di queste capsule».

Inevitabile quindi lasciarsi cadere nella vita di Rosalda Schillaci, e accettarne le conseguenze di lacerazione e congiunzione nel riscatto. Alla fine della partita si ha un nuovo inizio, il giorno ha inaugurato una nuova settimana dell’esistere, “Ricomincia nuovo tratto. Tutto si mette in moto all’improvviso”.

Lisa Bachis

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