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ENRICO BORROMETI CHIUDE L’EDIZIONE 2019-2020 DI “IMMAGINI & PAROLE”

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Foto di Rogika

Venerdì 21 febbraio, ultimo appuntamento per “Immagini & Parole”, il ciclo di appuntamenti organizzati dall’associazione fotografica “Taoclick” a cura di Roberto Mendolia e con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura di Taormina. Incontri che, anche per l’edizione 2019-2020, si sono tenuti nella “Sala Conferenze” dell’archivio storico con il sostegno di “FDD” di Caterina Lo Presti – sponsor – e del giornale “JonicaReporter diretto da Valeria Brancato – media partner.

L’ultimo ospite in ordine di apparizione, ma non certo per la densa sostanza e la bellezza delle sue foto, è stato Enrico Borrometi con “Antologia in Bianco e nero”: excursus di una lunga carriera. Ed ora, dopo le citazioni di rito ho deciso di raccontarlo a modo mio l’incontro con Enrico.

Anzitutto, ero appena arrivata e dopo aver salutato il maestro Bertè che mi vedeva a “usu pezza pisciata” – lui non lo direbbe mai e infatti me lo dico da sola – ho subito messo sull’attenti Roberto Mendolia (Rogika) perché noi, se non ci prendiamo allegramente in giro, non ci divertiamo ed a me tocca la parte della tipa sferzante un po’ gendarme e un po’… fate voi! Ma il tuffo al cuore è giunto quando Enrico Borrometi, con cui ci siamo scambiati saluti affettuosi, mi ha detto con fare sornione: «Ho portato una cosa per te». Ora, che lui abbia avuto anche solo un pensiero bello nei miei confronti non era mica scontato. Io che fisicamente ero malconcia l’ho sentito come un tonico per l’anima. Mi sono sciolta perché pure noi “finti duri” ci sciogliamo.  

Il dono del suo testo, Sicilia Poesia Fotografica, mi ha emozionato profondamente. Ho sempre saputo che Enrico è un uomo elegante nei modi e nel cuore. Un signore maturo che sa garbatamente porgersi e sa garbatamente scherzare. Oggi nulla di questo è automatico. Inoltre, la presenza della sua famiglia, lì, l’ho interpretata come un nodo che stringe la persona ai suoi cari. Enrico sostiene l’umile timidezza delle persone che hanno sedimentato esperienza e desiderano rivolgerla all’esterno.

Una cosa è certa: vuoi per l’atmosfera da ultimo giorno di scuola prima delle vacanze, vuoi perché a tutti loro sono affezionata e non solo per ragioni legate al mio lavoro, io emotivamente mi sentivo una bomba ad orologeria, pronta ad esplodere in uno dei miei pianti da bimba, che vuole ancora tenere abbracciati stretti stretti gli amici di giochi. Ma sono riuscita a destreggiarmi discretamente bene. Ma torniamo ai nastri di partenza.

Rogika da buon padrone di casa ha introdotto Enrico Borrometi:

«Questo è l’ultimo appuntamento. Enrico Borrometi è un fotografo con alle spalle un repertorio di alto livello. Ci siamo conosciuti alla mostra di De Mariano nel 2014. Alla fine, dopo vari tentativi sono riuscito a convincerlo. Questo è il suo primo incontro pubblico».

Ecco qui, un primo indizio su Enrico; prima di uscire dal guscio protettivo, ce ne ha messo ma le passioni e i sogni non hanno età. I limiti imposti dal trascorrere del tempo si annullano quando si ha un grande amore che ci fortifica e ci sostiene. La fotografia per Enrico, così come per gli altri amici alternatisi in queste edizioni di “Immagini & Parole”, è Amore: pieno, totale e incondizionato.

Enrico naturalmente ha ringraziato “Taoclick”, Roberto e facendomi sorridere ha esordito con: «Non ho progetti fotografici ma ho foto da mostrarvi» mentre Rogika esplicitando meglio il pensiero, aggiungeva: «Non ha progetti specifici ma il progetto è sulla sua carriera fotografica».

Durante la sua narrazione biografica, Enrico Borrometi ha raccontato:

 

Sono nato a Messina il 2 gennaio del 1943. La passione per la fotografia me la trasmise mio nonno, che aveva un piccolo studio fotografico. Tralascio tutto il periodo che va dal 1953 agli anni Settanta (possedevo allora una piccola fotocamera a telemetro, regalatami dal mio caro avo, con la quale mi divertivo a scattare foto in bianco e nero). La svolta arrivò nei primi anni ‘70 quando fui assunto come impiegato alla “BNL”. Con i primi guadagni acquistai la mia prima Reflex “Canon F1” con un 50mm. Poi seguirono altri acquisti, per poter sviluppare e stampare le foto in casa. Dedicavo alle mie uscite fotografiche solo le festività e i fine settimana. Nei primi anni Novanta, è arrivato il periodo critico dove decisi di vendere tutto.  Ho ripreso solo a partire dal 2004. Ho smesso perché ho avuto una crisi di rigetto per via dello sviluppo. L’uso di alcune sostanze chimiche per lo sviluppo mi fece male. Chiusi tutto. Ho anche perso 20 anni di negativi, per via di un trasloco e poi per una valigia che si trovava in un luogo umido. La ritrovammo con mia moglie, dentro c’erano pure gli scarafaggi insieme a tanti ricordi. Nel 2002, mio figlio mi diede una piccola fotocamera digitale che aveva ricevuto in regalo dai suoi amici, dopo aver conseguito la laurea in chimica farmaceutica. Fu il primo passo per tornare a fotografare. “Antologia in bianco e nero”, non un progetto fotografico specifico, ma una serie di immagini diverse tra di loro, con temi differenti il cui filo logico è solo il mio modo di fotografare.

 

In Sicilia. Poesia fotografica, edito dal berlinese Dietmar Bührer nel 2019, il viaggio di Borrometi si snoda lungo un arco temporale che saltellando a dispetto delle regole cronologiche va, appunto, come da lui stesso precisato dagli anni Settanta ad oggi. Una scelta ardita fatta in accordo con l’editore tedesco che catturato dalle immagini di Enrico, veicolate sui social media, ha deciso di farne un progetto editoriale. La traccia poetica qui non trova appiglio nelle parole, bensì è l’immagine a far da aedo per “dire” l’universo multiverso della Sicilia. Isola: macrocosmo puntellato da microcosmi di isole dentro e fuori di sé. La forza delle immagini di Borrometi basta ad evocare versi composti da gesti, occhi, pieghe della bocca, corpi di gente e animali. La vita canta, sfogliando il testo, nel passaggio di foto di luoghi e tradizioni come Enna o Castroreale dove si svolge la Processione del “Cristo lungo” in cui è protagonista una croce di legno lunga 33 palmi siciliani. I volti zuppi di esistenza. C’è quello del fotoreporter francese Alain Keler, quello di Intilla, storico editore messinese. C’è Thomas il clochard immortale, nonostante la sua recente scomparsa. Enrico Borrometi ha restituito alla nostra storia e a quella della sua città queste persone. Ha amore per i ritratti e per le scene di vita quotidiana, ma ha tenuto a precisare il suo approccio alla fotografia:

 

Non faccio programmi ma se vedo qualcuno di interessante, lo fotografo. Il mio è un procedere istintuale e non meditato. Oppure entro in contatto con queste persone. Certo curo anche la composizione, ma per me la foto per essere buona deve comunicare qualcosa.

 

Il video con le foto sul mimo Gerard Foucaux, un mimo da ricordare, fa comprendere il sostrato poetico che permea la fotografia di Borrometi. Foucaux, scomparso nel 2008, è stato considerato il mimo ufficiale della città di Messina. La rivista “Le scalinate dell’Arte”, in un numero del 2013, ne ha tracciato il ritratto:

«Artista irregolare, francese di nascita, europeo per formazione e messinese d’adozione, Gérard Foucaux alla fine degli anni Settanta si trasferisce quasi per caso nella città dello Stretto, che diventa per lui palcoscenico a cielo aperto in cui esprimere l’arte di mimo, appresa a Parigi al circo di Annie Fratellini e praticata, più che nei luoghi deputati allo spettacolo, nelle piazze e in mezzo alla gente. Un’arte popolare, che ha trovato nei bambini il pubblico privilegiato e che lo ha mantenuto per tutta la sua breve vita (si spegne per un tumore alla gola a soli cinquant’anni) in una posizione border-line, avara di riconoscimenti ufficiali ma rimasta nella memoria della comunità. Esule volontario dalla propria città e dalla propria famiglia, dopo aver girovagato tra Belgio, Inghilterra, Germania, Francia, Foucaux nel 1976 tiene la prima tournée in Italia, in Lombardia. Il suo primo spettacolo messinese datato 1979, quando, su invito del “Baraccone”, gruppo sorto su iniziativa di Nino Montalto e Nino Frassica, si esibisce alla Sala “Laudamo”, stabilendosi definitivamente in città l’anno seguente. Tra le iniziative che lo hanno visto protagonista, la fondazione di una cooperativa, con l’amico Bernard Michaud, “La cage aux folles”, e l’inaugurazione di una scuola di mimo per bambini. Nel 2003 si impone all’attenzione del pubblico con lo spettacolo di video-teatro “Machine Works!”, dell’omonimo collettivo artistico, che, svoltosi nella chiesa di Santa Maria Alemanna, chiude la stagione teatrale della compagnia “Il Teatro dei Naviganti”. Sempre con il collettivo, l’anno dopo partecipa a “Scala Immobile”, manifestazione che, svolta sulla suggestiva scalinata Santa Barbara, con l’obiettivo di rivitalizzare un luogo particolarmente bello ma abbandonato, riscuote una grande partecipazione popolare. Qui si tiene, nel 2007, anche l’ultima esibizione del mimo, che muore l’anno seguente, salutato, al funerale, da uno spettacolo spontaneo fatto di fisarmoniche e bolle di sapone. Gérard Foucaux – scrive il sociologo Pier Paolo Zampieri – era “il mimo ufficiale di Messina, anzi delle sue piazze spesso mute, non certo dei suoi salotti sempre pieni di carte e chiacchiere. Un mimo di strada in una città di macchine, un artista di piazza in un luogo dove le carriere si svolgono nei salotti e lui un salotto non lo aveva nemmeno nella casa dove viveva. Il suo salotto era la città e non a caso i suoi funerali sono stati funerali di un uomo pubblico».

Nelle foto di Borrometi, omaggio a Foucaux, emerge solo la maschera e vengono eliminati altri elementi di contrasto e di disturbo. A mio avviso, il volto del mimo è emerso dal fondo buio seguendo una tecnica di ispirazione caravaggesca. Naturalmente per fare questo ha lavorato in post produzione.

Il mondo delle maschere, con i clown, è tornato a far capolino in altre immagini: quelle de “Il sogno del clown”. Il video scorreva con in sottofondo le musiche di Nino Rota e faceva assorbire con meditata lentezza questa poesia fotografica di felliniana ispirazione. L’occasione, per Borrometi, è stata quella della presenza del circo Orfei a Messina. Il “suo” bianco e nero mi ha indotto a pensare ai gesti fissati, agli sguardi, e al gesto che parlava lingue lontane. La vestizione del mimo mi ha sospinto nel ripensamento sul concetto di maschera: seconda pelle o nuova pelle? Le parole di Borrometi, che ancora non ci permettevano di liberarci della nostalgia per le nostre infanzie in cui tutto poteva avverarsi innanzi a un palloncino e allo zucchero filato, sarebbero andate oltre oppure avrebbero fatto ritorno al punto di partenza?

Con la presa in visione dei suoi “Ritratti occasionali”, con le immagini del panettiere di Messina o quelle del barbone, Enrico ha detto: «Difficilmente fotografo chi non mi guarda negli occhi. I miei ritratti non sono fatti in studio. Io chiedo sempre se posso scattare».

E tra me e me, perché quel venerdì pomeriggio ho parlato pochissimo, consideravo il fatto che non si potrebbe rifiutare di farsi scattare un foto da Borrometi. Se lo si incontrasse si sarebbe messi subito a proprio. E mentre, masticavo queste e altre riflessioni, ecco apparire l’immagine di un ritratto di famiglia. Una famiglia che conosco bene perché sono cari amici: I De Mariano. Filippo, Santina, e le principesse, Arianna e Sofia. Un altro tuffo al cuore e là ho pensato, una volta di più, a quanto io sia fortunata per tutti i doni ricevuti.  

La carrellata di foto a chiusura dell’incontro è stata dedicata alle “Feste Religiose” con un omaggio speciale a Taormina e alla nostra antica tradizione, legata al Varò e al Venerdì Santo.

Infine gli applausi, ma ero frastornata, pur se provavo a non darlo a vedere. Sentivo che eravamo giunti alle battute finali. Ascoltavo distratta la mia voce che diceva: “Bravo! Bellissime” ad Enrico, e poi Roberto si alzava in piedi per salutare ma il suo “segretario personale”, Alfio Barca presa la parola iniziava a leggere un foglio; e tra tutto ciò che diceva a me restavano marchiate addosso alcune parole: «Grazie a Roberto Mendolia per l’amicizia e per il talento. Grazie all’anima di Rogika!».

Roberto allora ha iniziato a ringraziare tutti, pure lui, ma io ero in là con i miei pensieri. Non mi sentivo benissimo e volevo andar via perché l’emozione stava straripando. Difficilmente sarei riuscita a contenerla a lungo. Non potevo fermarmi nemmeno per un brindisi ma un saluto affettuoso e un abbraccio son riuscita a lasciarlo. Però dovevo andar via perché traboccavo di gioia e tristezza incollate saldamente a me. Lungo il Corso, in mezzo all’allegria del Giovedì Grasso, pensavo e ripensavo. E un po’ mi sono arrabbiata perché sto “cazzo di paese” sa essere prodigo di amore verso alcuni e ingrato verso altri suoi figli. E mi è venuto da piangere mentre ci rimuginavo sopra. Però mi sono ripresa il sorriso quasi subito, perché i progetti con fondamenta solide sono destinati a crescere e a durare. “Immagini & Parole” da pupetto incerto sulle gambe, è cresciuto, diventando un ometto. Un progetto dove l’umanità è al centro, fissata nei luoghi che hanno ancora il respiro del Genius Loci.  Allora, rammentando anche i ringraziamenti fatti, dai “ragazzacci indisciplinati” di “Taoclick”, a “JonicaReporter” a Valeria Brancato e a me – “immancabile presenza” che scherzosamente ho detto si sarebbe fatta “inevitabile assenza” – in realtà, sono io che desidero ringraziare loro. I motivi sono tanti, ma quello più importante di tutti è l’affetto che mi hanno regalato insieme all’amicizia, facendomi sentire parte della Famiglia.

Grazie a voi e ci rivediamo alla prossima edizione di “Immagini & Parole”; è una promessa oppure una minaccia? Di certo, non vi libererete facilmente di me. Parola di “dita taglienti”.

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