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Francesco Faraci. “Malacarne”, la fotografia e la lotta al “male di vivere”

CulturaFrancesco Faraci. “Malacarne”, la fotografia e la lotta al “male di vivere”

Ho conosciuto Francesco Faraci, lo scorso gennaio, quando ho accettato uno degli inviti di Rogika e di Taoclick, l’associazione fotografica che in collaborazione ad Unitre Taormina organizza incontri sulla fotografia. Ho fatto i salti mortali, quel pomeriggio, per esserci, perché il lavoro spesso non ci fa scendere a compromessi nemmeno con noi stessi. Mi ricordo bene quel pomeriggio. Ero alla ricerca di un rifugio. Era stata una giornata pesante, fatta di rogne e sterili discussioni. Insomma, avevo bisogno di accoglienza senza per forza dover spiegare nulla. Il mio desiderio è stato esaudito perché sentivo di doverci andare a quell’incontro; volevo riabbracciare vecchi amici – alcuni di loro spesso mi inviano “cuori” ma eviterò di farne il nome – e perdermi nelle immagini. Volevo ascoltare altre voci e lasciarmi accompagnare in un viaggio insolito.

Ecco come ho incontrato Francesco! Anzi, per amor di precisione, ho conosciuto prima Simona, la sua compagna. Lei ha impresso sul volto il senso dell’accoglienza e con uno scambio di battute rapido, in cui le ho semplicemente fatto i complimenti, dicendole che era un’eroina a star dietro a quel tipo inqueto, siamo entrate in contatto. Ma torno a parlare di Faraci. Il nome mi girava in testa e lo collegavo ad un altro luogo e non alla fotografia. Presto avrebbe sciolto il dubbio lui stesso, perché Francesco è anche uno scrittore ed aveva presentato il suo romanzo “Nella pelle sbagliata”, edito da Leima, in una libreria di Catania. Ed io al solito avrei voluto esserci ma per il lavoro, non fu possibile. Del romanzo di Francesco parlerò in altra occasione; ora mi preme dire cosa vidi quel pomeriggio. Faraci è siciliano, palermitano, isolano e uomo di mare. Credo che l’elemento mare insieme all’appartenenza a questa terra sia uno dei suoi tratti distintivi. Ciò che salta all’occhio di chi lo osserva, mentre parla del suo lavoro, è la coreografia di gesti che accompagna le sue parole. In particolare, il toccarsi di frequente i capelli, quasi che con quel gesto riuscisse a mettere in ordine il fiume di idee che ha in testa e che restano attaccate ad ogni ciocca, pronte a volar via qualora lui non le afferrasse al volo. Osservarlo mentre narrava la sua storia e il suo approdo alla fotografia mi faceva pensare anche alle sue origini. Sì, io parto da presupposti storici in tutto ciò che faccio perché la ricerca storica è parte del mio iter professionale e dunque, mi chiedo sempre quali siano le origini primarie di chi ho di fronte. Francesco Faraci è palermitano ma dal suo cognome si evince che ha lontane origini arabe. Inoltre ha una gestualità che seppur presente in ciascuno di noi isolani è estremamente marcata. In sincerità, quando parlava, mi ha dato l’impressione di un mercante che vende spezie al mercato. Raccontava le sue esperienze con immediatezza ed invitava a parteciparvi seppur con la capacità di convincere l’ascoltatore. Spero che Francesco sorrida per questa descrizione, però è esattamente ciò che ho visto.

Quel pomeriggio di gennaio ha presentato “Malacarne”, un progetto che lo ha coinvolto per tre anni nella “sua” Palermo. Un progetto, che è un itinerario nella ragnatela dei quartieri storici della città: Cep, Zen, Brancaccio, Sperone e Ballarò. Francesco Faraci è portato per documentare la realtà.Una realtà che non solo lo circonda ma in cui si immerge totalmente, tanto da esserne spremuto e distillato. Di certo, i suoi studi legati all’antropologia ed alla sociologia lo guidano, ma qui c’è di più di un reportage a sfondo sociale. C’è il desiderio di veder riscattata una parte di quel popolo ricco e “bastardo”, quale è il popolo siciliano. Ricco perché si nutre di millenni di storia e di storie, poggiando le sue antiche origini sul passaggio e la sosta di culture differenti. “Bastardo” perché qui da noi parlare di “purezza della razza” è una bestemmia. Noi siciliani siamo bastardi nel DNA; il nostro sangue è denso e generoso perché noi siamo il popolo delle differenze. Quindi sentire Francesco parlare dei quartieri e della multiforme vita che vi brulica, un’umanità che osserva non vista, di cui si sentono gli odori forti che si attaccano direttamente alla pelle, ed avere davanti le sue fotografie mi ha fatto comprendere che per lui la fotografia è un’arma. Un’arma pacifica, s’intende, come lo è la scrittura ma che lo conduce a lottare contro “il male di vivere” dentro l’attuale società. Francesco Faraci ferma nelle sue immagini quell’umanità che suda, respira, salta, grida, ride, piange oppure non parla. Tace, ti scruta e non parla. L’ansia di Faraci, che lo ha spinto a questo viaggio, è stata quella di far capire che qui, di umanità si tratta e non di “Malacarne”. Ha raccontato di loro per parlare anche di se stesso.

Faraci si è concentrato, in particolare, sul mondo dell’infanzia e dell’adolescenza. I ragazzi dei quartieri che vengono in modo spregiativo detti “Malacarne” ovvero lo scarto, quello che non serve a nessuno, simili adei paria. Si è immedesimato perché in fondo pure lui è stato un ragazzo e al di là del tessuto sociale e culturale che in-forma questi ragazzi, dai loro visi e da quegli occhi diffidenti e rifurbati, da quei gesti strafottenti,emerge il mondo dei ragazzi che hanno dentro i colori dell’arcobaleno, pur se la vita quei colori glieli vuol far pagare a caro prezzo. Sono ragazzi e ridono e giocano e si fanno i dispetti. Sono ragazzi che se sai coglierli al momento giusto, si sciolgono in tenerezza e ti riempiono il cuore con una risata sdentata. Francesco Faraci fotografa l’umanità in bianco e nero così come il pittore Giovanni Iudice la inonda di colore. Ho notato delle assonanze tra i due. Faraci fotografa in bianco e nero per esaltare il colore e la luce della Sicilia; Iudice dipinge la sua umanità a colori per far emergere quelle ombre nelle pieghe della pelle. Entrambi narrano la gente.

Recentemente, mi ha colpito un post di Francesco. Lui che lascia tracce del suo girovagare fotografico e narrativo su Facebook, ha riportato una riflessione che lo ricollega a quel pomeriggio, a “Malacarne”, al suo mondo: «La granita al gelsomino. L’aglio sfregato sul pane raffermo. Il cous cous di pesce. Le olive. Il vino rosso. Il Mediterraneo che si odora, si tocca, si mangia. Seduti a tavola non esisterebbero guerre, né massacri, né poveri cristi in alto mare. Se stessimo sempre seduti attorno a una tavola imbandita non esisterebbe colore della pelle, ci sarebbe solo un ‘noi’ e il mondo sarebbe un posto migliore».

Queste sue parole che ti fanno sentire odori e sapori di una terra bella da far ammattire chiunque giunga a visitarla; queste frasi che sanno di inno di amore e devozione come solo gli innamorati sanno fare, mi costringono a pensare a quei ragazzini che vengono considerati “Malacarne”, ma più in generale allargando la visuale, a tutti i bambini. Quei bimbi di ogni età che arrivano da noi con una scintilla nello sguardo, figli di una terra che a malincuore hanno dovuto abbandonare. Vittime di brutalità e violenza insieme alle loro famiglie. Dai quartieri di Palermo, il mio sguardo va alla ricerca di quegli occhi naufraghi e speranzosi e ritorna indietro ai quartieri. Questo è l’invito di Francesco Faraci. In quei quartieri troverete ragazzini diversi per colore e cultura ma palermitani e siciliani. Figli di quei figli che ce l’hanno fatta. Figli delle migrazioni. Perché mettiamocelo in testa, le migrazioni hanno fatto la storia dell’uomo e non possono essere fermate. I ragazzi di “Malacarne” tuttavia mi inducono ad altre visioni. No, non sto pensando ai ragazzi di Pasolini, sebbene il collegamento venga spontaneo. Io penso a chi ci ha lasciato un ritratto di un “Malacarne”, che per il suo aspetto ed il suo sguardo portava gli altri a chiamarlo “Rosso malpelo”, ed a vederlo come il demonio poiché si dice Nomen Omen. Verga scrisse questa novella nella seconda metà del XIX secolo e Rosso Malpelo è un caruso, un ragazzetto che ha visto dolore e sofferenza e si è forgiato nell’asprezza della vita. Si mostra un duro ma è soltanto un ragazzo che vorrebbe non essere cresciuto tanto in fretta. I ragazzi di “Malacarne” che è anche un book fotografico – MALACARNE. Kids come First, edito da CROWDBOOKS, 2016 a cura di Benedetta Donato–sono come gli angeli di Paul Klee, folli ma con un’ingenuità non del tutto sparita.

I ragazzi pur in un mondo corrotto rappresentano la salvezza per noi tutti, che dovremmo reimparare ad essere un po’ più folli, e dovremmo reimparare a correr dietro ad un pallone, ad andare su di un’altalena. Dovremmo ripulirci dalle incrostazioni della società e ridere, buttandoci a pancia all’aria su una spiaggia mentre guardiamo il cielo. I ragazzi che Francesco Faraci ha fotografato, sono ragazzi. Li troverete in ogni parte del mondo, così come ritroverete un cielo sotto cui sdraiarvi e sognare.

Lisa Bachis

Per chi volesse maggiori informazioni sul lavoro di Francesco Faraci, può andare sulla sua pagina Facebook oppure sul sito www.francescofaraci.com

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