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IL CINEMATOGRAFO AI TEMPI DEL COVID-19. “COLD WAR”

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Foto dal Web

Sono riuscita ad andarci il giorno prima della chiusura e delle restrizioni che via via si sono fatte sempre più stringenti, sino ad oggi, dove le raccomandazioni a restare a casa e a lavarsi spesso le mani si susseguono incessanti insieme ai bollettini di guerra e di nuovi morti. Siamo al tempo del Covid-19, il nuovo e oscuro nemico di quest’epoca digitale, a tratti spersonalizzante. Ma ciò che accade coinvolge esseri umani in carne ed ossa. Erano i primi di marzo e la “Casa del Cinema” di Taormina aveva avviato una programmazione di alta qualità, per offrire la possibilità di godere della proiezione di una rassegna di primo livello. Nel rispetto delle misure previste dal Governo, si manteneva la distanza di sicurezza – ancora non eravamo con i guanti e le mascherine – e quel pomeriggio, quando sono andata alla proiezione delle 16:30, eravamo in tre. La “Fondazione Taormina Arte-Sicilia” ha tenuto fede agli impegni presi sino a che è stato possibile. Ed io volevo andarci a vedere il film, sentivo che era quello che mi ci voleva, quasi presentissi che mi sarebbe stato di giovamento non solo durante quel pomeriggi in cui Taormina era ancora vitale ma nel periodo successivo, inchiodandomi alla riflessione e al confronto con la storia del passato e del presente.

Ed ecco che oggi, quel film mi accompagna nell’interrogarmi su come si svolgano le relazioni a distanza e più distanti, per proteggerci da un nemico visibile solo al microscopio. Relazioni già liquefatte nel magma virtuale, in cui ad ogni sentimento corrisponde o dovrebbe corrispondere un emoij, una faccina, un simbolo più immediato e facilmente interpretabile, tanto che gli antichi Egizi si sentirebbero offesi.

“Cold War” è un film autoriale del regista polacco Paweł Pawlikowski tornato dopo l’Oscar a “Ida”. Una storia d’amore tra due esuli stretti in un amore disperato dopo il pesante testamento lasciato dalla Seconda Guerra Mondiale. La storia si ispira alla vicenda familiare dei genitori del regista e la dedica “ai miei genitori”, poco prima dei titoli di coda, lascia un groppo in gola amarostico. La durata, di 85 minuti, è un distillato di immagini, musica e poesia che tesse la storia di sopravvivenza dei due protagonisti. Ma non è un film che indugia nel sentimentalismo, è un documento feroce e struggente sull’amore e sui sentimenti in una fase di transizione, che vede al centro non solo la Polonia ma la trasformazione della società europea mentre si lecca le ferite e lentamente riemerge dalla distruzione. Una storia che avrebbero potuto raccontare in molti; una storia che oggi ci richiama con drammaticità e senso di speranza a ciò che stiamo vivendo, noi un mondo in quarantena. La storia si raccoglie tutta in una narrazione di 40 anni di amore, passione, rincorsa e abbandono dei due amanti attraverso il confine che pian paino si materializza: la Cortina di Ferro. Il mondo diviso in blocchi tra U.S.A e U.R.S.S. con l’Europa che fatica ad emergere; e forse è proprio per questo che ancora ad oggi non è affatto emersa.

I protagonisti sono Viktor e Zula. Lui è un pianista e arrangiatore dalla bellezza malinconica e molto colto, Zula è la bellezza dell’Est, apparentemente fredda e calcolatrice ma sensuale e dall’eleganza naturale. Un’eleganza che la racchiude e la tiene lontana da una vita di abuso e violenza paterna; è ambiziosa e fragile nello stesso tempo. All’apparenza, forte e determinata; nella sostanza, invece, fragile di quella fragilità che accomuna chi ha vissuto non amore ma annientamento di corpo e anima.  

Pawlikowski ha girato il film in 16 mm e con il formato di 1:1:33, che dà una forma quasi quadrata alla proiezione. Ci si trova innanzi a un bianco e nero severo, un altro dei motivi per cui volevo vedere il film. Attratta da sempre, sin da quando ero una bimba, dal bianco e nero; così anche dalla patina di polvere e giallo dei documenti del tempo, dall’odore di esperienze che ho sempre cercato di afferrare. Tutto nel film è al suo posto, la narrazione si fa ad ogni istante irruenta, e di una poesia blasfema che urla un amore che non dovrebbe essere. Accade perché le regole dell’amore sovvertono le regole imposte dalle restrizioni e dal regime o dal sostrato culturale. Magari finiranno per annientarci ma è un vomito viscerale a cui non ci si può sottrare, lo sanno bene Viktor e Zula che sin da subito si appartengono, nei loro feroci litigi e nelle loro intense riconciliazioni. Lei una selvatica creatura, lui alla deriva per farsi stringere nella sua rete. La vicenda si snoda dal 1949 al 1964. La Polonia entra nelle maglie del Comunismo e tutto si adegua al regime: comportamenti, musica e società. Parigi diviene la città dell’esilio, prima per Viktor che va dall’altra parte quando il Muro non è ancora stato tirato su; successivamente per Zula che deve tornare all’amato. La musica dai canti popolari polacchi ad uso e consumo del Comunismo e il Jazz parigino ed europeo sono lo sfondo di sguardi laceranti e passionali gettati come esche dagli amanti. Orgoglio e insicurezza sono lanciati tra offese e fraintendimenti. Ma gli innamorati sono anche questo: contraddizione e non ammissione di qualcosa che è già più grande di loro.

Il vero protagonista di quest’amore, scapigliato e poetico distruttivo e totalizzante, è però il silenzio. Un silenzio che attraversa i luoghi e le persone dalle campagne polacche innevate ai sobborghi parigini pieni di suoni di riscatto. Il silenzio è la chiave per entrare dentro quell’amore, che sceglie il silenzio. Quello finale di un luogo isolato e immerso in una Natura apparentemente muta, complice nell’atto di libertà finale, anch’esso lasciato al silenzio.

L’eredità dei protagonisti è un figlio, ma consci che il loro stare uniti per sempre prevede l’estremo sacrificio, scelgono la via senza ritorno. La delicata poesia di quest’amore è tracciata dalla scena finale dove quella panchina vuota della loro precedente presenza segna il coronamento, di quell’unione sugellata poco prima in una chiesa diruta. Silenzio e bianco e nero.

Un amico fotografo ama dire che “sono le foto ad andare da lui” e per me quel pomeriggio con la visione di “Cold War” è stato lo stesso. Il film con la sua storia intima e collettiva, allo stesso tempo, è venuto da me, mi ha teso la mano ed io l’ho stretta. Ho sentito Viktor e Zula parlarmi e in questi giorni strambi, surreali e stranianti, ai tempi del Covid-19, mi reinterrogo su chi ha affetti e amori che non può vedere perché deve proteggerli dal nemico. O su chi ha la fortuna di avere i cari vicino ma ancora tergiversa e si nega al dialogo e al vero contatto. Certo ci sono anche coloro che vorrebbero stare lontano perché la vita in famiglia o pseudo tale gli va stretta, ma io desidero invece riflettere sugli attuali esuli dell’amore. Frastornati che si appiccicano allo schermo di un telefono. Si scambiano foto e frasi. La passione degli esuli di oggi è fatta di erotismo virtuale e di liti per incomprensioni sull’interpretazione di un messaggio. Gelosie “social” per commenti non scritti e cuori non offerti. Naturalmente ritengo che nonostante i tempi di crisi, noi siamo avvantaggiati da questi strumenti e dal fatto che possiamo restare a casa. Ma in verità, siamo anche spaesati perché adusi all’immersione totale e non più avvezzi al silenzio rigoroso.

Mi piace pensare, però, che gli esuli dell’amore del XXI secolo sapranno attendere il momento in cui potranno mischiarsi carne e saliva e gridarsi in faccia i sentimenti. “Cold War”, pur nella sua drammatica fine, insegna che l’Amore è Amore e lascia aperte finestre su nuovi mondi. Qui gli amanti si rotoleranno stretti su prati.

Avvolti dall’abbraccio di una Nuova Primavera nell’epoca di una Nuova Umanità.

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