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Il dialogo filosofico protagonista all’archivio storico di Taormina con la Prof.ssa Lucia Lo Giudice

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Foto dell'autrice

Un nuovo appuntamento nel ricco calendario di eventi proposto dall’UNITRE Taormina si è tenuto ieri, 20 febbraio, nella Saletta Conferenze dell’archivio storico. Un luogo divenuto punto di riferimento per incontri culturali di alto livello, dove le varie associazioni locali si spendono a favore della città. La conferenza di ieri: “L’uomo nell’età della tecnica: l’impatto della tecnologia nella vita odierna”, nelle sue premesse, avrebbe dovuto essere di classica impostazione dove il relatore – in questo caso la relatrice – di fronte al pubblico avrebbe trasmesso informazioni e dati. Invece, su esplicito desiderio della prof.ssa Lucia Lo Giudice, tutto si è svolto secondo le dinamiche del dialogo filosofico di ispirazione socratico-platonica che ha reso l’incontro denso di spunti sull’uomo e le sfide che lo attendono.

Nell’introduzione di saluto e presentazione, la prof.ssa La Tona Ponte, presidente “UNITRE Taormina”, ha immediatamente posto l’accento sulle diverse qualità della Lo Giudice, definita come «donna impegnata oltre che già docente di storia e filosofia presso il liceo classico di Giarre. Impegnata attivamente con l’Archeo Club; figura importante per Fidapa nonché socia fondatrice di “UNITRE Taormina”. Senza tralasciare l’impegno attivo in politica».

La professoressa Lo Giudice a sua volta, dopo aver ringraziato la prof.ssa La Tona Ponte, ha posto le linee guida che avrebbe seguito:

“L’uomo nell’età della tecnica: l’impatto della tecnologia nella vita odierna” è un tema importante da affrontare; tuttavia questa vuol essere chiacchierata informale. Tale sarà il taglio di riflessione, cogliendo l’occasione offertami da “UNITRE Taormina”. Partiamo dal presupposto che noi siamo sommersi dalla tecnologia ed il senso dell’incontro e proprio sugli usi che ne facciamo e sull’uso che essa fa di noi. Ciò che si vuol provare a fondare è un Umanesimo critico. Oggi vi sono due posizioni: chi vede la tecnologia quale panacea e chi la demonizza. Il punto comune ad entrambe le visioni è che si tratta di una realtà che ci ha modificato.

L’argomento affrontato dalla prof.ssa Lo Giudice ha dato modo di aprire varie finestre di dialogo, tanto che confrontarsi su etica, limiti e responsabilità non ha scoraggiato i presenti. Dalle parole della Lo Giudice, è emerso un punto fondamentale legato alla parola “tecnica” e alla sua etimologia, poiché le parole e il linguaggio umano devono essere atti responsabili.

In un interessante excursus etimologico facilmente reperibile in qualunque dizionario, e che io ho riportato, aggiungendo qualcosa, nella versione,offerta da “spazioinwind.libero.it” si legge:

«Il sostantivo femminile “tecnica” proviene dal greco τέχνη [téchne], che tradotto significa “arte” nel senso dell’aver perizia nel fare qualcosa. La parola è strettamente connessa alla poíesis. Il nome ποίησις che significa “il fare dal nulla” come espresso da Platone nel Simposio, appare la prima volta in Erodoto nella sua veste di “creazione poetica”. Secondo il pensiero filosofico, la poíesis è “l’attività in cui una persona crea qualcosa che prima non esisteva”. Quindi è legata alla creazione spirituale ed artistica. La parola téchne rinvia anche ad una radice indoeuropea, “tek” nel senso di “tessere”. Tale radice è la stessa da cui derivano, traslate dal latino, ad esempio le parole: testo, tela, testa. In latino la parola téchne è sostituita da ars, artis: che ha radice in comune con “artus” e arma. Di derivazione greca, è presente nella lingua latina l’aggettivo, technicus, come maestro di un’arte, specialista, impiegato da Quintiliano. Anche le lingue neoromanze usano parole derivate da ars: art (francese), arte (spagnolo o italiano), mentre in inglese l’equivalente è craft. Le “arti meccaniche” indicavano infatti i lavori manuali che richiedevano una certa abilità. L’aggettivo technicus riprende vita, in relazione alla diffusione dell’Empirismo, nel primo ‘600 in Inghilterra, dove si ritrova tecnical (riferito a persona, 1617); mentre in Francia la prima segnalazione di tecnique è del 1721 (attestato, nel 1756, dall’Academie française). Ma nel 1764, quando esce la più famosa opera illuminista, l’Encyclopedie, essa ha come sottotitolo “Dictionnaire raisonné des sciences, des arts e des métiers” (là dove arts sta ancora per tecniche). In Italia l’aggettivo sembra sia entrato nel 1754-56, mentre il sostantivo tecnica risale al 1891».

Anche la prof.ssa Lo Giudice creando un collegamento con quanto argomentato, attraverso l’iter percorso, è giunta al cuore della questione:

La tecnica è espressione del razionale; è ciò che ci distingue dagli animali. La tecnologia infatti è “applicazione tecnica”. La tecnica nella storia dell’uomo è “il rimedio a ciò che ci rende biologicamente imperfetti”, citando Platone.  Se analizziamo più da vicino il contenuto del mito di Prometeo, esso è il simbolo della tecnica.

In effetti i due elementi, il fuoco donato agli uomini – con conseguente superamento del limite e lo scatenarsi dell’ira degli dei che lo puniscono – e le catene che lo costringono legato, rappresentano il desiderio di conoscenza e il richiamo al rispetto delle regole. La punizione di Zeus inferta a Prometeo, il quale è condannato a essere legato giorno e notte ad una rupe dove un’aquila gli rode il fegato che gli ricresce per l’eternità, è stata descritta in modo mirabile da Esiodo nella Teogonia:

«Legò Prometeo dai vari pensieri con inestricabili lacci, / con legami dolorosi, che a mezzo di una colonna poi avvolse, / e sopra gli avventò un’aquila, ampia d’ali che il fegato / gli mangiasse immortale, che ricresceva altrettanto / la notte quanto nel giorno gli aveva mangiato luccello dalle grandi ali».

Tale mito può anche essere associato alla descrizione offerta dal testo biblico del Genesi dove la perdita dell’ingenuità e la scelta della visione consapevole, sono associati al peccato adamitico e alla cacciata dal Paradiso quale punizione divina.

La professoressa Lo Giudice ha esplicitato che

Il mito di Prometeo è il simbolo della tecnica. La tecnica antica era l’ottenimento per soddisfare bisogni e non manipolava la natura. La Tecnica attuale sì. Il Rapporto tra scienza e tecnica si basa sul loro essere condizionate dal potere. Questo è il rischio contenuto nell’autonomia tecnica. Perché è importante solo il fare. La scienza moderna da Bacone in avanti ha aperto e tale strada. Per Hobbes, la tecnica è la capacità di trasformare il mondo non più legata al semplice consumo ma alla produzione e alla quantità. Gli uomini assumono funzione di strumenti intercambiabili; viene privilegiata l’autonomia della tecnica rispetto al fine per cui si fa e si produce.

Da qui, un’ulteriore passo avanti nella riflessione condivisa con la chiamata alla responsabilità dell’uomo fatta Hans Jonas. In effetti, nel 1972, il filosofo tedesco di origine ebraica, in seguito naturalizzato negli Stati Uniti, pronunziò un discorso che poi venne raccolto in un saggio: Dalla fede antica all’uomo tecnologico. Il Discorso fu pronunciato all’International Congress of Learned Societies in the Field of Religion, che si tenne a Los Angeles nel settembre 1972. Qui di seguito, riporto un passo assai pregnante per comprendere il senso più profondo dell’atto di responsabilità al quale l’uomo è chiamato, una volta di più, oggi che siamo nell’era della “Rete”, della globalizzazione scientifica e delle immediatezza delle informazioni:

«Più precisamente, la mia tesi sarà che, in conseguenza di determinati sviluppi delle nostre capacità, la natura dell’agire umano è mutata, e poiché l’etica è connessa con l’agire, da ciò dovrebbe derivare che la mutata natura dell’agire umano richiede anche un mutamento nell’etica: questa non semplicemente nel senso che nuovi oggetti dell’agire hanno ampliato materialmente l’ambito dei casi a cui devono essere applicate le regale vigenti del comportamento, ma nel senso più radicale che la natura qualitativamente nuova di certe nostre azioni ha dischiuso una nuova dimensione eticamente significativa, di cui non esistono precedenti nei criteri e nei canoni dell’etica tradizionale. Le nuove capacità a cui penso sono, ovviamente, quelle della moderna tecnologia. Di conseguenza, cercherò innanzitutto di spiegare come questa tecnologia influisca sulla natura del nostro agire, in quali modi essa, sotto il suo dominio, renda l’agire differente da ciò che è stato in ogni epoca. Poiché l’uomo non è mai stato privo di tecnologia, la questione verte sulla differenza, in relazione ad esso, tra la tecnologia moderna e quella antecedente».

Jonas ha detto chiaramente che «l’etica è connessa con l’agire, da ciò dovrebbe derivare che la mutata natura dell’agire umano richiede anche un mutamento nell’etica» e la professoressa Lo Giudice ha più volte insistito sulla necessità di un ripensamento dell’uomo e dell’assunzione della responsabilità sull’agire. Jonas proveniva dall’esperienza delle aberrazioni naziste ma come ha fatto notare la Lo Giudice «quanto oltre siamo disposti a spingerci, per il fare produzione e per l’esecuzione di tecniche e procedure?». A suo avviso, siamo in una fase rivoluzionaria, pari a quella del Neolitico quando l’uomo diventa sedentario e tramite la tecnica si apre alla civilizzazione. In tal senso, il pensiero espresso da Martin Heidegger ne La Questione della tecnica, giunge anch’esso ad inchiodarci alla riflessione:

«Il pericolo non è la tecnica. Non c’è nulla di demoniaco nella tecnica; c’è bensì il mistero della sua essenza». Perciò volgendo lo sguardo ad Oriente, e ricollegandomi alla parola “tecnica” e alla sua etimologia, riporto quanto scritto nel dizionario online:

«Per curiosità si può ricordare che in Cina l’ideogramma per indicare la parola tecnica, significa al tempo stesso, arte, mistero e processo. La sua origine è il simbolo del crocevia, che significa cammino, strada, comunicazione».

Allora ecco che il pensiero di Heidegger, quello di Jonas, quello della prof.ssa Lucia Lo Giudice e quello offerto dalla parola cinese si fondono in un’unica visione: l’essenza della tecnica, è il destino dell’uomo stesso, ma sta all’uomo intraprendere il cammino nella scelta di un linguaggio responsabile e di scelte eticamente indirizzate, che tutelino il senso del Mondo e quello della Natura nella sua interezza.

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