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LA FOTOGRAFIA AL TEMPO DEL COVID-19. “CAMERE CON VISTA”: IRENE, NUNZIA E MAX

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Foto di Irene Turiano

Lunedì 13 e giovedì 16 aprile, altri due appuntamenti insieme all’associazione fotografica “Taoclick” e a “CAMERE CON VISTA”, il salotto social che ha fatto del #iorestoacasa e del #contagiofotografico un piacevole momento di condivisione, aperto a tutti coloro – appassionati e non – che hanno curiosità di approcciarsi all’universo multi senso e pluri verso della fotografia. Media Partner degli incontri il giornale online “JonicaReporter”, mentre la regia e la struttura del format sono state affidate ai sempre più rodati: Rogika, Rocco Bertè, Alfio Barca, Lillo Laganà e Augusto Filistad. Appuntamenti seguiti, richiesti e apprezzati per il clima informale e domestico; mai scontato o noioso.

Ho avuto modo di annotare che, tra i sostantivi circolanti durante le dirette “Facebook”, vi è stata la parola “emozione”. Credo dipenda dal periodo che ci costringe ad una prigione di regole e divieti, e ci fa fare i conti con noi stessi, con il rischio di precipitarci in una confusione di arrovellamenti sul senso della vita e su ciò che ci attende domani, dato che siamo inchiodati all’oggi più che mai. C’è fame di sentire tutto di più; c’è sete di libertà e di recupero di rapporti fisici, di contatti, di sguardi, fuori dai filtri tecnologici. C’è disperato bisogno di umanità e di emozioni, per l’appunto. Siamo così fragili, simili a rami spezzati che fanno fatica a germogliare, in una “Povera Patria dove la Primavera tarda ad arrivare”.

Emozione ed emozioni, ciò che non ci rende aridi; linfa che irrora ogni frammento dei nostri tessuti esteriori e degli atomi della nostra interiorità.

Ebbene, presa anch’io da questa sfilacciata e labirintica situazione da “quarantena”, abbandono il taglio più classico dell’approfondimento e vi regalo una narrazione delle emozioni; filo conduttore dei tre incontri con Irene, Nunzia e Max.

Una donna, Irene, con un sentire talmente forte ed estremo che la fa sobbalzare ad ogni piè sospinto. La “sua” fotografia è una ricerca di tutte le radici della nostra Isola. Dialoga spesso con il paesaggio ma non gli si pone in contrapposizione, bensì prova nello scatto a raggiungere il compromesso tra il visto e il sentito. I suoi paesaggi sono un canto verso la Natura; desidera riproporre gli effetti naturali perché nell’oscurità a cui siamo soggetti dalle nostre anime tormentate, lei cerca risposte nella luce. Quella delle albe e dei tramonti. Insegue storie e aneddoti tra i vicoli dei paesi nella tradizione quale quella del Maiorchino di Novara di Sicilia, oppure quella dei Mastri D’Ascia come i Rodolico. Paesaggio, Natura e Mare. Il mare è elemento primigenio per Irene, è l’acqua ed è l’orizzonte che ci dona prospettiva per l’esserci un domani, a partire dall’oggi. I suoi colori sono fedeli al contesto, non vi sono esagerazioni nei contrasti proposti. La letteratura e l’amore per le parole la sostengono e fanno da contraltare alle immagini. I testi sono narrazioni e memoria, sono visioni, Irene vuol sentire di più ed avere visioni. Predisposto il suo incedere anche per la “Street Photography”, osa ma non è inopportuna, mantiene un riserbo tutto suo. Eppure ha una certa audacia nel cercare il contatto visivo, l’aggancio con la strada e la vita che vi transuma. Prospettive dall’alto o dal basso. Angolazioni che tengono ad una certa distanza i volti, non è una ritrattista ma è attenta ai dettagli. L’emozione la accompagna e viene trasfusa nel suo lavoro, in hotel. I dettagli sono fondamentali, la fotografia ha affinato un occhio già clinico ma lo ha rivestito di lacrime commosse. Colore e Bianco e Nero si intersecano, favorendo il sentimento e la manifestazione della visione. Parla Irene, dialoga, con la sensibilità accesa degli amanti, lo fa con il mondo che ha attorno. Gli affetti, la famiglia, gli amici, la “sua Taormina” che è casa; i luoghi visti, vissuti. Il mare, il mare: il Mare! Irene è come l’ostrica verghiana. Resta attaccata allo scoglio nonostante tutto e si fa avvolgere dall’abbraccio del Padre Mare e della Madre Terra, offrendo in dote le sue immagini.

Ciò che unisce Irene, Nunzia e Max, oltre all’amicizia, è il far parte di una realtà consolidatasi nel tempo: l’associazione AF011 di Roccalumera. Un luogo che è casa e dove ci si sente a casa. Mario Pollino il presidente e tutti loro hanno avuto il coraggio e la capacità di portare la fotografia alla fruizione di tutti. Non è facile, non è semplice.

Nella storia di Nunzia e di Max – che è anche e per fortuna, una storia d’amore e di condivisione – vi sono i differenti percorsi che ciascuno di loro ha fatto ma si ritrovano i medesimi elementi che ci sono in Irene: affetti, amicizia, famiglia e ricerca della preservazione dell’identità nel rispetto delle differenze e dell’accoglienza dell’altro. La fotografia è una tavola imbandita, alla quale potersi sedere insieme. Ciascuno ha preparato un proprio piatto da offrire in modo conviviale agli altri. Nunzia e Max ci hanno fatto vivere le emozioni del viaggio con un reportage su Marrakech. Le foto di Max e Nunzia le riconosci perché la cifra stilistica è differente. Il percorso è differente, seppur è quel percorso che li ha fatti incontrare e innamorare. Oggi, voglio scrivere di emozioni, di sentimenti, e di amore, perché abbiamo bisogno di “vero amore”.

Max ha frequentato i corsi di Rocco Bertè, si è formato, ma ha anche una tradizione famigliare che lo lega all’istrionica sorella Ursula alla serigrafia e all’arte. Ha un occhio tecnico ma si definisce “fotoamatore” per non intaccare questa essenza d’arte, che si porta dentro, con la speculazione economica del mestiere in cui l’arte è divenuta prodotto e merce di scambio. Il Bianco e Nero, nostalgico e d’altri tempi, lo assilla. Le forme e i soggetti del reportage – cha accomunato lui e Nunzia – sono netti, nel dosaggio della luce che esalta strade e linee nei quartieri, ma rasentano l’indefinito nel movimento di un motorino. Per entrambi, la post produzione è trattata con parsimonia; in Max, vi è l’incessante confronto con se stesso e l’interrogarsi sull’esistenza, mai pago ed eternamente irrequieto. Traspare dalle foto. Il freno è la tecnica appresa negli anni. Nunzia è avvolta da vapori poetici e rarefatti e lo sono anche le sue foto. Sì, l’emozione è presente, il desiderio dello scatto inseguito ma l’effetto è svaporante. Soggetti e luoghi, nella via tracciata dal Bianco e Nero, sembrano in sospensione. Nunzia ed Irene hanno una visione da Vestali: custodiscono e cantano liriche alla Terra.

Nunzia e Max hanno fotografato gli stessi ambienti e le stesse persone, ed entrambi hanno riportato lo spirito del “Genius Loci” mediante la scelta del Bianco e Nero, che trae fuori l’essenza e non distrae. La loro unione traspare anche da qui, e non si può che benedirla quest’unione, perché è sacra e sugellata dalla fotografia. Non hanno intenzione di privarsi del colore ma in questo reportage ciò che conta è dato dal Bianco e Nero.

Qualora poi si fosse desiderosi di far straripare le loro emozioni, allora bisognerebbe chiedere, a ciascuno dei tre, quale momento hanno preferito non fotografare, ponendo da parte obiettivi e attrezzature per lasciare che lo scatto perfetto fosse quello degli occhi del cuore. Ho ascoltato le loro parole e visto i loro occhi. Una voce rotta da un tremolìo; una chiarità nelle loro pupille. Li ho visti tornare bambini, un miracolo da rinnovare ogni giorno. Ciascuno secondo il proprio verso, in una comunione linguistica che la fotografia sostiene ma non oltraggia, perché come è scritto nel Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry:

«Che si tratti di una casa, delle stelle o del deserto, quello che fa la loro bellezza è invisibile».

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