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LA FOTOGRAFIA AL TEMPO DEL COVID-19. “CAMERE CON VISTA”: URSULA COSTA

Senza categoriaLA FOTOGRAFIA AL TEMPO DEL COVID-19. “CAMERE CON VISTA”: URSULA COSTA
Foto di Ursula Costa

Un periodo privo di punti di riferimento ha necessità di nuove stelle da seguire in un mondo in cambiamento. La scelta del #iorestoacasa e di un diverso contagio umano e virale, ma non letale, è stata quella fatta dall’associazione fotografica “Taoclick” e dai suoi “ragazzacci indisciplinati”. Ben venga, dunque, la mancanza di disciplina se sostiene e lancia nuovi modi di confrontarsi con il reale, anche e soprattutto quello di tutti i giorni. “CAMERE CON VISTA” è il format lanciato dal gruppo a cura di Roberto Mendolia (Rogika) in stretta sinergia con Rocco Bertè, Alfio Barca, Augusto Filistad e Lillo Laganà. “JonicaReporter”, diretto da Valeria Brancato, è ancora una volta media partner in questa nuova avventura tutta social, la quale sta avendo notevoli consensi. L’originalità del format sta nell’aprire le finestre delle proprie case, al tempo del Covid-19, un affaccio sulla vita degli ospiti e un luogo dove chiacchierare di esistenza e visioni. Il domestico è fondamentale, esso non è solo cornice ma parte integrante degli incontri, che acquistano una dimensione intima e umana, lontana dai bollettini di guerra e dalle statistiche giornaliere, che ci stritolano in riflessioni asettiche e igienizzanti.

Domenica 19 aprile, è stato il momento, attesissimo, di Ursula Costa. L’esposizione si è fatta strada in un piacevole rimbalzo tra parole e fotografia, ed ha avuto quale centro determinante la Donna: essere umano e massima espressione del “Femminino sacro”. La “Grande Madre” ha vaticinato attraverso la voce e le immagini di Ursula Costa, racchiusa nel progetto “Novecento”. Uno sguardo di una donna sulle altre donne secondo l’ottica della “fotografia solidale”. Ursula Costa è infatti una fotografa che traendosi fuori il cuore dal petto, preferisce farlo pulsare innanzi a tutti e senza vergogna. La sua empatia e il bisogno atavico del dire nell’inclusione dell’altro la conducono a camminare stringendo mani, abbracciando anime, condividendo lacrime di gioia o di tristezza. Una messaggera della “Grande Madre”. Il suo lirismo fotografico è una incessante narrazione dell’essere donna insieme alle donne, in un sostegno partecipato da parte dei compagni: gli uomini.

In “Novecento”, una porta non è semplicemente una porta, ma è accesso all’universo femminile della madre; sua madre: artista complessa e completa. L’arte, la pittura, la serigrafia, il disegno sono nel tessuto genetico di Ursula Costa. Le donne l’hanno accompagnata e continuano ad accompagnarla lungo il cammino, nella rievocazione di ricordi familiari, di mani sporche di colore, di carboncino e assenza di gomma pane: madri, nonne, amiche di ieri e di oggi che, in pose spontanee o richieste, si danno alla testimonianza del loro stare al mondo. Questo mondo. Madri come lo è la “Muntagna”, l’Etna: epifania organica della “Grande Madre”.Novecento” è un progetto che educa donne e uomini a un differente modo di darsi all’altro. Per questo, il sociale è ineludibile. Le tradizioni di un paese, le lacerazioni della carne, i sacrifici e i silenzi “nelle e sulle” donne hanno un odore e uno spessore diverso, che sa di latte e di sangue, di vita e di morte. Esse sono raccolte e trattate religiosamente dalla fotografa. Gli atti di annientamento dell’anima, gli oltraggi del bisturi, le maledizioni dei rapporti malati, che decompongono il corpo e l’essere, sono trattati con determinata verità ma delicatamente. Un fiore pur se avvizzito e senza acqua va cullato e non disprezzato. La Costa restituisce dignità ai volti e ai corpi. “Novecento” nasce dall’essere nata nel Novecento, negli anni Settanta del XX secolo. Nutrita e allevata in una famiglia di amore e arte, la fotografa ha viaggiato tanto; già da giovane aveva l’indole curiosa della scopritrice. Ha conosciuto la fotografia sin da ragazza insieme al disegno. Ha affrontato l’analogico e il contatto con la serigrafia. Ha voluto studiare all’Accademia di Belle Arti di Catania. L’intreccio esistenziale e intellettuale della Costa è fatto di studio, tecnica, passione e Amore. Il cuore va esposto perché il buio si affronta con la luce; la luce però non espone la merce ma preserva l’indicibile: l’essenza.

Riporto qui, quanto espresso dopo l’incontro che Ursula Costa ha tenuto, nel gennaio 2019, a chiusura di “SGUARDI DI DONNA” la rassegna organizzata all’archivio strico di Taormina, da “Taoclick”. Oggi, ritrovo molto di ciò che ho scritto in quell’occasione:

Ursula Costa, è una Donna zingara. Il suo DNA l’ha sempre portata a essere una raminga. E ci sta bene quest’immagine, con la sua scelta della fotografia, per dire il mondo. Nata a Toronto, da genitori siciliani, è poi tornata alla sua terra d’origine. Ha vissuto l’arte e la creatività sin da piccola, perché è figlia di artisti. Suo fratello Max l’ha ricondotta alla fotografia, ma in famiglia, avendo una serigrafia, la pratica della stampa è arte che si tramanda di padre in figlio. Lo ha detto quando ha presentato il reportage “Caltanissetta che Passione”. Ursula Costa è nomade come lo sono gli zingari. Per questo, appena può, sta e lavora a piedi scalzi. La sua anima tellurica richiede il contatto diretto con la Grande Madre. In fondo, ha scelto di vivere nei pressi dell’altra immensa Madre: l’Etna; A Muntagna! La fotografa ha ricevuto tanto, in questi anni, in termini di collaborazioni e scambi umani. La presenza di Vera Terranova, i laboratori con Rocco Bertè; gli scambi con Roberto Mendolia. Il rapporto intellettuale con Antonio Manta e gli umori della “Malacarne” ricevuti da Francesco Faraci. Ciascuno di loro ha inciso nella vita di questa fotografa, che usa la macchina fotografica come fosse un pennello, perché Ursula Costa dipinge immagini. Il suo “bianco e nero” è come il disegno a carboncino. Il dosaggio tra luci e ombre, in cui lei, spesso, sentendosi sull’orlo del precipizio, tira fuori “il nero che ha dentro” per lavarlo con la luce. Sì, per lei, la fotografia è stata scontro tra malattia e cura. L’ha vissuta come un’analisi per riemergere dagli abissi. Attenzione però, emersione e immersione vanno insieme. Galleggiare e affondare convivono in una morsa, che può essere fatale e portare all’inabissamento. Ma Ursula, attraverso l’obiettivo, ha imparato il senso dell’equilibrio e la possibilità di una salvezza di sé, e del mondo in cui vive.

A ciò che ho scritto, vorrei aggiungere che i legami con Michelangelo Lacagnina – uomo, amico, artista speciale che la Costa ha conosciuto nel 2016 –, e con Francesco Faraci si rinnovano costantemente; anche qui arte e fotografia si tendono la mano. Restiamo pertanto in attesa di nuovi progetti condivisi.

Il “bianco e nero” di questa donna-fotografa, con il trascorrere del tempo, s’è ispessito ma stranamente risulta lieve. Ciò è dato dal sapiente modellamento della luce, intesa in senso plastico. Non siamo più di fronte all’uso del pennello e dell’incisione ma all’uso dello scalpello. Ursula Costa, modella e scolpisce visi, corpi ed emozioni. Ieri ha dichiarato che preferisce far parte del “teatro della vita”, quando le ho chiesto se avesse pensato di fare la fotografa di scena, vista l’impalcatura con accenti teatrali delle sue foto. Lei ama gettarsi e vivere tutto, ogni singola particella di vita, con tutta se stessa. Le sue lacrime, che affioravano per l’emozione, erano pulite e vere come lei sa essere. Ha un modo di fotografare che la pone in un’ottica di visione dei bambini. La sua altezza spesso la porta ad assumere una visione dal basso che però le permette di leggere il mondo in purezza per scolpirlo nelle immagini. Paul Klee avrebbe visto la cosa con favore, l’artista che ritrovò l’alfabeto delle origini nell’arte dei bambini.

La fotografa non ha abbandonato il suo rapporto con il sacro, anzi. Il sacro nell’umano, presente nelle cerimonie religiose, sarà ripreso in prosecuzione con ciò che ha offerto in “Caltanissetta che passione”. Il sacro irrompe sempre nella fotografia di Ursula Costa ed è un sacro-donna, che a volerne dare un’interpretazione mistica, rimanda all’assunto: “Dio è Donna”. Immagini di Madonne e volti di Donne dalla penetrante intensità della sacralità caravaggesca. Il dolore del Venerdì Santo, nella velata trasposizione di un chiodo che emerge dalla sua stessa ombra, fiori, legno. Materia che rafforza il simbolismo presente nella Costa. La materia è allegoria del dolore e del sacrificio, l’interpretazione è legata alla privazione dell’anima di una madre che perde il figlio. La cifra sacra qui è nel dolore di Maria, simbolo assoluto dello strazio infinito, destinato a ripetersi nella perdita di altri figli per altri madri, nel mondo. La Madonna, è simbolo del sacro ed è reinterpretazione escatologica del “Femminino Sacro” che perde la connotazione terrestre per assurgere ad una sfera superiore, che l’arte ha magnificamente rappresentato tra Umanesimo e Rinascimento. Maria è la “Grande Madre” che, al contrario di Dio che si è fatto Uomo, si fa Madre celeste, idea e simbolo. La Costa però riporta indietro questa idea e la fa ripenetrare nell’humus della terra perché Maria è “Mater dolorosa” ed è donna.

Le immagini di “Novecento” in certo qual modo parlano di “inconscio collettivo”, così come esso è presente anche negli altri progetti di Ursula Costa.

Jung usò questa definizione nel testo Trasformazioni e simboli della libido, del 1912, e in proposito scrisse: «Per l’esperienza psicologica questi sono i contenuti archetipici dell’inconscio collettivo, i resti, uguali in tutti gli uomini, di un’umanità antichissima, il patrimonio comune ereditario e intatto da ogni differenziazione ed evoluzione, donato agli uomini al pari della luce e del sole e dell’aria».

Dunque l’inconscio collettivo è connesso a “immagini primordiali” ereditate. Esse ritornano ad aver corpo e plasticità nelle foto di Ursula Costa.

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