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UNA RIFLESSIONE AI TEMPI DEL COVID-19. DEDICATA A…

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Stavolta non scriverò recensioni o approfondimenti, io che dono spazio e voce agli altri. Oggi ho deciso di distaccarmi un po’ dal mio ruolo abituale per farvi entrare all’interno di un ambito più personale ed intimo, che tuttavia si incastra alla perfezione con ciò che stiamo affrontando. Come sempre, mi assumo la piena responsabilità delle mie parole. Esse entreranno nel mio mondo familiare per condurvi amorevolmente per mano dentro ad altri mondi.

Sono cresciuta in una famiglia di infermieri. I miei genitori, mia zia, molti amici. Anche oggi, ho parenti e amici che svolgono questa missione, e sapete bene che ai tempi del Covid-19 sono queste splendide persone ad essere in trincea, tra corsie e letti di terapie intensive. Vicino alle barelle e accanto ai letti nelle camere. Una missione, la loro, proprio di questo si tratta. Lo rivela il dato dei caduti sul campo di battaglia per donare una possibilità di vita e di salvezza a noi tutti. Lo testimonia la loro risposta positiva alla “chiamata alle armi” in cui infermieri e medici hanno accettato di esserci e rispettare i giuramenti etici fatti.

Una missione e una vocazione, come quella dei sacerdoti, perché non si svolge questa professione se non si sente la chiamata per donarsi al prossimo a discapito della propria vita. Desidero raccontare di me e di come si vivesse in casa mia, per spazzar via la scelleratezza di chi ha abbandonato quella via di umanità ed egoisticamente ha posto al centro se stesso.

Negli anni Settanta, gli ospedali di provincia avevano una dimensione più ridotta e si sentiva un sentimento familiare. A Taormina, quando l’Ospedale era dietro l’ex chiesa di “San Francesco di Paola” ci si conosceva tutti. I miei hanno cominciato a lavorare lì. Reparto “Medicina” primario il dott. Passalacqua, papà di Mauro. Capirete quanti siano i medici che mi hanno visto crescere; c’erano le suore nelle corsie. La cucina non era come quella degli ospedali attuali e la spesa se la facevano portare dal “Mercato Comunale”. Ricordo, e so che in tanti lo ricorderanno, che per Natale, il Presidente Achille Conti riuniva tutti per regalare i panettoni e i giocattoli a noi bambini. A me, toccò un modellino di auto d’epoca e non una bambola. Conti pensò che io potessi esserne delusa, ma mio papà sorrise perché, conoscendomi, sapeva che mi sarebbe piaciuto quel regalo e che ci avrei fantasticato sopra per scriverci delle storie. A otto anni, vinsi il mio primo concorso per via delle mie storie ed era anche illustrato dalla sottoscritta. Tutti quando mi vedevano con mio papà o la mamma dicevano: «La figlia di Bachis sembra una bambolina e con quegli occhi…».

Mia mamma ci teneva a vestirmi come una principessina e alcuni dei miei abiti li confezionava lei stessa. Conosceva l’arte della sartoria, altra eredità familiare.

Ho ricevuto un addestramento solido dai miei. All’inizio avevano gli stessi turni e quindi ci si doveva adattare. Per fortuna, sono stata allevata anche dai nonni – sì, quelli che per tanti sono solo dei vecchi che tanto prima o poi devono morire – e la trasmissione di un antico sapere è struttura stessa del mio patrimonio genetico. Hanno contribuito anche gli zii – i parenti siciliani che hanno adottato mio papà come fosse figlio e fratello loro. La famiglia d’origine stava in Sardegna e aveva altri progetti per lui. Progetti disattesi da papà, che è sempre stato uno controcorrente e ribelle. Sì ora sapete da chi io ne abbia preso! “Figghia i patri, sugnu!”.

Son cresciuta bene, magari ogni tanto avrei voluto averli più vicini i miei genitori ma mi è stata insegnata l’indipendenza, il sapersi dare da fare e l’impegno. Mi sono stati insegnati il rispetto e l’amore verso il prossimo quando mi veniva raccontato delle persone che stavano male; già da bambina, a tavola ci si confrontava apertamente e la televisione in cucina non era ammessa perché mio papà desiderava dialogare con noi. Il pasto era un momento di sacra condivisione e mi dicevano dei malati che venivano lasciati dai parenti per le feste, soprattutto anziani, abbandonati come cani sull’autostrada e allora si offriva loro un luogo sicuro e un po’ di affetto. Mia mamma, che di nascosto, mi raccontava di papà che scherzava con i colleghi e faceva gli scherzi in reparto e poi andava e dava una carezza a un vecchietto dicendo: «Nonno come sta oggi?».

Mio papà che orgoglioso diceva di come la mamma era gentile e aveva sempre un sorriso anche per i medici. Umanità, dedizione e donazione. Ma c’erano anche le regole da rispettare. Io sono cresciuta con il vademecum del comportamento da “figlia di infermieri”. Ho imparato a lavarmi le mani come fanno i chirurghi prima di entrare in sala operatoria. Ho imparato le varie norme per tenere lontane le infezioni. Conoscevo le diverse tipologie di farmaci perché mi addestravano a saper fare la terapia: «Devi imparare – diceva papà – un giorno potrebbe tornarti utile».

Prendere la pressione; cos’è la glicemia. Le iniezioni; differenza tra intramuscolo ed endovena. «No, tu imparerai a fare le intramuscolo – precisavano – quelle altre sono per chi fa il nostro lavoro» Non mi ha mai spaventato il sangue o impressionato chi dà di stomaco, anzi so come muovermi. Mio fratello è anche più bravo di me. Io se ho bisogno, le punture me le faccio da sola davanti allo specchio. So fare una fasciatura. Insomma, giocavo, studiavo con profitto, ero tosta e ribelle ma quegli insegnamenti li ho appresi tutti.

Papà, una volta, rischiò la vita perché un disabile psichico stava per lanciarsi dal quinto piano dell’attuale “Ospedale al Sirina”. Riuscì a salvargli la vita e a non cadere anche lui di sotto. Da lì ebbe problemi alla schiena. Mamma accudiva le signore ricoverate come fossero madri e sorelle e sapeva dare giusti consigli agli allievi infermieri.

Mia madre andò in pensione prima di mio padre ma ancora oggi la chiamano “A Signora Maria a ‘nfirmera”. Mio padre morì nello stesso reparto in cui lavorò per trent’anni e lo abbiamo pianto in sala mortuaria. Ora capirete bene, come certi fatti che oggi ci stanno investendo come una tempesta mi tocchino al fondo del mio fondo che non conosce fondo.

Questi erano i miei genitori: infermieri. Questa sono io: figlia di infermieri. Scrivo questo, mettendovi qui, esposta, una buona porzione del mio cuore per farvi capire che il vero sostegno che possiamo dare a loro, è quello di essere responsabili anche nei nostri gesti quotidiani più piccoli. Aiutarli a svolgere con maggior serenità questa missione, che trancia l’anima e mette a durissima prova la psiche, è aiutare noi stessi.

Applicare con cura le regole che ci sono state indicate, è avere cura dell’intera umanità, a partire dai nostri cari sino a giungere a quelli più distanti da noi. Non è necessario uscire ogni giorno a far la spesa, basta programmare tutto con le liste e la tabella delle priorità. Si può rinunciare per amore e fare dei sacrifici per il nostro collettivo benessere. I colpi di testa, i sentimenti di ribellione non sono affatto eroici ma letali.

Portiamo rispetto a tutti coloro che sono impegnati sul campo, a rischio della loro vita, e avremo rispetto per le nostre, di vite. Volete davvero essere utili? Restate a casa e uscite solo se è davvero necessario; siate attenti alle norme di profilassi da seguire e apritevi ai vostri affetti.

Perché in casa mia, e sono certa anche in casa di altri figli, fratelli e sorelle e parenti di infermieri, noi piangiamo e ci addoloriamo. A mia madre le si stringe il cuore, ogni volta che ascolta le notizie del telegiornale, e vorrebbe abbracciarli tutti ad uno ad uno per dar loro coraggio.

Infermieri, medici, operatori sanitari, e tutti coloro che sono in prima linea, sono i nostri eroi e non chi gioca a rilanciare la sfida, gettando per aria i dadi del destino.

#Iorestoacasa e dedico questo scritto, come un dono d’amore, a chi sta salvando le nostre vite.

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