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“Gli Imperi della Mente” di Crifò all’Odeon di Taormina. Un’ottima cura per riossigenare la mente

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Foto di Lisa Bachis

Il 9 e 10 agosto, Elio Crifò ha tenuto salda la scena, all’Odeon di Taormina. Lo spettacolo teatrale, in forma di lettura recitata, era stato già presentato in anteprima e trasmesso in diretta streaming il 25 giugno del 2020, su invito dell’Istituto Italiano di Cultura “La Valletta” a Malta, in collaborazione con Distribuzione Indipendente s.r.l. e in esclusiva per il pubblico dell’istituto.

Gli imperi della mente-La leggerezza dell’essere è anche un testo da leggere e custodire, edito da Terre Sommerse nel 2019.

Elio Crifò è autore, regista e attore. Ho avuto il piacere di salutarlo prima dello spettacolo e ho salutato anche Charlotte la sua cagnolina, avvezza a tener relazioni con il pubblico e prima ammiratrice di Elio.

Elio, in questo contributo, eviterò di usare «anglismi». La lingua italiana per le sue radici mediterranee lo consente. Elio mio, io ti domando:

«Sei cosciente di aver fatto vacillare le certezze di tutti quelli che hanno assistito allo spettacolo? Lo sai, vero, che hai dato il colpo di grazia alla sottoscritta, che degli studi storico-filosofici ne ha fatto il suo pane quotidiano e usa ogni briciola di idee, andandosene in giro a seminare germogli di dubbi e interrogazioni?».

Sì, mi stai leggendo e già starai pensando: Eccone qui un’altra che filosofeggia. Questa è pericolosa.

Lo hai detto tu. Lo hai dichiarato nel tuo manifesto. Quindi, secondo queste tue elucubrazioni, io sarei animale in estinzione. O forse, sono già morta come lo è da tempo il dio, e a stretto giro il sacro nelle sue più ataviche espressioni, che traghettano le menti a una superiore consapevolezza e le rendono libere dalla materia. Sì, sto di nuovo incorrendo nel medesimo errore: filosofeggio. Tanto che Daniela – mentre tu con accanimento da estrema unzione decretavi la fine della filosofia e dell’esercizio del pensiero nel disvelamento della verità che mantiene sempre un lato in ombra come la luna – mi guardava e riguardava. L’ho riguardata anche io e le ho detto: «Sì, pure io non servo più; appartengo al passato».

Oppure sono morta come il dio e il sacro? Di certo, spesso e volentieri, sempre più spesso e non sempre volentieri, mi considero fuori luogo, fuori tempo. Vintage.

Hai condotto un’indagine spietata, caro Elio, di ciò che siamo o meglio di ciò che «non siamo»; nel senso dell’esserci perché calati globalmente nel liquido amniotico del voler vedere ad ogni costo ma a distanza e senza contatto. Chiusi dentro una boccia di pseudo comfort con un imbuto calato in gola, da cui ingurgitiamo inutili bisogni e dove le cose del mondo sono oggetti messi lì e prodotti a nostro uso e consumo, anche quando non ci servono. Da tempo immemorabile hanno perso il significato di strumenti.

Hai detto questo e altro, lo hai quasi cantato e mimato insieme; ci hai fatto ridere per non piangere, diciamoci la verità, che fa male perché è come un pugno nello stomaco ma dovrebbe sostenerci nel risveglio.

Però, se io rientro nella superata classe di quelli che «filosofeggiano», mi spieghi perché hai tenuto una lectio sulle nostre radici? A noi, proprio a noi, che le radici ce le strappiamo di dosso, infastiditi, e strappiamo pure quelle della terra perché le consideriamo in-utili? Perché parlare di Grecia, Ebraismo, Cristianesimo e propinarci un excursus storico-filosofico, citandoli i filosofi e gli storici e i sociologi che parlano da sempre al vento e tentano di farci ascoltare le giuste parole?

A proposito di pensiero cristiano e annessi cambi di rotta. San Paolo «il folgorato», è colui che ha visto con prepotenza la forza del Linguaggio che genera «gli imperi della mente» e insieme lui, i primi Padri della chiesa, i quali hanno modellato, mediante l’ausilio delle traduzioni in greco e poi in latino, il nuovo pensiero. Dei monaci amanuensi nelle biblioteche, ne vogliamo parlare?

Non entro nel merito dell’iconografia, altrimenti potrei ritrovarmi un plotone d’esecuzione fuori di casa per aver esercitato il mio pensiero, e dovrei tacere il fatto che ho ricevuto il tuo sostegno. Scopriamo le carte, carissimo Elio! Questo hai fatto sulla scena dell’Odeon di Taormina e farai a Tindari e poi a Roma; ci hai costretti a vedere le nostre false certezze e ci hai inchiodati al dovere etico dell’esercizio del pensiero. Ma come si fa, dico io, con quel caldo, a pretendere il corretto scambio sinaptico da chi sentiva l’urgenza di sventagliarsi e di immergersi dentro a una fontana? Tu non ci vedevi là, afflitti ad inseguirti nei tuoi scandalosi ragionamenti?

No! Tu ci hai tenuto prigionieri ed hai usato il Linguaggio per costringerci a vedere. Lo hai fatto mediante l’arte del teatro – i greci te lo hanno insegnato –; hai dato ascolto alle origini. L’uomo prima di essere pastore di pecore è «custode delle parole». Le parole fanno essere le cose, le disvelano ma non le annientano. Il Linguaggio non priva di punti di riferimento ma apre radure di senso, in cui le cose, e per cose non si intende la contrapposizione occidentale soggetto-oggetto, sono poste in salvo dall’azione dell’uomo. Le parole hanno forza di creazione e bene lo sanno i poeti e i filosofi. Folli folli folli!

A questo ci hai condotti nel feroce caldo agostano, a prendere la decisione di incamminarci nel bosco per giungere alla radura.

Il Linguaggio è la casa dell’Essere, l’uomo ne è responsabile e diviene co-creatore, per compito assegnatogli dal dio. L’uomo avendo siglato il patto, nella decisione di venir meno ad esso, opera la reificazione della parole. Essa, inevitabilmente, lo conduce alla perdita dello statuto originario e alla perdita di senso, in cui la parola è ridotta a chiacchiera ed è scollata dall’origine.

Ora, caro Elio, che hai posto messo sul piatto il tuo asso nella manica, ritorno al principio, all’origine del tuo ragionamento:

È come se la nostra epoca stesse disintegrando la psiche dell’uomo del terzo millennio. È come se tutto cambiasse più rapidamente delle nostre mutazioni naturali e così inseguiamo affannosamente il nostro presente. Correre, correre, correre… Bisogna correre per mantenersi in forma, ma noi facciamo tutto correndo, non solo la corsa, perché bisogna stare sempre al passo… con le notizie, col lavoro, con la palestra, con gli amici. Bisogna correre seguendo il tabellino di marcia personale, il tabellino degli obiettivi da raggiungere. Correre, correre, bisogna correre ma rimaniamo sempre indietro. Non riusciamo a sdraiarci comodi nella poltrona del nostro tempo.

Un tempo, che è tempo di Neoumanesimo, perché noi «praticanti del pensiero» sappiamo quanto importante e fondante sia il ‘Dire’; sappiamo che «l’origine è la mèta».

Eccolo qui Elio Crifò, è uscito allo scoperto! Un pensatore fuori schema, controcorrente o ancora meglio, tutto immerso dentro a quel «fluire» che gli antichi Greci ci hanno lasciato in eredità e di cui noi abbiamo fatto carta straccia.

Grazie Elio e grazie a Charlotte, che da saggia filosofa ha compreso prima di noi là presenti. Sarà per questo che dialogo con il gatto Oscar. Glia animali sono profondi conoscitore dell’animo umano, più di Freud.

 

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