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MUSA E GETTA: Dal testo al palcoscenico dell’Odeon di Taormina

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Foto di Lisa Bachis

L’Odeon di Taormina si attesta, ancora una volta, luogo accogliente e intimo dove poter godere della più profonda bellezza di questa città; attualmente troppo caotica e furiosa di rumore, per i mie i gusti. Un’oasi in cui assetati amanti di incontri oltre lo stereotipo del cultural chic o del «in voga ad ogni costo» si danno appuntamento. Un salotto naturale per respirare con ritmi differenti, per sentire dentro i battiti del cuore che accelerano o si quietano al muoversi dei corpi sulla scena. Voci di donne – Arianna Ninchi e Mimma Mercurio – per dire delle donne che sanno degli uomini più di quanto essi stessi possano immaginare. Le donne hanno il materno dentro, sono custodi della terra. Sanno degli uomini poiché ne accolgono il seme e lo fanno germinare, dando vita al miracolo della nascita che porta stretto quello della morte in un costante passaggio dagli uni agli altri.

Martedì 17 agosto, alle 21:30, mentre il Teatro Antico si preparava a regalare un’impareggiabile alba in compagnia degli dei, dopo il tramonto, l’Odeon di Taormina assumeva sfumature a tratti lievi a tratti onirico plumbee, preservando un velo di dolcezza ad asciugare lacrime e togliere l’eccessivo rossetto sulle labbra delle grandi donne sedute insieme a noi. Non erano visibili ma c’erano, ve lo assicuro.

 

In scena, MUSA E GETTA, libro di successo diventato spettacolo teatrale – MUSA E GETTA è un progetto editoriale del 2021 di Ponte alle Grazie, curato da Arianna Ninchi e Silvia Siravo. Un testo polifonico e corale. Sedici autrici svelano altrettante donne, donne tra donne. Non donne qualsiasi ma donne che pur nei tentativi di oscuramento emergono vivide e reali nelle narrazioni regalandoci uno sguardo nuovo sul rapporto tra i sessi, l’identità femminile, la lotta per l’emancipazione.

Diverse scrittrici italiane, accolto l’invito, danno voce ad altrettante «muse»: donne sfrontate e bellissime o, al contrario, miti e riservate che, per lo spazio di una notte o per l’esistenza intera, hanno stretto relazioni complesse con uomini di successo. Muse non sempre «gettate» ma per lo più misconosciute – dando così corpo all’odioso detto secondo cui «dietro ogni grande uomo c’è una grande donna» – che tornano dunque, finalmente, al centro del palcoscenico letterario. Le pioniere della psicanalisi e Kate Moss dalle cento copertine, Kiki regina di Montparnasse per una notte e Maria Callas la Divina per sempre, Nadia Krupskaja che lavora a realizzare il socialismo, Rosalind Franklin che scopre la struttura del DNA. Ispiratrici di pittori, musicisti, scrittori, filosofi: spaziando fra epoche e luoghi diversi, destini felici e infelici, MUSA E GETTA giunge al cospetto di leggende viventi, persino sbarcate su Instagram, come Amanda Lear.

Le scrittrici narranti: Ritanna Armeni, Angela Bubba, Maria Grazia Calandrone, Elisa Casseri, Claudia Durastanti, Ilaria Gaspari, Lisa Ginzburg, Chiara Lalli, Cristina Marconi, Lorenza Pieri, Laura Pugno, Veronica Raimo, Tea Ranno, Igiaba Scego, Anna Siccardi, Chiara Tagliaferri.

Le muse narrate: Lou Andreas-Salomé, Luisa Baccara, Maria Callas, Pamela Des Barres, Zelda Fitzgerald, Rosalind Franklin, Jeanne Hébuterne, Kiki de Montparnasse, Nadia Krupskaja, Amanda Lear, Alene Lee, Dora Maar, Kate Moss, Regine Olsen, Sabina Spielrein.

 

La finalità del progetto – che in sé ha avuto il seme della contaminazione tra letteratura e teatro e tra il teatro e la vita a voler pensare kafkianamente senza scordare l’imperituro Pirandello – è proprio quella di restituire la voce anche sul palcoscenico a donne uniche e geniali, più o meno conosciute, vissute tutte o quasi all’ombra di qualcuno. Muse ispiratrici – per usare un eufemismo – di pittori e scrittori, compagne di vita, icone di bellezza, artiste, donne impegnate nella ricerca, nella politica, nella letteratura oscurate dall’ombra massiccia di uomini di successo, che hanno approfittato della bellezza, dell’intelligenza, del talento e della sensibilità delle loro donne, per poi abbandonarle, dimenticarle, umiliarle. Donne forti, coraggiose, fragili, passionali, ribelli, vissute in un mondo, senza dubbio maschilista, in epoche e luoghi diversi, ma tutte destinate all’oblìo: «Muse usate e gettate».

 

Due splendide Muse sul palcoscenico dell’Odeon: Arianna Ninchi e Mimma Mercurio – Dal testo al palco anzi di più, il testo a prender corpo sul palcoscenico con parole divenute di pane e di vino. Risate e sguardi, meraviglia e sgomento, un omaggio a ogni donna; un tributo particolare alle donne afghane in un tam tam solidale tra noi donne, che non è falso buonismo o pensiero radical chic, ma è sincera sofferenza e preoccupazione perché ad esser violate talvolta basta uno sguardo o una parola non detta. Un omaggio a un’altra grande donna: Piera degli Esposti che sino all’ultimo ha indossato l’abito dell’eleganza e della dignità di persona, a dispetto della malattia che tutto logora e trasforma.

Tra i vari ritratti, la scelta è caduta su uno. Un ritratto, posto in scena, dedicato a una delle donne narrate nel testo, reso magnifico da Mimma Mercurio tra recitazione, e proiezione di un video: Dora Maar «la musa» di Picasso. Al suo fianco Arianna Ninchi, magistrale in un’interpretazione che la fa apparire una scolara curiosa di conoscere e disposta ad entrare dentro al lato più oscuro delle cose. Due donne, due interpreti che hanno un bagaglio di esperienze importanti. Entrambe impegnate in un duetto, che fa desiderare un’altra pagina letta, hanno fatto volteggiare Dora Maar.

 

Dora Maar, la fotografa che abbracciò la follia mistica per non darla vinta a Picasso – Si narra che «il Minotauro», Pablo Picasso, s’invaghì di lei dopo averla vista seduta al tavolino del caffè parigino Les Deux Magots mentre, con la mano aperta a ventaglio, colpiva velocemente lo spazio tra le dita con un piccolo coltello, non fermandosi neppure quando si feriva per errore. Dora Maar, all’epoca dei fatti aveva meno di trent’anni e si vocifera che avesse fatto quel gioco pericolo per attrarlo nella sua «tela». Lui circondato da donne, tutte «muse e getta». Dora, era selvaggia e ribelle come lo sono state tantissime donne in quel periodo storico. Riuscì a conquistarlo e da lì a poco, infatti, i due iniziarono una lunga relazione. Ma il loro fu un rapporto tossico; un lento veleno che raggiunse il culmine con la separazione. Picasso, avvezzo com’era al cambio di donne, ebbe numerosissime amanti, spesso anche più di una contemporaneamente. Un narcisista che si innamorava follemente ed esercitava il suo dominio mediante l’umiliazione del sadico. Donne stravolte psicologicamente tentarono la via di fuga del suicidio per tranciare le catene dell’asservimento. Quando, dopo circa nove anni, Picasso lasciò Dora, lei ebbe un forte esaurimento nervoso che tuttavia fu l’anticamera per la nuova Dora, colei che nell’estrema sofferenza, decise di non essere solo una «musa e getta».

 

Chi era Dora Maar prima e oltre Picasso – Dora Maar è lo pseudonimo di Henriette Theodora Markovitch. Nacque a Parigi il 22 novembre 1907 da Joseph, un architetto di origine croata e da Louise-Julie Voisin, una francese proprietaria di una boutique. Quando Theodora aveva tre anni, il padre trasferì la famiglia a Buenos Aires per motivi di lavoro. Nel 1926 la famiglia fece ritorno a Parigi e la diciannovenne, che nell’adolescenza aveva sviluppato una forte passione per l’arte, si mise a studiare per diventare pittrice. Dopo aver realizzato alcuni dipinti, impressionata dall’incontro con i fotografi Henri Cartier-Bresson e Brassaï, intraprese la carriera di fotografa, divenendo la «fotografa del Surrealismo». Si pensi che lei amava la camera oscura a tal punto da dire che «solo il buio ha il potere in fotografia di disvelare le cose mentre la luce brucia e distrugge». Un concetto alchemico che la Maar seppe porre in essere in un’originalità che fu di ispirazione per lo stesso Picasso.

Il Surrealismo, caratterizzato dall’idea che l’arte non doveva essere razionale, ma libera espressione dell’inconscio, era il terreno fertile per la visione del mondo di Dora. A partire dalla metà degli anni Trenta, infatti, iniziò a frequentare gli ambienti surrealisti entrando in contatto con André Breton, e gli altri artisti. Ne fu molto influenzata, sperimentò i foto-collage e le sue fotografie divennero sempre più “fantastiche”, ironiche e oniriche. Una delle opere simbolo della fotografia surrealista è proprio sua: un feto di armadillo rannicchiato in modo tale da sembrare un monaco incappucciato. 

Dora Maar sapeva che arte e politica avevano forte valore di denuncia sociale, del resto quelli erano tempi di grandi cambiamenti. Era una donna di sinistra e fu tra i firmatari di alcuni manifesti contro il fascismo. Frequentò anche un circolo politico dove conobbe il poeta Georges Bataille, con cui ebbe una relazione prima di conoscere Picasso.

 

La fama come fotografa – Il successo le arrise rapidamente e iniziò a pubblicare i suoi scatti su riviste d’arte, come «Art et Métiers Graphiques». La sua passione per la fotografia di strada – oggi detta Street Photography – si ricollegava alle sue idee politiche. Dora volle immortalare la solitudine e dare dignità agli ultimi. In giro per le vie cittadine in compagnia della «Rolleiflex», ritrasse anziani, bambini e mendicanti.

Nel 1935 fu assunta come fotografa di set per Le Crime de Monsieur Lange, film diretto da Jean Renoir, figlio del maestro dell’Impressionismo Pierre-Auguste. Fu lì che sul set incontrò per la prima volta Picasso. Lui non la notò più di tanto. Il fuoco tra loro si sarebbe acceso al tavolino del caffè, quando ne fu tanto sconvolto che dopo l’azione surrealista della Maar col coltello, chiese in dono i suoi guanti, macchiati di sangue.

 

Il declino e l’abisso – L’inizio della relazione con Picasso significò entrare nell’ombra di Picasso stesso, psicologicamente e artisticamente. L’uomo, infatti, le chiese di smettere di fotografare e la spinse a riprendere a dipingere, consapevole che Dora era più brava con la macchina fotografica che con i pennelli. Divenne ella stessa l’oggetto-musa del pittore. Divenne la «Dora di Picasso» privata della sua identità. Eppure Dora influenzò l’arte di Picasso e sembra che il suo apporto sia stato importante nella composizione di Guernica. A lei si deve a lei il reportage sulla composizione del dipinto. L’amore malato è insidioso e subdolo. Lui sosteneva di amarla ma le vietava di andare da lui senza invito, la umiliava con continui tradimenti, si divertiva a vederla litigare con Marie-Thérèse, l’altra sua compagna. «Non sono stata l’amante di Picasso. Era solo il mio padrone», disse una volta Dora Maar. La relazione fu troncata dal pittore nel 1943 quando conobbe Françoise Gilot, 40 anni più giovane.

 

La caduta e la rinascita – La Maar, fu vittima dell’ego dell’uomo e la sua fragilità psichica venne aggravata da una serie di traumi personali: la morte improvvisa della madre e di un’amica, la partenza del padre per l’Argentina e la guerra. Picasso dichiarò che lui non era colpevole di quanto accaduto e che il danno per Dora erano state semmai le frequentazioni con i surrealisti, eccentrici e irrazionali. Loro!

Dora Maar affronterà una lunga e affannosa terapia. Seguita da Jacques Lacan, il quale come da prassi del tempo, nella fase iniziale cercò di curarla con l’elettroshock. Lo psicoanalista la condusse all’accettazione dei suoi nodi irrisolti indirizzandola ad abbracciare la religione come consolazione alla perdita e al dolore del vivere.

 

Dora Maar la «Donna che piange» – Il ritratto più famoso è quello in cui il suo compagno Pablo Picasso la rappresentò sfigurata dalle lacrime e in preda all’angoscia mentre morde un fazzoletto. «Dora per me è sempre stata una donna che piange, è importante perché le donne sono macchine per soffrire», diceva lo spagnolo. Ma Dora attuò a suo modo la liberazione da Picasso: «Tutti i miei ritratti [di Picasso] sono bugie – dichiarò – Nessuno è Dora Maar».

Dora Maar non diede a Picasso la soddisfazione di eclissarla, lei una delle poche fotografe accettate tra i surrealisti, una donna che dedicò sessant’anni della sua vita alla pittura e alla fotografia, ma viene ricordata solo come l’amante e la musa di Picasso, tanto che quando morì, il 16 luglio 1997, all’età di 89 anni la notizia passò quasi in sordina.

Arianna Ninchi insieme a Dora Maar/Nina Mercurio ci hanno raccontato la sua storia affinché continuiamo a ricordare e ad insegnare ai nostri figli maschi, e continuiamo a dire ai nostri compagni maschi, ma anche alle nostre donne, amiche e compagne, che non siamo disposte ad essere «muse e getta».

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